Cinema

"120 battiti al minuto" da giovedì nelle sale. Recensione e incontro con autore e protagonista

120 BATTITI AL MINUTO di Robin Campillo

Recensione del critico Sandro Avanzo

Voto: 

Sangue (finto) e corpi (veri). Robin Campillo ricorre ai ricordi della propria esperienza personale per realizzare il suo terzo film, un film necessario oggi più che mai in una società che attualmente rimuove e scansa le informazioni e le campagne sul pericolo del contagio da HIV, trincerata dietro al comodo paravento di salvifici cocktail di farmaci e di pillole del giorno prima. Con grande consapevolezza il regista si fa testimone della realtà parigina dei primi anni ’90, quando gli attivisti di Act Up erano i soli ad occuparsi fattivamente della lotta all’Aids, con assistenza agli affetti da HIV e lotte sia contro le grandi case farmaceutiche che usavano i gay malati come cavie per testare i nuovi medicinali ma anche contro il governo che restava praticamente inerte verso il diffondersi del contagio. Da una parte le azioni nelle scuole per diffondere le informazioni corrette come l’uso del preservativo o le incursioni a colpi di bombe di sangue finto negli uffici delle multinazionali farmaceutiche, dall’altra una società civile chiusa dentro le mura della propria confusione, paura e ignoranza sull’infezione da HIV, sulle modalità della propagazione, sulle condotte sessuali da praticare, sulle prevenzioni da attuare.

Solo uno sguardo che partiva dall’interno del collettivo, dalla determinazione, dall’urgenza della situazione, dal dolore per gli amici che cadono come mosche, da una vita di cui si intravede la prossima fine poteva spingere ad azioni spettacolari grazie alle quali il gruppo poteva conquistare l’attenzione dei media e arrivare a smuovere l’immobilità della politica.
Quello sguardo che vedeva obiettivi molto pratici ma non aveva un programma politico precostituito ha però finito per diventare la base della coscienza politica di un’intera generazione. Non con uno sguardo unitario, come non erano unitarie le posizioni e le idee dei componenti del movimento, ma è stato quell’obiettivo comune a tenerli uniti, a muoverli tutti e a dar loro la forza di combattere e di progettare le azioni e le provocazioni più adeguate da mettere in campo. Ci si accapiglia in interminabili discussioni e in progetti che sono la messa a punto di autentiche tattiche di guerra (e il film ne riporta dettagliatamente gli interminabili dibattiti infuocati, ne mette in risalto sfumature e contrasti), ma è in quelle anonime aule bianche piene di fumo fuori dalla porta che si esercita la vera partica democratica, è lì che l’ideologia diventa una vera pratica di lotta e di vita. E se di giorno si discute e si agisce, di notte ci si scatena in discoteca sulle note dei Bronsky Beat o della house music.

L’andamento della storia viene scandita proprio dall’alternanza tra le riunioni politiche dei collettivi e gli sballi d’insieme in discoteca, con le vicende private dei vari personaggi e le azioni d’attacco a fare da materia di raccordo. Così tutto il film diventa un’unica ininterrotta esaltazione della forza vitale degli individui – è importante sottolinearlo – un canto alla vita che si esprime tanto nell’azione politica quanto nel godimento dei piaceri che il sesso può dare ai corpi quando si accoppiano. Tragedia, amicizia, urgenza ed euforia provocatoria sono tutte materie di una medesima esistenza, sono gli aspetti differenti ma equivalenti che compongono “la vita”. Lo sono per i gay che all’interno del collettivo scoprono l’amore (di coppia), per chi è malato conclamato come per i sieropositivi o per i long time companion non infetti che sostengono i “fidanzati” infermi, per le lesbiche maniache dell’efficacia della comunicazione come per le madri di figli contagiati per trasfusioni infette.

