I commenti degli utenti

  1. Eisenstein in Guanajuato
    solokiefer

    Per me, vedere un film di Greenaway è come andare a cena con un grande amore del passato: nonostante sia tutto finito, capisci perfettamente perchè te ne sia innamorato.
    Gli ultimi film, onestamente, mi erano piaciuti poco, troppo patinati, sempre più colti ma autoreferenziali.
    In Greenaway la tecnica non cede mai e anche in questo film la ricerca nelle immagini arriva ad un risultato sublime, anche quando rischia di appesantire o complicare la trama.
    A differenza del recente passato, questo è un film davvero divertente e – per certi aspetti – lontano dalle tematiche abituali del regista.
    E’ la storia dei dieci giorni passati da Eisenstein a Guanajuato, tappa finale del viaggio in Messico, servito per girare Que viva Mexico, film mai finito ed uscito postumo, anni dopo la morte del regista.
    In questo breve soggiorno conosce Palomino Canedo (molto sensuale ed intenso il personaggio creato da Luis Alberti che lo interpreta), colto abitante della città, che lo introduce al piacere del sesso, un mondo poco frequentato da Eisenstein in precedenza, sempre troppo preso da argomenti più inerenti l’anima. Decide così di donare la sua verginità al bel messicano, in una scena al contempo erotica e divertente.
    In questo percorso di ricerca sessuale dei due Greenaway ha l’apice carnale della sua opera: nonostante ci sia un’intesa emotiva, è la loro relazione sessuale su cui viene puntata la telecamera, mostrando l’evidente interesse del regista russo per i paceri della carne, fino a quel momento sconosciuti.
    Originale l’idea di prendere Eisesntein, regista attorno al quale negli anni si è creata un’aurea quasi sacra e farlo diventare un personaggio comico, con gag spassosissime (straordinario Elmer Block, l’attore protagonista). In tutto il film si respira insieme a lui l’aria di allegria e spensieratezza, che contrasta con gli inserti del vero girato da Eisenstein per Que viva Mexico.
    Nonostante l’abbondanza di tutto (ma con Peter Greenaway ci siamo abituati) il film ha una sua linea e la storia regge sempre. Parecchie le scene di nudo girate molto bene.

  2. Tangerine
    solokiefer

    Potentissimo film dal ritmo serrato ed incessante girato solo con un iPhone 5. Ambientato interamente il giorno della vigilia di Natale, è una storia quasi classica del melodramma e della commedia degli equivoci trasferita però nel mondo delle trans e dello spaccio di droga.
    Segue il girovagare di Alexandra e Sin-Dee, appena uscita di prigione (che di cognome fa Rella, meraviglia), due transgender in cerca di Chester, il fidanzato/protettore dell’ex galeotta, per chiarire il di lui tradimento, “con una donna vera“. E questo girare per tutta Los Angeles diventa il racconto vero di un mondo, il loro, completamente opposto a quello grigio comune (anche se ci sono parecchi punti di contatto, i clienti prima di tutto), un mondo dove però le dinamiche emotive che lo muovono sono le stesse: gelosia, amore, amicizie tradite, anche se condite da più cinismo e autoironia. Le transgender vengono raccontate per i loro sentimenti e le loro abitudini, non attraverso cliché visti spesso. Come faceva una volta Almodovar, i cui personaggi trash e irreali conservavano emozioni sincere e umanissime.
    Le immagini sono praticamente in presa diretta, ma anche se potrebbero sembrare al limite del documentaristico, tradiscono una maestria del regista e una consapevolezza del girare che non è certo improvvisata, primi piani esasperati, bellissime riprese di una Los Angeles per niente ovvia e vista poco al cinema.
    Nonostante una desolazione e un’amarezza sempre presente, sono mostrate anche gioia di vivere, spensieratezza e una carrellata di battute acide di cui la migliore e senz’altro quella nello scambio di opinioni tra Alexandra e Sin-Dee, quando una risponde all’altra: “Certo che è un mondo crudele, Dio mi ha messo un pene tra le gambe“.
    La parte finale in cui tutti si ritrovano nello squallido bar di ciambelle e in cui tutti gli equivoci vengono a galla è un capolavoro ed è sicuramente la migliore al pari del pompino del tassista ad Alexandra nell’autolavaggio.
    Colonna sonora strepitosa e uso della musica e del suono sapiente ed incisivo.

