Dalla rassegna stampa Cinema

Almodóvar. Omaggio al mistero del cinema

Con «Vincere», misfatto di cronaca politica, metafora di come un intero paese fu diseredato, Marco Bellocchio prosegue l’indagine in profondità dentro la storia e l’immaginario IN CONCORSO «Los abrazos rotos»

CANNES
Ci sono cineasti, come Hitchcock o Preminger, che amano raccontare storie con le immagini, rendono inquietante l’avventura dello sguardo, ma senza farsene accorgere, non provocando e intimorendo platealmente la platea (Lars von Trier adora, invece, il terrore di primo grado, anche se cambia sempre il piano d’attacco).
Il cineasta spagnolo, regista e produttore, Pedro Almodóvar fa parte dei cineasti del primo tipo, ma non utilizza le tecniche classiche (uno spazio del racconto omogeneo, l’effetto verosimiglianza) bensì mixa schemi emozionali differenti e disomogenei (la passione del melodramma, la freddura del comico, il suspense del thriller, la concettualità della commedia…) come un veejay che sa di dover comunicare con corpi bisognosi di sostanze speciali per sopravvivere, abituati al frammento e allo shock, indocili ai piaceri visuali basati sulla continuità di luci e suoni e scene e su un unico punto di vista. E stavolta vuole fare una dichiarazione totale al cinema, e non ad alcuni film, ma al mistero del cinema come macchina produttrice di piacere e dolore, e alla realtà di chi lo fabbrica, nessuna maestranza esclusa… Paradossalmente, infine, scegliendo un eroe…cieco.
Infatti Almodóvar è reduce da una esperienza traumatica. È stato piuttosto male negli ultimi due anni, ci racconta in un’intervista, e ha subito trattamenti medici che esigevano la completa oscurità per ore. Ha voluto così immedesimarsi nel «cieco», e quasi ha reso omaggio allo scultore, all’artista protagonista del più erotico e sadico dei film sui non vedenti, il thriller giapponese Blind date, di Masumura. E ci racconta una doppia storia d’amore intrecciata tra un ricco industriale e sua moglie Lena (Penélope Cruz), che diventerà la storia d’amore parallela e fatale tra lei e Mateo, il regista che la scrittura, visto che lei è desiderosa di far l’attrice. Il marito si trasforma in produttore pur di controllarne ogni mossa sul set, e le mette alle costole il figlio, munito di cinepresa, con il compito di fare il making off più integrale mai concepito… La gelosia ossessiva provocherà violenze, fughe nell’isola vulcanica di Lanzarote, cambiamenti di nome e di identità, incidenti dalle scale e d’auto e perfino l’assunzione di una tecnica del linguaggio labiale che farebbe così comodo durante la Domenica sportiva quando si deve scoprire cosa ha detto Ibrahimovic a Mourinho… Alla fine lei muore e lui diventa cieco, si ricicla in sceneggiatore con il computer modificato (parlante) e 14 anni dopo l’incidente stradale che causò la morte della sua amata riappare il figlio filmaker, copione in mano, e la segretaria del regista che svela alcuni retroscena più che inquietanti: il melodramma diventa una polifonia di sentimenti incrociati e incrostati che fanno di Los abrazos rotos (Gli abbracci rotti) un oggetto di difficile piacere primario. Ovvio che Almodovar abbia messo dentro il film anche un numero considerevole di riferimenti alla storia del cinema, con tanto di quiz (Arthur Miller, dopo Marilyn, quante mogli ha avuto, e quanti figli, e si è sempre comportato bene con i figli, soprattutto handicappati? E ai flussi emozionali di qualche capolavoro noir (a Laura, per esempio), e brani veri e propri da film (uno per tutti Viaggio in Italia, la scena della visita alle rovine di Pompei). Alla fine però, nel flamenco struggente finale sui titoli di coda, con il suo ripetitivo ritmo avvolgente e mortale, ci offre la chiave del film, della vita e del cinema. L’accettazione della vita, un grande sì alla vita, fin dentro alla morte, alla fine, al The end.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.