Gli Abbracci spezzati

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Cast

Gli Abbracci spezzati

In un incidente d’auto avvenuto quattordici anni prima, lo sceneggiatore Harry Caine (nome di battesimo Mateo Blanco) ha perso la vista e la donna amata, Lena (Penelope Cruz), un’attrice legata a un vecchio magnate il cui figlio gay ha realizzato un documentario sul set del suo ultimo film. Da allora la vita di Harry non è stata più la stessa, nonostante l’aiuto economico e morale della sua amica e direttrice di produzione Judit García. Sono in pochi a conoscere la sua storia e la sua vera identità. Poi, una notte, Harry decide di raccontare la sua storia al figlio di Judit, Diego, che verrà così a conoscenza dell’universo di Mateo Blanco, Lena, Judit e Ernesto Martel, fatta di “amour fou” e dominata da fatalità, gelosia, tradimenti, abuso di potere e sensi di colpa.

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Settimana Posizione Incassi week end Media per sala
dal 1/1/2010 al 3/1/2010 19  20.978  4.195

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9 commenti

  1. zonavenerdi

    Ultimamente sto vedendo tutti i film di Almodovar e devo dire che se questo non è il più deludente in assoluto, comunque è in fondo alla classifica …

    La trama è scombinata e non si capisce il rapporto tra il personaggio della Cruz e il produttore da un lato e lo stesso e il regista dall’altro.

    Comunqeu ammetto che dopo un pò ho smesso di scervellarmi. Unaq grossa noia …

  2. A me è piaciuto non poco; ammetto ke nn sia un capolavoro ma rimane un gran bel film! però kissà xkè ho provato nostalgia nel vedere, negli ultimi 5 minuti del film, chicas y maletas (donne sull’orlo di una crisi di nervi).

  3. LE DONNE DI PEDRO,
    Che pur splendide ,questa volta non ci appassionano. ABBRACCI SPEZZATI, omaggio al cinema nel cinema, porta i segni di una “involuzione”narrativa, e la grande creatività trasgressiva delle storie melodrammatiche almodovoriane,qui si dispiegano in una decadete classicità,lasciando ai margini il meglio dei suoi personaggi.Che, pur confermandoci come il cineasta spagnolo sia pur sempre un fuoriclasse,qui è lontano da Volver o di altri suoi sublimi lavori.

  4. A me almodovare è sempre piaciuto,ma devo dire che questo film mi ha poco coinvolto emozionalmente ed a tratti l’ho trovato persino noioso.E’ un film che ci racconta come il regista vive il suo cinema che a volte è più coinvolgente della realtà che ci circonda .Scena da cult l’ultimo quarto d’ora del film.Il resto è una storia prevedibile e già vista.

  5. All’inizio il film mi è sembrato un po’ noioso, con poco pathos, ma nella seconda parte, invece, diventa coinvolgente, appassionante, la trama si fa’ più chiara. Belle la colonna sonora e la fotografia. Si passa attraverso vari generi: dal thriller, al dramma, per finire ridendo.. Le ultime sequenze mi ricordano ‘donne sull’orlo di una crisi di nervi’, tutti quei colori..
    A me è piaciuto molto, è il film degli anni recenti della sua filmografia, che mi è piaciuto di più, dopo ‘tutto su mia madre’, del quale mi ha ricordato qualcosa.. Lì c’era metateatro, qui metacinema.. Ma su tutto, il desiderio… e una forte passione per l’arte in senso lato.. Lodi al ‘nostro’ Pedro preferito! 🙂

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trailer: Gli Abbracci spezzati

https://youtube.com/watch?v=kJGjlZg6GOQ%26hl%3Dit%26fs%3D1

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CRITICA

“…da qualche film a questa parte Almodóvar ha abbandonato la componente più folcloristica del suo mondo per affrontare i nodi centrali del suo universo creativo, dove il cinema (nei modi dei suoi due generi preferiti, melodramma e noir) si incarica di dare forme alle passioni che lo hanno sempre infiammato, l’amore con tutte le sue pene e le sue gioie, la voglia di vivere nonostante i dolori e le delusioni, la forza del desiderio. Raccontate probabilmente con minor goliardia ma con maggior intensità e maturità.” (Paolo Mereghetti, Corriere della Sera)

“…Almodovar ama usare cinema e teatro, nelle sue storie, per dare un secondo livello di lettura, quasi una doppia vita, ai personaggi. In Gli abbracci spezzati questo secondo livello oscura il primo, impedendo ai personaggi di avere la sfrenata, ironica, tragica vitalità delle sue opere migliori. Insomma, ci siamo capiti: questo è un Almodovar «medio», ma sarà bene chiarire che un Almodovar medio è infinitamente migliore di quasi tutti i film attualmente in circolazione nelle sale…” (Roberto Crespi, L’Unità)

“…La storia appassionata e fiammeggiante s’intreccia in filigrana con l’altra grande storia di Almodóvar, la propria vita di cinema. Il cinema è sempre presente: nei personaggi, nella lavorazione del film, nelle riprese di vita quotidiana, nella lettrice di parole sulle labbra (il doppiaggio), nelle immagini di Ingrid Bergman e George Sanders in Viaggio in Italia di Rossellini, nelle inquadrature di strumenti obsoleti per la lavorazione cinematografica. Specialmente nello stile de Gli abbracci spezzati, che ne fa un perfetto thriller hollywoodiano degli Anni 40-50, sul genere di Gilda o simili, molto ben fatto e bello. Almodóvar sembra aver perduto con il tempo il suo speciale sarcasmo e persino il grottesco. Questo film non somiglia affatto ai primi film farseschi che lo hanno reso tanto amato e popolare in Europa. È invece tenero, dolce: l’ironia si esercita sul genere, non sulle emozioni dei personaggi, e il cambiamento non rende il film meno amorevole.” (Lietta Tornabuoni, La Stampa)