  3. Più buio di mezzanotte
    solokiefer

    Il provincialismo, una caratteristica che solitamente non sopporto del cinema italiano, è una delle cose più indovinate di questo film.
    Una Catania affascinante e misteriosa è il teatro del girovagare di Davide, giovanissimo ragazzino che, per sfuggire ad una famiglia che non vede di buon grado la sua omosessualità, decide di vivere per strada, insieme ad un gruppo di altri ragazzi. In realtà l’intera storia è ispirata alla vita di Fuxia, drag queen e attivista popolarissima nel mondo gay italiano, tra le fondatrici di Mucca Assassina.
    La storia non è molto nuova così, come è ovvio, il passo successivo è la prostituzione e l’ingresso nel mondo fatto di marchette, clienti, papponi, situazioni equivoche e pericolose (bellissimo piano sequenza della zona malfamata di Catania col protagonista che esplora il mondo fatato della notte). La famiglia ha carattere ambivalente, con una madre amorevole e un padre terrificante che lo costringe a punture di ormoni che rendano Davide più virile.
    La recitazione è pessima, rovina tutto. La già debole storia, di un personaggio così giovane che riesce a vivere fuori di casa (l’età non viene mai nominata, ma pare assai vicina ai 14 anni), viene del tutto annullata da attori che non sono mai credibili, sempre approssimativi, pressapochisti che non danno mai spessore ai proprio personaggi e li fanno pericolosamente assomigliare a delle macchiette (su tutti Pippo Delbono, davvero poco riuscito nel ruolo del protettore).
    Non mi è riuscito di capire il significato del titolo.

  4. Boulevard
    solokiefer

    Avevo letto critiche molto positive su questo film e, di Dito Montiel, mi era piaciuto molto Guida per riconoscere i propri santi. Quindi sono rimasto sorpreso nel trovarmi a vedere un film scontato di cui si intuisce lo svolgersi fin dalle prime immagini.
    Robin Williams, qui nella sua ultima interpretazione, è Nolan: sessantenne che conduce una vita grigia, che fa un lavoro in banca ordinario, di buone letture e con moglie colta. Insomma, un gay represso che troverà la sua voglia di vivere invaghendosi di una marchetta. Il tutto di un noioso e già visto da sperare che sia solo un trucco per poi dirigersi verso un finale originale. Che non arriva.
    Williams crea un personaggio dal profilo talmente basso da sfiorare la macchietta, vagamente meschino, impaurito da tutto. Montiel non si affida ad una sceneggiatura che racconti una storia, ma guida lo spettatore in numerosi cliché, già presenti in cinema e letteratura a profusione. L’effetto è di assistere ad un film già visto parecchie volte, dove un’interpretazione sopra (e sotto) le righe non salva nulla della storia.
    Banalissime le due figure di contorno: il migliore amico colto che si intrattiene con ragazze più giovani di lui, che ovviamente supporta anche la trasformazione della vita di Nolan come gay riconosciuto, e il padre malato terminale chiuso in un ricovero che non parla mai (la scena della confessione al padre incosciente della propria omosessualità da parte del protagonista del film è la peggiore in assoluto).
    La marchetta è senza spessore, e non credo fosse una scelta registica.
    Bello il personaggio della moglie, misurata e paziente, che si nutre di libri e sopportazioni.
    Come hanno già scritto qui nella Cricchetta®, una film con brutta sceneggiatura e buona regia è comunque un brutto film

