Dalla rassegna stampa

Gli abbracci spezzati: se la vita è un film

Un regista cieco, l’ex amante, una trama un po’ laboriosa – Un Almodovar a livello medio (ma fossero tutti così)

Prendiamola da lontano: secondo noi i due film perfetti di Pedro Almodovar sono Donne sull’orlo di una crisi di nervi e Tutto su mia madre. Il suo capolavoro, però, è Volver. Ci spieghiamo. Donne è la mirabile sintesi del primo Almodovar, quello chiassoso e variopinto degli esordi: il film in cui le stravaganze sessuali ed esistenziali della movida post-franchista confluivano in una perfetta struttura da commedia sofisticata. Tutto su mia madre è il Pedro maturo, che trasforma le follie del passato in una potente cognizione del dolore. Volver è il gioiello che tiene insieme queste due anime, raccontando – ed è forse la prima volta – personaggi che non hanno più nulla di stravagante ed esotico, ma affondano le proprie radici nella Spagna profonda.
PREVALE LO SCENEGGIATORE
Pedro Almodovar è ovviamente un magnifico regista, ma è soprattutto uno straordinario sceneggiatore. Le sue narrazioni multi-strato sono degne di Cervantes, o del Potocki del Manoscritto trovato a Saragozza. Gli abbracci spezzati è un film in cui l’Almodovar sceneggiatore mette un po’ in ombra l’Almodovar regista – e chissà quanto è simbolico, e consapevole, il fatto che il protagonista sia un regista divenuto cieco e quindi costretto a scrivere copioni! Almodovar ama usare cinema e teatro, nelle sue storie, per dare un secondo livello di lettura, quasi una doppia vita, ai personaggi. In Gli abbracci spezzati questo secondo livello oscura il primo, impedendo ai personaggi di avere la sfrenata, ironica, tragica vitalità delle sue opere migliori. Insomma, ci siamo capiti: questo è un Almodovar «medio», ma sarà bene chiarire che un Almodovar medio è infinitamente migliore di quasi tutti i film attualmente in circolazione nelle sale.
Il protagonista è l’ex regista Mateo Blanco (Lluis Homar): divenuto cieco per un incidente, ha assunto lo pseudonimo di Harry Caine (allude al James Cain di Il postino suona sempre due volte,maletto tutto di fila suonacome «hurricane», uragano) e scrive sceneggiature. Il suo nuovo assistente Diego lo incita a raccontare il suo passato, e a rievocare il tormentato rapporto con Lena (Penelope Cruz). Lena era l’amante di un riccone che, per assecondare le sue velleità da attrice, si era trasformato in produttore e aveva assunto Mateo per girare un film; ma naturalmente, sul set, Lena e Mateo si erano innamorati, con conseguenze disastrose. Il continuo rimando fra cinema e vita ha momenti strepitosi, come le scene in cui il magnate cornuto assume una «lettrice di labbra» (Lola Duenas) per capire cosa si dicono davvero Lena e Mateo sul set. Ma la struttura a incastri, pur sofisticata, è lievemente laboriosa, senza raggiungere gli abissi di profondità e di disperazione della Mala educacion. La coppia Homar- Cruz non è paragonabile, per recitazione, ad altri film di Pedro: il meglio lo regalano due magnifiche comprimarie, la citata Duenas e la sempre brava Blanca Portillo (non a caso erano accanto alla Cruz in Volver).

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