120 battiti al minuto

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120 battiti al minuto

Terzo lungometraggio del regista Robin Campillo, già collaboratore e montatore di Laurent Cantet, dopo l’intrigante e stravagante “Les Revenants” (poi diventato serie tv) e il durissimo “Eastern Boys”, entrambi presentati alla Mostra di Venezia. Campillo, gay dichiarato da sempre, è stato attivista di Act Up-Paris, movimento che ha avvicinato nell’aprile del 1992, dieci anni dopo l’inizio dell’epidemia. In questo film, Campillo riporta parte della sua personale esperienza di quegli anni, sottolineando come fino ad allora ci fosse stata nella società un’omofobia dilagante, “aspetto che ci siamo dimenticati, perché quando la società si evolve, ha detto Campillo, si assiste ad una forma di amnesia collettiva su quello che eravamo prima“.
Selezionato per il concorso principale di Cannes 70, dove vince la Queer Palm e la Palma d’Argento (Gran Premio della Giuria) oltre al premio della critica internazionale (FIPRESCI). Pedro Almodovar, presidente della Giuria, avrebbe voluto dargli la Palma d’Oro (come anche molti critici si aspettavano) ed alla stampa ha dichiarato: “Non avrei potuto apprezzarlo di più, dall’inizio alla fine, e anche dopo. Ma sono stato fedele al mio intento, il mio voto è valso come quelli di tutti gli altri. Indipendentemente dal fatto che io sostenga le istanze LGBT, il film ha raccontato un’ingiustizia ed è un omaggio a quegli eroi che hanno salvato molte vite“. Travis Mathews, il presidente della Giuria per la Queer Palm, non ha invece avuto difficoltà ad assegnarli il premio, ed ha dichiarato: “Abbiamo scelto un film in cui tutti gli interpreti si sono impegnati al massimo in ruoli toccanti e con grande coraggio. Senza mai cadere nel melodramma, il film ci immerge nelle pagine più buie della nostra storia recente, ricordandoci che siamo più forti quando uniamo le nostre energie, quando amiamo tutti un po’ di più, quando ci sosteniamo tutti un po’ di più, e, naturalmente, quando balliamo insieme un po’ di più“. Il film infatti è pieno di momenti danzerecci, i 120 battiti del titolo sono quelli della frequenza dei battiti nella dance music, molto in voga in quegli anni. I protagonisti del film si vedono ballare in discoteca, alle manifestazioni, nelle incursioni in un liceo e nella strada. A significare, allora come oggi, che la loro battaglia era per la vita, per la felicità. Battaglie e discussioni che coinvolgono i membri di uno dei gruppi più agguerriti nella Parigi di quegli anni, Act Up-Paris, parte di una organizzazione internazionale creata nel 1987 a New York da Larry Kramer. Il film inizia mentre stanno irrompendo in una conferenza sull’Aids, lanciando palloncini pieni sangue (finto) e ammanettando il relatore. Un gesto carico di protesta ma anche di violenza, cosa che apre un forte dibattito nel gruppo che da sempre si definiva non violento. Pubblico e privato si mescolano meravigliosamente per tutta la durata del film. Significativa la scena del ritorno a casa dopo un’azione di protesta in cui Sean parla di come la vicinanza della morte abbia intensificato il suo apprezzamento per la vita, mentre vediamo dal finestrino le immagini di una bellissima Parigi. Ma subito dopo Sean si stringe nelle spalle e sorride, come volesse sfuggire da un sentimentalismo che pensa (erroneamente) essere estraneo alla loro causa. Il film è anche una intensa storia d’amore tra i due protagonisti, entrambi bravissimi, Sean (Nahuel Pérez Biscayart) e Nathan (Arnaud Valois), una specie di storia d’amore in tempo di guerra, che comunque non ci fa mai allontanare dall’obiettivo principale, quello di una storia collettiva, di una battaglia comune contro un pericolo mortale ed i suoi alleati più o meno consapevoli (amministrazioni, politici, industria, ecc.). I momenti di discussione, gli incontri settimanali del gruppo, con regole specifiche come vietato applaudire o interferire, ci raccontano una storia che è di tutti, collettiva, dove ognuno non è solo se stesso ma soprattutto una comunità. Nel riconoscere ed approfondire questo importante valore il film ci regala il meglio di se stesso, del suo messaggio che va oltre l’ideologia, la politica e le differenze. In modo sincero ed autentico, come raramente abbiamo visto in altri film sull’argomento.

synopsis

Early 1990s. With AIDS having already claimed countless lives for nearly ten years, Act up-Paris activists multiply actions to fight general indifference. Nathan, a newcomer to the group, has his world shaken up by Sean, a radical militant, who throws his last bits of strength into the struggle.

Questo film al box office

Settimana Posizione Incassi week end Media per sala
dal 12/10/2017 al 15/10/2017 20 € 33.650 € 1.019
dal 05/10/2017 al 08/10/2017 18 € 69.540 € 1.738

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Un commento

  1. solokiefer

    Per metà militante e per metà analisi storica di come l’associazione più famosa a favore dei sieropositivi e conclamati abbia combattuto, questo è un film importante.
    Attraverso una freschezza e una naturalezza di interpretazioni, di immagini e di tematiche Campillo rende originale un tema trattato moltissime volte: quello dell’Aids..
    All’interno di Act Up e delle loro azioni politiche, si evolve la storia d’amore tra Nathan e Sean (eccezionali gli attori che li interpretano Nahuel Pérez Biscayart e Arnaud Valois ), relazione che diventa simbolo di tutto ciò che si è perduto in un’epoca, che a guardar bene è ancora molto vicino negli anni, anche se pare passato un sacco di tempo.
    Per quanto la pellicola sia inevitabilmente commovente, non c’è mai da parte del regista il compiacimento di riprendere la morte dei malati di Aids, ma solo un’esigenza di creare una forma didascalica dell’epoca.
    La militanza è sempre un tema che mi affascina, per quanto tante azioni mostrate potrebbero sembrare demagogiche, soprattutto adesso, dove la disobbedienza civile e la politica attiva sono solo cose di cui si legge in mondi lontani, mi sono sentito dentro il film per tutta la sua durata.

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