  5. I Am Divine
    solokiefer

    I biopic stanno diventando un vero e proprio genere, vengono girati con maestria e ottime sceneggiature (solo ultimamente quelli su Amy Winehouse, Kurt Cobain, Janis Joplin, tutti molto belli), visti e apprezzati dal pubblico e presentati ai festival del cinema.
    Tra questi sicuramente c’è posto per questo documentario su Divine: performer, attore/attrice, cantante, artista d’avanguardia, interprete teatrale.
    Nel documentario stesso, alcuni dei testimoni ne parlano in “he“, altri in “she“. Considerato il fatto che Glen (nome all’anagrafe) desiderava anche parti maschili e che, Divine, era solo il suo personaggio, io mi riferirò con “lui“.
    Il film segue l’andamento cronologico della vita dell’artista, dalla fuga dalla provincia all’arrivo a San Francisco, che lo consacrerà: gli aneddoti spiritosi sono ben amalgamati con le informazioni artistiche, le immagini e i video sulla sua carriera. Tutto collegato dalle testimonianze delle persone che gli sono state vicine e, su tutte, la madre e John Waters.
    E’ bene evidenziare subito un fatto: Divine non è la travestita da TV o un drag queen baraccone per il grande pubblico. Divine è stata una star del mondo undergorund americano, che aveva un atteggiamento punk e innovatore, presenziando in film trasgressivi e indipendenti, bmovies con al centro incesti, violenze omicidi. E da qui è arrivato a partecipare a film di cassetta molto popolari (Hairspray) con la stessa naturalezza, senza perdere quel gusto per l’esagerato che lo ha sempre caratterizzato.
    L’incoronazione del personaggio Divine avviene con l’uscita di Pink Flamingo, nel quale c’è la celeberrima scena in cui mangia la merda di un cane (divertentissima nel documentario la ricostruzione da parte dei testimoni di come sia stato possibile girarla).
    Potrà risultare un cliché, ma è impressionante come l’aggressiva e alternativa Divine condivida il suo corpo con il timido e bontempone Glen: è incredibile come un simpatico signore sovrappeso riuscisse a diventare un’anima punk, trasgressiva non solo nei suoi look (strepitosi, tra l’altro) ma anche nelle scelte cinematografiche.
    Non certo come certi travestiti italiani (che da Divine hanno copiato il look senza pudore) che compaiono in salotti televisivi, sparando acidità e mezze oscenità, come se le drag queen potessero fare solo quello. Ecco Divine era qualcosa di completamente diverso.

  6. Ti guardo
    solokiefer

    Una grande regia per una storia che non mi ha convinto, e questo lo dico subito.
    Quello che per i moltissimi che lo hanno apprezzato è solo un errore veniale, per me è stato fondamentale: la storia ha troppe falle. Per me è impossibile che un etero, un pasoliniano ragazzo di strada che vive facendo a botte, rubando e picchiando, si possa invaghire nel giro di qualche settimana di un uomo sulla sessantina. Baciandolo pure con passione. E’ un innamoramento troppo repentino che incrina il valore di questo racconto basato su una sorta di redenzione del ragazzo.
    Armando, uomo maturo che vive a Caracas lavora in uno studio dove si costruiscono protesi dentali, conduce una vita piatta ed ha frequenti e fugaci incontri sessuali con ragazzini dai quali pretende solamente che si spoglino, si eccita guardandoli, niente effusioni e nessuno scambio di fluidi corporei. Ha un pessimo rapporto col padre – appena tornato in città – ma il motivo di questo odio non viene mai spiegato (dalle numerose foto della madre che ha in casa si può pensare che avesse con lei un rapporto speciale e che il padre l’abbia fatta soffrire, ma è solo un’intuizione).
    In uno dei suoi soliti adescamenti conosce Elder, giovane poco più che adolescente (bravo l’attore) che conduce una vita sgangherata, un personaggio tipico nel cinema, soprattutto gay, perchè tipico anche nella realtà delle strada e delle metropoli, soprattutto nel sud del mondo.
    Il loro rapporto lentamente si evolve grazie alla generosità di Armando che, dal pagare le prestazioni sessuali, passa ad occuparsi delle vita di Elder fino ad accudirlo e ospitarlo in casa dopo un pestaggio che lo aveva portato in fin di vita. Il finale è un’escalation di questo legame ed arriva ad un epilogo che, purtroppo, avevo immaginato già da metà film.
    La regia di Vigas è strepitosa, quadri con fotografia ottima, primi piani di volti disperati che sottolineano la narrazione del film (bravo tutto il cast) ma resto dell’idea che la storia non funzioni, di storie simili e ben più credibili ce ne sono a bizzeffe, la Virgen de lo sicarios, su tutte, presentato a Venezia una ventina d’anni fa e in cui il rapporto, anche se approfondito, restava sempre realisticamente mercificato.

