Dalla rassegna stampa Cinema

Perché 120 battiti e gli altri titoli sulla storia lgbt sono importanti

Perché 120 battiti e gli altri titoli sulla storia lgbt sono importanti

Film come 120 battiti al minuto e miniserie come When We Rise e Queers aprono gli occhi sulla storia dolorosa del movimento lgbt, senza pietismi ma sottolineando l’importanza del ricordo

Il ritorno di Will&Grace, a cui l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva riconosciuto il merito di “aver educato il popolo americano più di ogni altra cosa“, è un segnale positivo in un momento storico in cui forze reazionarie sembrano riaffacciarsi da più parti. E allo stesso modo, se vogliamo utilizzare i film e le serie tv come specchio di una qualche sensibilità, lo sono tutti i personaggi lgbt che popolano lo schermo: da Star Trek: Discovery a Grey’s Anatomy, da Transparent a How to Get Away with Murder, da Orange is the New Black a Sense 8 la rappresentazione omosessuale, bisessuale e transessuale è ampia e diversificata.

Questa apparente “normalizzazione” della raffigurazione lgbt nei prodotti seriali, però, può comportare due tipi di problemi. Da una parte potrebbe farci pensare che la situazione della comunità è effettivamente positiva in toto, quando invece c’è ancora molta strada da fare, soprattutto in quei territori e in quelle classi sociali in cui il messaggio privilegiato di Hollywood attecchisce meno che in altri; dall’altra il rischio, in particolar modo per le nuove generazioni, è che la percezione dell’integrazione lgbt faccia perdere la portata storica di una lotta per i diritti civili che nei decenni scorsi è stata dura, dolorosa, in certi aspetti agghiacciante, e che ancora molti traguardi deve raggiungere (recentissima è la notizia di un attacco omofobo, a Roma, al regista Sebastiano Riso).

Ha dunque un effetto sicuramente rinfrancante vedere una miniserie come When We Rise di Gus Van Sant e David Lance Black, che già avevano collaborato in Milk. Il docudrama, la cui prima parte è andata in onda ieri sera su Sky Cinema (ma tutte le quattro parti sono già disponibili su Sky On Demand), racconta nell’arco di 45 anni la nascita e l’evoluzione del movimento lgbt per i diritti civili, superando gli ostacoli della repressione politica, delle terapie riparative, della piaga dell’Aids (chiamato all’inizio “l’immunodeficienza dei gay“), dei numerosi e continui tentativi di emarginazione e illegalizzazione.

Fondendo filmati originali dell’epoca con ricostruzione narrativa, le otto ore di questa serie seguono le vicende di attivisti come Cleve Jones, Roma Guy e Cecilia Chung dalle prime rivolte nel 1971 a San Francisco fino alla battaglia contro la Proposition 8 nel 2006. Nonostante alcune forzature drammatiche necessarie alla resa narrativa (ma Black ha passato quattro anni a documentarsi e lo stesso Jones ha riconosciuto “la veridicità globale” del racconto) e lo stacco temporale che comporta un cambio di attori (il cast stellare comprende Guy Pearce, Mary-Louise Parker, Whoopi Goldberg e Rosie O’Donnell), l’effetto è quello di una testimonianza dolorosa e necessaria: se oggi possiamo definirci liberi è anche perché migliaia di attivisti in quegli anni sono stati picchiati, arrestati e addirittura uccisi per difendere un ideale in una società che li riteneva deviati, immorali e pericolosi.

Al cinema in Italia dal 5 ottobre arriva poi anche 120 battiti al minuto, il film di Robin Campillo (già sceneggiatore de La classe, Palma d’oro 2008) che la Francia, dopo l’ottenimento del Gran Prix al Festival di Cannes 2017, ha deciso di candidare agli Oscar come miglior film straniero. Il film racconta le azioni spesso clamorose del nucleo francese dell’associazione Act Up che all’inizio degli anni Novanta si batteva per diffondere la consapevolezza sull’Aids, dopo un decennio di stillicidio nella più completa indifferenza generale. “Ho dovuto veramente vestire un mio amico che era morto“, ha dichiarato il regista, che è stato attivista dell’associazione in quegli anni e ha visto morire numerosi dei suoi compagni di protesta.

Il film è un magnifico e lancinante affresco di quell’epoca, in cui la malattia è vista quasi dall’interno, soprattutto quando la polvere sollevata nella discoteca in cui i giovani e impetuosi ragazzi vanno a liberarsi al ritmo della musica dance (da qui il titolo) si trasforma nei microbi che dilagano senza lasciare scampo. La tensione sessuale e amorosa dei due diversissimi protagonisti, l’irruento Sean, positivo, e l’inesperto nuovo arrivato Nathan, negativo, è immagina della polarità più grande di una società troppo goffa se non cieca nell’affrontare un virus che non vuole considerare suo; quella stessa tensione fra i due si trasforma in una scena di intimità difficile, irrefrenabile e liberatoria, prima di condurre verso l’epilogo tragico di un’intera generazione. Sullo sfondo l’impotenza colpevole della politica e l’indifferenza profittevole delle multinazionali del farmaco.

Titoli come When We Rise e 120 battiti un tempo sarebbero stati definiti scomodi: sono infatti l’esatto contrario di una certa concezione conciliante di tematiche che ancora oggi lasciato cicatrici profonde, lutti lancinanti; sullo schermo non ci sono gay integrati, transessuali determinate, lesbiche liberate, ma uomini e donne che sono stati colpiti duramente dalla Storia e che, rialzatisi, sono andati incontro a un destino di solitudine, malattia e morte affinché quella Storia potesse venire riscritta. A margine è interessante notare che, in Italia, proprio 120 battiti al minuto verrà distribuito come vietato ai minori di 14 anni: una scelta pruriginosa e insensata, ma che al di là di ogni cavillo tecnico impedisce ai più giovani, soprattutto, di recepire un messaggio storico fondamentale per loro più che per altri che di certe epoche buie sono stati testimoni più diretti.

Se da una parte, dunque, l’industria dell’intrattenimento ci restituisce il volto positivo e pacificato di una comunità lgbt che vive in mezzo a una società che la integra, il memento di altri titoli su un percorso accidentato, disperato ma alla fine vittorioso nonostante tutte le vittime è fondamentale. Il prossimo 11 ottobre, durante la giornata mondiale del coming out, la Bbc proporrà anche la miniserie Queers, una serie di otto monologhi che racconteranno i piccoli e grandi passi in avanti che sono stati fatti da quando, nel luglio 1967, nel Regno Unito si assistette a una prima, timida depenalizzazione dell’omosessualità.

Perché nella storia l’omosessualità è stata peccato, colpa, malattia, crimine. Questo non va mai dimenticato soprattutto in un periodo in cui la rappresentazione delle persone lgbt non è mai stata così ampia, sfaccettata e positiva sui nostri schermi. E perché il pubblico dei millenials sia ben consapevole che quella lotta non è finita e non finirà probabilmente mai, che i tentativi di riportare la diversità nell’ombra e nel fango saranno sempre dietro l’angolo, la visione di questi titoli storici dev’essere necessaria e consapevole. Non finiremo mai di alzarci in piedi, trepidanti e col cuore che batte all’impazzata, per difendere qualsiasi identità sia degna di questo nome.

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