Dalla rassegna stampa Cinema

Pedro & Marco, il potere è sempre un melodramma

È la giornata di Almodovar e del suo «Abrazos Rotos», ma anche della «rivincita» di Marco Bellocchio, che incassa le lodi di «Variety» e di «Screen». A loro modo, i due film sono ritratti del potere «dall’interno».

«Ho scoperto solo adesso che stasera dobbiamo metterci tutti in smoking. Faremo la marcia dei pinguini». Filippo Timi è un ragazzo dolce e simpaticissimo, e visto come diventa mostruoso sullo schermo (un nazista in Come Dio comanda, Mussolini in Vincere) bisogna dire che è un grande attore. Ma tutti, in Vincere, sono grandi. Potrete constatarlo da domani, nei cinema (distribuisce la 01). E se qualche quotidiano italiano l’ha snobbato a caldo, per ansia da prestazione, due testate di livello mondiale come Variety e Screen International gridano al capolavoro. Facciamolo anche noi. Vincere è bellissimo. La storia che racconta è nota: è quella di Ida Dalser, la donna che ebbe un figlio da Mussolini nel 1915 e lottò fino alla morte (avvenuta nel 1937) per farsi riconoscere come moglie legittima del duce. Ma essendo un film di Marco Bellocchio l’importante non è cosa racconta, ma come. Bellocchio non è mai stato un regista realistico. Fin dai tempi dei Pugni in tasca i suoi interni borghesi sono sedute psicoanalitiche, o danze macabre che mettono in scena un unico, grande Tema: la repressione politica e psichica dell’individuo da parte delle istituzioni (siano queste la famiglia, lo stato, l’esercito, il manicomio, la religione o, in questo caso, il fascismo). Solitamente i suoi personaggi sono in lotta contro il potere e contro la storia. Il salto di qualità di Vincere – che sale, con L’ora di religione e il citato I pugni in tasca, sul podio del suo cinema – è che stavolta i personaggi sono due, uno (Ida) è la vittima e l’altro (Mussolini) è il grande manipolatore, l’uomo che intuisce i meccanismi del potere e li utilizza per instaurare una dittatura a livello sia politico che familiare. In questo senso il massiccio uso del repertorio non è accessorio, ma è l’anima profonda del film. I filmati d’epoca diventano l’inconscio dei personaggi, i sogni selvaggi di lui, gli incubi repressivi di lei. La montatrice Francesca Calvelli ha fatto un lavoro degno di Dziga Vertov: di tanto in tanto i filmati luce (ma anche Ottobre di Eisenstein e Il monello di Chaplin) vengono ristrutturati per comporre una verità inedita, nello stile delle Kinopravde della vecchia Urss. Ha ragione Bellocchio quando afferma che il film ha un ritmo futurista, ma è il futurismo alto di Majakovskij, non quello reazionario di Marinetti. E comunque, quando Ida rivive il proprio dramma di madre piangendo davanti alle immagini di Charlie Chaplin e di Jackie Coogan, è inevitabile piangere con lei. Vincere vola alto: è una riflessione su tutte le forme di potere che azzerano l’individuo – né Mussolini è stato l’unico dittatore bigamo della storia, anzi, sembra essere una malattia professionale!

EVVIVA PENELOPE

Paradossalmente il vero film su Berlusconi nella giornata di ieri è Gli abbracci spezzati di Pedro Almodovar (uscirà in Italia, per la Warner, il 3 ottobre). Un ricco imprenditore decide di produrre un film per trasformare in attrice la propria amante, la quale però lo cornifica con il regista. Anni dopo il medesimo regista, diventato cieco, viene contattato dal figlio gay del riccone per scrivere un film che distrugga il mito del padre. Scherzi a parte, Gli abbracci spezzati è un melodramma sui meccanismi del potere nel mondo del cinema, una storia che negli anni ’50 sarebbe piaciuta a Billy Wilder o a Vincente Minnelli. I problemi del film – decisamente meno entusiasmante degli Almodovar più recenti, da Tutto su mia madre a Volver – sono due: un’eccessiva complicazione della struttura narrativa, spezzata (come gli abbracci) in una serie di flash-back, e un gelo diffuso sui personaggi, tutti cinici e poco affascinanti. Detto in soldoni: il film non emoziona, o almeno non ha emozionato chi scrive. Resta la maestria della confezione e la bravura acclarata di Penelope Cruz; e comunque, un Almodovar minore è sempre un signor film.

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