Dalla rassegna stampa Cinema

Oscar, la Francia candida Robin Campillo

«Con 120 minuti al minuto Robin Campillo ci regala un’opera ambiziosa, impegnata, eccezionale su un soggetto drammaticamente universale e di costante attualità»

Oscar, la Francia candida Robin Campillo

Cinema. «120 battiti al minuto», nelle sale italiane il 5 ottobre, racconta la lotta di Act Up contro il silenzio sull’Aids nella Francia dei primi anni Novanta

Gran Premio della giuria all’ultimo festival di Cannes, 120 battiti al minuto rappresenterà la Francia agli Oscar nella categoria del miglior film straniero. Diretto da Robin Campillo – nelle sale italiane l’uscita è prevista per il 5 ottobre – si è imposto sugli altri due candidati, il molto bello Barbara di Mathieu Amalric, biopic poetico della cantante francese, e l’inguardabile Le Redoutable di Hazanavicius, parodia in stile Bagaglino del Sessantotto e di Jean Luc Godard. Adesso 120 battiti al minuto dovrà attendere il prossimo gennaio per conoscere la decisione finale dell’Academy sull’ammissione alla cinquina degli Oscar.
«Con 120 minuti al minuto Robin Campillo ci regala un’opera ambiziosa, impegnata, eccezionale su un soggetto drammaticamente universale e di costante attualità» si legge nel comunicato del presidente del Centro nazionale del cinema (CNC) Frédérique Bredin.

La storia si svolge a Parigi all’inizio degli anni Novanta, e segue la lotta degli attivisti di Act Up per rompere il silenzio sull’Aids, che continua a fare molte vittime, chiedendo al governo di informare sulle misure per prevenirlo. Anche grazie a spettacolari azioni di protesta Act Up guadagna sempre più visibilità. Il giovane Nathan comincia a partecipare alle iniziative del movimento e inizia una relazione con Sean, uno dei militanti più radicali.

«Ho avuto bisogno di tempo per parlare dell’Aids – ha detto il regista – Nel 1982 avevo vent’anni, avevo intuito che stava accadendo qualcosa di molto, molto serio. Abitavo in provincia, avevo dei fidanzatini ma non frequentavo l’ambiente gay. Sui giornali come «Liberation» sono cominciati a uscire i primi articoli sul sarcoma di Kaposi, mentre «Paris Match» aveva pubblicato delle fotografie terribili di una coppia omosessuale malata. I testi erano deliranti. Non sapevamo nulla sulla malattia, c’era molta inquietudine. Nel 1992, dopo dieci anni di epidemia, mi sono unito a Act Up. Ero furioso, la società aveva marchiato i gay come ’gruppo a rischio’ eppure non avevamo diritto ad alcuna visibilità».
Per quanto riguarda invece l’Italia si è in attesa che una commissione scelga tra i quattoridici titoli iscritti per autocandidatura.

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