Dalla rassegna stampa Cinema

Gli abbracci spezzatiLa tela di Penelope e del suo cantore Pedro

…Non diverte, non colpisce al cuore, non sceglie, cita e non eccita. Più che un abbraccio spezzato, un abbraccio mai dato…

Pedro Almodovar e Penelope Cruz sono una coppia da Oscar, il mentore e la musa – sebbene entrambi si siano trovati in due momenti di maturità diverse – che hanno creato una simbiosi sensuale e platonica (lui è dichiaratamente e orgogliosamente gay, lei è innamorata perdutamente, ricambiata, dopo molte storie sfortunate, del collega Javier Bardem) che non ha eguali nel cinema moderno. Forse solo Uma Thurman e Quentin Tarantino, in un altro modo e in un altro genere, si avvicinano a questo rapporto artistico-personale. E Pedro, che invecchiando ha trovato un cinema più malinconico e meno rutilante, bello e diverso e a cui pochi dei precedenti seguaci si sono abituati, a questa intesa ha dedicato un film intero. Perché Gli abbracci spezzati , con tutte le sue leziosità e imperfezioni, è un tenero e vibrante omaggio al cinema, grande amore della sua vita, e all’ultima musa, che ha consacrato nel bellissimo Volvèr e che lo sta accompagnando nella fase più fragile e sentimentale di vita e carriera. I critici spagnoli li sopportano poco, insieme e separati – a lui viene rimproverata la perdita dell’istintiva e irrefrenabile vitalità degli inizi (alcuni la chiamarono movida anti e postfranchista), a lei l’ammiccamento a Hollywood – e in effetti, forse, le loro potenzialità e i loro talenti ancora non hanno partorito un vero e indiscutibile capolavoro. Forse perché Penelope tesse tele infinite con i suoi cineasti – vedi Bigas Luna, persino Woody Allen, e ora potrebbe tornare a essere diretta anche da Sergio Castellitto – li rende “possessivi”, con quella sua bellezza un po’ sbagliata e quella capacità istintiva, fisica di catturare la macchina da presa e lo spettatore sono più forti dei film e dei cineasti stessi.
Ne Gli abbracci spezzati accade proprio questo: l’inno al cinema e al suo ideale di donna si mangia tutto il resto, dal ritmo alla coerenza narrativa, il racconto si perde in quelle immagini che modellano l’attrice in tanti stereotipi estetici (quasi ispirati da attrici simbolo per Almodovar) e la pellicola in acrobazie tra generi che creano più confusione che fascino. Melodramma o noir, feuilleton con triangolo d’amore classico o quiz cinefilo al limite del parossismo, Pedro sembra troppo affascinato dal mezzo cinema e dallo strumento umano dell’attore, e dell’attrice soprattutto, per trovare il filo della matassa. Ed essendo, sul set e nella vita, un re bambino, geloso e generoso, si perde spesso anche in scene raffinate ma anche molto ingenue e naif, mette in ombra il resto del cast (da Lluis Homar a Blanca Portillo).
Ha fatto un film per se stesso e le sue fantasie, Pedro, come sempre. Ma questa volta si è dimenticato di una delle sue migliori qualità: quella di soddisfare, senza mai scendere nell’accondiscendenza, anche il suo io da spettatore in sala. Non diverte, non colpisce al cuore, non sceglie, cita e non eccita. Più che un abbraccio spezzato, un abbraccio mai dato.

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