  7. Land of Storms
    solokiefer

    Silenzi e corpi sono i protagonisti di questo bel film ungherese presentato a Berlino nel 2014. Sensuale e tragico.
    Un giovane calciatore, Szabo, lascia la sua squadra in Germania a causa di un litigio con un compagno (e del suo carattere pessimo) per tornare a vivere in Ungheria, in una casa ereditata, a coltivare il sogno di fare l’apicoltore.
    Conosce Aron mentre lavorano assieme per sistemare il tetto e tra i due scatta un’attrazione fisica che genera un rapporto complicatissimo. I bulli del paese non vedono di buon occhio la svolta gay di Aron ed iniziano la serie di violenze e soprusi tipica dei maschi dei piccoli villaggi: sentono l’omosessualità come una stortura del quieto vivere (o una minaccia alla loro virilità). L’omofobia ed il rifiuto di qualsiasi cosa sia diverso ha grande importanza in questa pellicola.
    Bernard, un compagno di squadra tedesco, raggiunge Szabo in Ungheria dichiarandosi innamorato di lui e imponendo una scelta che Szabo cerca di evitare, pur sapendo bene per chi optare.
    Un finale tragico chiude molto bene una storia fatta di silenzi tra i protagonisti, immagini bellissime di spazi malinconici e un senso del dramma che sembra non abbandonare mai il film. Una purezza della fotografia (usata magistralmente) in pieno contrasto con la fisicità dei ragazzi, alquanto mostrata anche se mai ostentata. Un erotismo onnipresente e una scoperta dei corpi (bellissimi tra l’altro) da parte sia dei protagonisti che dello spettatore. E’ in questo che sono bravissimi gli attori: con dolcezza e chimica sessuale lo comunicano perfettamente.
    Il finale, per quanto non desiderato e sorprendente, è quanto di più vicino ci sia alla realtà. Purtroppo.

  8. Eastern Boys
    solokiefer

    Film di tematiche contemporanee, con descrizioni di disparità e meccanismi sociali del mondo d’oggi, attorno ad una storia di affetto originale.
    Inizio davvero potente per questo Eastern boys, una vicenda stile Arancia meccanica che fa immedesimare subito lo spettatore col proprietario dell’appartamento (e protagonista del film) che, da un semplice incontro con una marchetta, si trova ostaggio di una banda di ragazzi di strada dell’est che lo derubano di tutto.
    Uno della banda, però, torna, dando inizio ad una strana storia di sesso a pagamento che lentamente si evolve in altro.
    Con l’avanzare della conoscenza tra i due, aumenta l’affetto ma non diminuisce il disequilibrio: Daniel l’uomo affermato e Marek la marchetta, se non altro per il fatto che alla fine di ogni incontro c’è una somma di denaro come ricompensa.
    Il film ha due guizzi, in completa controtendenza col ritmo lento e didascalico che ha per una buona metà: il primo è quando si esce da casa di Daniel per trasferire l’azione nel centro d’accoglienza dove vivono i criminali protagonisti del colpo iniziale, dando così un finale concitato con sfumature poliziesche. Il secondo, ancor più sorprendente, è la svolta finale di Daniel di rinunciare al sesso (cosa che lascerà Marek stupito ed ancor più amareggiato, consapevole del fatto che fosse la sua unica moneta di scambio) per intraprendere un percorso genitoriale e tutoriale: il suo amore ha bisogno di diventare altro.
    Bravi tutti gli attori ad interpretare personaggi disegnati assai bene, con mutamenti di abitudini ed indecisioni che danno loro carattere ed originalità.