“… Melodramma o noir, feuilleton con triangolo d’amore classico o quiz cinefilo al limite del parossismo, Pedro sembra troppo affascinato dal mezzo cinema e dallo strumento umano dell’attore, e dell’attrice soprattutto, per trovare il filo della matassa. Ed essendo, sul set e nella vita, un re bambino, geloso e generoso, si perde spesso anche in scene raffinate ma anche molto ingenue e naif, mette in ombra il resto del cast (da Lluis Homar a Blanca Portillo).
Ha fatto un film per se stesso e le sue fantasie, Pedro, come sempre. Ma questa volta si è dimenticato di una delle sue migliori qualità: quella di soddisfare, senza mai scendere nell’accondiscendenza, anche il suo io da spettatore in sala. Non diverte, non colpisce al cuore, non sceglie, cita e non eccita. Più che un abbraccio spezzato, un abbraccio mai dato.” (Boris Sollazzo, Liberazione)

“Lars von Trier è depresso, Pedro Almodovar stanco e svogliato. Le disavventure del regista cieco le avevamo già viste in ‘Hollywood Ending’ di Woody Allen. Penélope Cruz cambia guardaroba e parrucche per rifare Audrey, Marilyn e Brigitte (ha un marito ricco che produce il film e va a letto con il regista, chiaro che finisce male). Il cornuto fa filmare la fedifraga dal figlio (poiché le immagini sono mute, arruola una lettrice di labbra, e si ride). Ne gay né travestiti, peccato.” (Maria Rosa Mancuso, ‘Il Foglio’, 20 maggio 2009)

“Ci sono cineasti, come Hitchcock o Preminger, che amano raccontare storie con le immagini, rendono inquietante l’avventura dello sguardo, ma senza farsene accorgere, non provocando e intimorendo platealmente la platea (Lars von Trier adora, invece, il terrore di primo grado, anche se cambia sempre il piano d’attacco). Il cineasta spagnolo, regista e produttore, Pedro Almodóvar fa parte dei cineasti del primo tipo, ma non utilizza le tecniche classiche (uno spazio del racconto omogeneo, l’effetto verosimiglianza) bensì mixa schemi emozionali differenti e disomogenei (la passione del melodramma, la freddura del comico, il suspense del thriller, la concettualità della commedia…) come un veejay che sa di dover comunicare con corpi bisognosi di sostanze speciali per sopravvivere, abituati al frammento e allo shock, indocili ai piaceri visuali basati sulla continuità di luci e suoni e scene e su un unico punto di vista. E stavolta vuole fare una dichiarazione totale al cinema, e non ad alcuni film, ma al mistero del cinema come macchina produttrice di piacere e dolore, e alla realtà di chi lo fabbrica, nessuna maestranza esclusa… Paradossalmente, infine, scegliendo un eroe… cieco. (…) Ovvio che Almodovar abbia messo dentro il film anche un numero considerevole di riferimenti alla storia del cinema, con tanto di quiz, e brani veri e propri da film (uno per tutti ‘Viaggio in Italia’, la scena della visita alle rovine di Pompei). Alla fine però, nel flamenco struggente finale sui titoli di coda, con il suo ripetitivo ritmo avvolgente e mortale, ci offre la chiave del film, della vita e del cinema. L’accettazione della vita, un grande sì alla vita, fin dentro alla morte, alla fine, al The end.” (Roberto Silvestri, ‘Il Manifesto’, 20 maggio 2009)

“Gli ‘Abrazos rotos’ (‘Abbracci spezzati’) portano la sua densa firma, ma avanzano per lungo tempo a singhiozzo, si perdono nello svolgimento di trame incastrate a matrioska, sussultano a tratti senza vita. Peccato, perché il film ha momenti altissimi (inizio e, soprattutto, fine) che comunque meritano tutta la nostra partecipazione e che, come sempre e solo Pedro riesce a fare, ci hanno riempito di sensazioni, lacrime e risa in perfetto matrimonio emotivo. (…) Cinema sempre potente e appassionato, quello di Almodovar. Anche se incerti per eccesso di materiale e incapacità di scelte, i suoi ‘Abrazos’ valgono – sempre e comunque – tutto il nostro abbandono.” (Roberta Ronconi, ‘Liberazione’, 20 maggio 2009)

“Più dramma che commedia, cinema nel cinema, le immagini lunari dell’isola di Lanzarote, la solita rivelazione catartica, i vari personaggi costretti a fare i conti col passato. E una superba Penelope Cruz, attrice mai così matura e sensuale, che cita le dive di ieri con frangetta alla Audrey Hepburn e chioma platinata alla Marilyn. Mentre Pedro rende omaggio a se stesso (con espliciti riferimenti a ‘Donne sull’orlo di una crisi di nervi’) e difende appassionatamente il proprio mestiere: il protagonista di ‘Gli abbracci spezzati’ è un regista al quale il produttore ha scempiato il film, montando proditoriamente solo le scene scartate. ” (Gloria Satta, ‘Il Messaggero’, 20 maggio 2009)

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