  9. Sugar
    solokiefer

    Da un racconto di Bruce LaBruce nasce la sceneggiatura di questo Sugar che, del regista, contiene tematiche ed ambientazione.
    Il giorno del suo diciottesimo compleanno, Cliff passa la notte con un gruppo di marchette e conosce Butch: bellissimo, sexy ed oscuro personaggio della notte. Se ne invaghisce subito (e chi non lo avrebbe fatto?) e per quell’escort monta un’ammirazione mista a desiderio ed amore che lo fa essere costantemente a sua disposizione, sia nelle varie esperienze sessuali che non, droga in primis.
    Come sempre, però, arriva il momento in cui le strade si devono dividere, ed è li che Butch affonda mentre Cliff trova la via per tornare ad una vita normale, o vagamente equilibrata.
    Il punto di non ritorno è segnato Butch, che si scopa il ragazzo per soldi davanti ad un cliente, in modo crudo e del tutto privo d’amore (la stessa scena è presente in Hustler White di Bruce LaBruce).
    Il finale è comunque positivo e simpatico, si vede Cliff mentre fa sesso nel bagno con uno sconosciuto: una scena alienante che lo mostra come perfettamente ripreso dalla veloce scomparsa della sua ossessione diabolica.
    Sugar è un film impegnato che rimanda spesso al primo Gus Van Sant ma è, al tempo stesso, schietto ed ingenuo, tanto che talvolta sembra un documentario sui ragazzi di strada.
    L’ironia della sorte ha voluto che l’attore protagonista, che nella storia riesce a salvarsi dal gruppo di marchette togliendosi dai guai, sia morto giovanissimo, a 25 anni, per avere mangiato un fiore velenoso, l’aconito.
    Nota di merito per la sorellina intelligente che accompagna con saggezza Cliff per tutta la trama.

  10. Presque Rien - Quasi niente
    solokiefer

    Una storia d’amore tra adolescenti, niente di particolarmente consigliato a chi ama le sparatorie o gli effetti speciali. Un film sulla giovinezza. Lento.
    I tre tempi in cui si sviluppa la storia (presente, passato e passato remoto) si mescolano creando un unico movimento che vede protagonisti Matthieu ed il suo dolore.
    La genuinità e la schiettezza che caratterizzano la pellicola appaiono fin dalle prime immagini, con primi piani insistenti sul protagonista.
    L’inizio della storia viene seguito con ritmo molto lento, con dettagli esasperanti e col sesso mostrato in maniera molto naturale, ma anche molto passionale: una strategia indispensabile per far intuire la folle bramosia che Matthieu prova per Cedric.
    Quest’ultimo è un fighetto stronzo ed arrogantello di cui ci si innamora in pochi minuti, ma sul quale, invece, non si dovrebbe riporre un grammo di fiducia. Ma provoca in Matthieu una tale ossessione da spingerlo a cercare il suo ex ed a frequentarlo (confondendo lo spettatore: dal il punto di vista della sceneggiatura, questo passaggio non è proprio chiarissimo).
    Non esistono le iperbole di molti film a tematica gay: è la semplice rievocazione di un amore finito che ha fatto soffrire, è molto più complicata la famiglia di Matthieu con quella madre assente, soprattutto dal punto di vista mentale.
    Accanto ai due ragazzi, la protagonista assoluta è la spiaggia in cui nasce l’amore: tra colori pastello e riverberi luminosi ospita la fuga di Matthieu, grigia e spenta sarà invece li a sottolineare un inverno, anche dell’anima.

  11. Soundless Wind Chime
    solokiefer

    Enigmatica storia d’amore, fatta di silenzi, che si muove su diversi piani temporali: passato e presente s’intersecano creando un tutt’uno. Questo non tempo è avallato dalla credenza orientale – più volte citata nella pellicola – che vuole che, una persona, dopo la propria morte, torni il settimo giorno successivo per dire i suoi addii.
    Le parole mancano quasi del tutto, la comprensione della storia non è facile, anche se ci si lascia accompagnare, prendere per mano dalle immagini: si deve arrivare alla fine del film per riuscire a capirlo del tutto.
    Dal punto di vista tecnico è davvero riuscito: fotografia con colori bellissimi, lunghi piano sequenza, paesaggi urbani e naturali equamente evocativi. Nonostante sia ambientato tra Hong Kong e la Svizzera, le suggestioni del cinema orientale appaiono predominanti.
    Anche se il film è lieve e soave, la storia raccontata parla di un amore sbilanciato in cui Pascal, svizzero irrequieto che ad Hong Kong fa l’artista di strada (e talvolta il ladro), tratta Ricky da servile cinesino, sottomettendolo. Pascal ha bisogno di Ricky ma desidera allo stesso modo una vita che comprenda altri ragazzi da incontrare, discoteche e libertà. Questa dicotomia sentimentale lo fa soffrire e, nonostante il suo personaggio non mi piaccia per niente, nel momento in cui si accorge che il suo comportamento ferisce oltre ogni modo Ricky, ha un’intuizione di colpevole consapevolezza in una scena favolosa dentro ad un bus, girata con colori bellissimi.
    E’ assai strano che un film così intenso e di ottima fattura (il regista ha impiegato cinque anni a terminarlo), abbia avuto successo solo in ristrettissimi circoli.

  12. Lose Your Head
    solokiefer

    La prima metà del film è interessante: Luis incontra Viktor (il suo personaggio è la cosa più riuscita della pellicola), affascinante vagabondo che vive nella Berlino underground, strettamente legato a Dimitri. Inizia così a delinearsi un thriller che viene però interamente distrutto nella seconda parte. II regista perde letteralmente il filo, la storia diventa priva di senso e quasi impossibile da seguire: incubi, sogni, personaggi che muoiono e ritornano. Un delirio.
    Un thriller psicologico che lentamente si trasforma in un film (involontariamente) comico che neppure il finale altamente drammatico riesce minimamente a salvare.
    Il tutto lascia però una gran voglia di tornare al Berghain.

  13. The Imitation Game
    solokiefer

    The Imitation Game è un film ambizioso: vuole segnare il riscatto di Alan Turing, scienziato trattato in maniera sprezzante dal governo inglese, appena dopo la guerra che Turing stesso aveva contribuito a far vincere agli Alleati. Ed è proprio in questa ambizione che il film inciampa: il desiderio di girare una pellicola di grande successo ed ampio respiro porta il regista a perdersi.
    Un passo falso il voler raccontare genericamente la vita del protagonista, invece che puntare il riflettore su una singola porzione ed approfondirla.
    Il tutto odora talvolta di fiction ben fatta.
    Il film è godibile, intendiamoci, bellissima fotografia, buona colonna sonora. Lo si vede d’un fiato senza controllare il cellulare.
    Benedict Chumberbatch si conferma un attore straordinario, riesce ad essere antipatico, arrogante e trasmette perfettamente l’idea del disagio di Turing. Uno studio perfetto del personaggio, insomma, arricchito da piccoli tic e sguardi persi nel vuoto. Un’interpretazione magistrale che è senza dubbio la cosa migliore della pellicola. Non mi stupirei di un Oscar anche perchè, più in generale, l’intera produzione sembra essere nata per mirare fin troppo palesemente a quell’obiettivo.
    Ho trovato invece fuori fuoco il ruolo di Keira Knightley, ogni volta che appariva (e accade assai spesso) mi ha sempre dato l’idea di essere troppo moderna per l’ambientazione, fuori dall’epoca rappresentata (purtroppo mi ha evocato anche la sua presenza imbarazzante nel film di Cronenberg). Perfetti invece Matthew Goode e Allen Leech, i due collaboratori di Turing.

  14. Big Bang Love, Juvenile A
    solokiefer

    Film intenso, di ambientazione teatrale, in cui il regista crea un quadro di assoluta bellezza in ogni singolo fotogramma.
    Una carrellata di immagini sublimi (quella della scala in orizzontale su tutte) che si incastrano alla trama di un mistero che si svela con lentezza e parsimonia.
    E’ una storia d’amore fantastica, soprattutto perché non è una storia d’amore, è qualcosa di meno e, senza dubbio, qualcosa di più.
    Questa ambientazione, che rimanda a Fassbinder e Derek Jarman, incornicia un “non luogo”: un carcere in cui non esistono mura, in cui ogni movimento dei detenuti sembra far parte di una coreografia ed in cui i dialoghi si alternano a lunghi ed estenuanti silenzi.
    Una storia in cui il tempo non ha valore cronologico e le scene vengono ripetute ogni volta con una valenza diversa: viene data allo spettatore la possibilità di scegliere se seguire la trama oppure lasciarsi andare e fluttuare insieme al film.
    E alla fine tutto viene svelato, ma con una soluzione che sembra dire “c’era davvero bisogno di una spiegazione?“.
    Colpo di genio il metodo seguito per l’interrogatorio, in cui le domande non vengono enunciate ma sovrimpresse alle immagini.
    Le inquadrature degli esterni sono enormi e bellissime, finte e pittoresche. Inchiodano l’unico vero colpevole: l’arcobaleno.

  15. Matterhorn
    solokiefer

    Mi è impossibile definire Matterhorn: è un film drammatico, una commedia. E’ un film surreale, certo, ma con una linea narrativa ben precisa e determinata.
    C’è amicizia, amore, ma anche tanta solitudine ed intolleranza.
    Nei primi venti minuti non ho capito granché di ciò che stava accadendo, ma le splendide immagini mi hanno tenuto attento e partecipe.
    Poi, lentamente ma inesorabilmente, la trama prende forma, fino a definirsi una storia chiara e lineare: la storia di due persone che entrano in contatto.
    Mi ha dato la stessa sensazione che mi dà la lettura di una poesia complicata, di cui non si capisce nulla da principio ma che lentamente si rende sempre più chiara fino ad arrivare all’anima.
    Nella vita di ognuno dei due pare non esserci spazio per l’altro, chiusi uno nella sua follia e l’altro nella gabbia mentale generata da credenze e dogmi religiosi.
    La differenza abissale tra lo stile di vita di entrambi i protagonisti (favolosi i due attori e il cast intero) diventa proprio il terreno comune in cui i due si confronteranno, creando un loro linguaggio e addirittura una professione di intrattenimento.
    La macchina da presa è sempre didascalica, la fotografia è bellissima. Un film pensato per la TV con una regia propria dei film da grande schermo.
    Caldamente consigliato a chi ama i film di Kaurismaki.

  16. Lilting
    solokiefer

    La fotografia è bellissima (ho scoperto solo dopo la visione che ha vinto un premio al Sundance) e anche le ambientazioni sono suggestive: sarebbe la regia perfetta per un film lieve piuttosto che per uno con implicazioni politiche e sociali.
    Non riesce ad essere intimo e sentimentale nè una denuncia di barriere culturali. Rimane semplicemente una rappresentazione di ostacoli ben girata.

  17. Something Like Summer
    Fra

    Non trovo il film…vorrrei vederlo!

  18. Gerontophilia
    solokiefer

    Con questo film, Bruce LaBruce abbandona i temi a lui cari (trash, vampiri e cazzi esposti) per realizzare una struggente storia d’amore che ha il sapore del melodramma alla Douglas Sirk ed i toni più moderni di Gregg Araki e Gus Van Sant.
    La storia d’amore è tra Luke, infermiere poco più che ventenne, e Mr Peabody, 82enne piuttosto acciaccato.
    Il ragazzo ha scoperto già da qualche anno di prediligere uomini decisamente più adulti, dopo l’imbarazzante erezione avuta cercando di salvare un anziano con la respirazione bocca a bocca in piscina. Lavora in un ospizio (quale miglior posto?) dove gli ospiti vengono trattati piuttosto male e resi per lo più innocui dai farmaci. Ed è là che incontra Mr Peabody.
    Il desiderio di toglierlo dalle grinfie degli altri infermieri spinge il giovane ad optare per una fuga romantica, aiutato dalla fidanzatina Desire (carinissima libraria, che accetta sorpresa il fatto di essere lasciata per un uomo di 82 anni anche se ancora innamorata).
    Il viaggio avvicina ancora di più i due, fino ad un epilogo amaro.
    LaBruce espone i corpi senza nessuna censura: accanto al bellissimo Pier Gabriel Lajoie, inquadra in primissimo piano le rughe e le grinze di Walter Borden, che interpreta il fantastico Mr Peabody.
    Nonostante il cambio di stile, l’irriverenza del regista resta presente, con scene surreali in cui il giovane ragazzo si masturba davanti al corpo decaduto e svestito dell’amante o quando spia il culo nudo e flaccido di un anziano a cui apre la vestaglia nel sonno.
    Un uso sapiente del ralenti sottolinea le scene più intense e conferisce la cifra romantica ad un film che lo stesso regista ha definito come: “una commedia romantica delicatamente perversa“.
    La figura della madre, incapace di badare a sé stessa e che s’invaghisce di qualsiasi uomo le presti un po’ di attenzione, è un cliché interpretato benissimo da Moe Jeudy-Lamour. Divertente ed originale la relazione tra il giovane e la sua ragazza, scandita da lunghissimi baci, scambiati citando ossessivamente nomi di donne rivoluzionarie.

  19. Weekend
    solokiefer

    uesto piccolo film indipendente è diventato un culto nella comunità gay. Il motivo principale del suo successo risiede nella parola immedesimazione: immagini e dialoghi guidano lo spettatore gay a ricordare qualche esperienza della propria vita.
    Il racconto è molto semplice, ovvero un weekend passato da due tipi che si conoscono in un bar gay dell’Inghilterra. Eppure la semplicità con cui procede il film è proprio la sua forza, ti spinge a pensare: “cazzo a me è successo esattamente lo stesso!”, ed inizi a sentire in bocca il gusto di quei fine settimana passati con sconosciuti, che parevano non finire mai.
    Due ragazzi carini, ma assolutamente nella media, due tipi con cui ci si può immedesimare immediatamente. Ed è riuscitissima la rappresentazione delle due tipologie gay: Glen, l’artista, il combattente attivista, gay h24, sempre pronto ad una lotta per i propri diritti e Russell, il bagnino, dichiarato solo con gli amici più cari e che tiene un profilo basso.
    Aprirsi con un estraneo è la cosa più naturale, non hai paura di far intravedere le tue debolezze e contraddizioni, di cui soprattutto Glen è farcito.
    Riuscitissima la scelta del regista di riprendere alcuni dialoghi dei protagonisti in situazioni ordinarie e banali, quasi come li stesse spiando. Ho letto molte critiche riguardo ad un uso smodato di droghe durante le vicende narrate nel film, ma mi pare che la realtà non sia lontana.
    L’apice romantico è dato dalla partenza di Glen. E, del resto, che avrebbe dovuto fare? Rinunciare ad un corso d’arte di due anni a Portland? Su, dai.

  20. The Way He Looks
    solokiefer

    o sono stato un fan del Tempo delle mele, quando ero molto giovane. Questo per avvertire che non riesco mai ad essere del tutto imparziale nel giudicare film riguardanti amori adolescenziali.
    Certamente tutta la storia è raccontata con una linearità piuttosto semplice, che a volte sconfina nella superficialità, ma fino al felice epilogo il film tiene sempre e lascia un senso di serenità di cui, diciamocelo, talvolta abbiamo bisogno.