Come nei film che ha sceneggiato per Laurent Cantet, qui Robin Campillo mette in atto una polifonia di voci individuali orchestrate in discussioni dall’insieme sinfonico, una struttura corale centrata sulla dimensione del gruppo, interessato più al carattere e ai sentimenti dei personaggi che non al loro agire, anche se è questo a sviluppare la storia. Spesso con una buona dose di umorismo, come nel caso in cui si fornisce la ricetta perfetta per ottenere il sangue finto nella vasca da bagno o nella scena in cui un militante malto fa autoironia sul cliché del “vivo le mie ore molto più intensamente, con furore e ardente vitalità? Tutte balle! Vivo e basta!”. Il regista ci racconta l’amore e la morte, l’amore di Nathan (capitato quasi per caso a una riunione di Act Up) per Sean, il militante integralista infettato dal suo primo uomo, il suo professore di matematica al liceo, e ci racconta di come Nathan accompagni Sean lungo tutto il percorso della malattia fin oltre la morte mostrata in sequenze più che strazianti nei semplici atti della cura del cadavere. Da un lato Campillo gira un’opera documentaria precisa per clima e umori che ricostruiscono la situazione di un paese impreparato ad affrontare la “peste del secolo”, di una scienza a cui si chiede di risolvere in breve un problema epocale, di una politica impreparata ad arginare l’epidemia deflagrante, di multinazionali che vedono solo il vantaggioso lato commerciale, dall’altro lato la stessa precisione documentaristica viene applicata da Campillo nella ricostruzione interna dei movimenti, nel ritratto del clima, delle tensioni e delle differenze tra i vari gruppi che insieme e separati si occupavano della questione Aids (a tal proposito si devono citare le divertentissime e quasi assurde regole di gestione delle assemblee, con lo schioccare delle dita che doveva sostituire l’applauso).

Momenti topici della regia: la Senna che diventa un infinito scorrere di sangue e i coriandoli rosa che al microscopio si mutano nel virus all’interno delle cellule. Non siamo davanti a un’ennesima variante di Love Story, questa volta in chiave gay, perché senza retorica o facili pietismi il calcolato equilibrio di questioni sociali e personali, di pulsioni vitali e di morte, di istanze di divertimento e di fantasmi del lutto, ne fanno un’opera del tutto singolare e innovativa. Siamo dentro a un cinema che è cinema sincero; in ogni fotogramma se ne sente l’urgenza ad essere utile a chi lo guarda, materia di riflessione per chi da quel periodo è uscito indenne nella salute ma mutato nella coscienza e insieme testimonianza storica ed esempio praticabile per la nuova generazione disillusa dal presente. Parte integrante della riuscita del film è la prova collettiva dei protagonisti Nahuel Perez Biscayart, Arnaud Valois, Adele Haenel e Antoine Reinartz, tutti di grande generosità ed estrema veridicità, sempre lontani dalla retorica e dagli stereotipi. In un’ideale linea tematica-temporale 120 battiti al minuto ha la stessa importanza e si va a porre accanto a Che mi dici di Willy? di Norman René, a Philadelphia di Jonathan Demme e a I Testimoni di André Téchiné.

Sandro Avanzo


L’incontro con il regista Robin Campillo e l’attore Arnaud Valois

a cura di Roberto Mariella e Antonio Schiavone

Anteprima di “120 Battiti al minuto” distribuito in Italia da Teodora Film, sabato 30 settembre 2017 al Cinema Anteo di Milano, presenti il regista Robin Campillo e l’attore Arnaud Valois
Introduce Vieri Razzini (direttore di Teodora Film

Vieri Razzini
Quello che posso dire, la mia impressione da Cannes, è che questo non è solo un film sulla militanza, ma è proprio un film militante. Mi sembra un buon esempio anche per l’oggi, cioè il fatto che si può fare qualcosa contro lo stato delle cose, indipendentemente dal campo specifico di cui parla il film. Poi il film è ricchissimo di spunti e quindi immagino che abbiate delle curiosità.

Robin Campillo
Credo che questo non sia soltanto un film sulla militanza e sulla associazione ACT_UP. Vi posso raccontare la mia esperienza personale che è alla base di questo film. Io avevo trascorso dieci anni praticamente paralizzato, ero un giovane gay, tra l’82 e il 92, l’epidemia che dilagava in quegli anni mi aveva riempito di paure, un’epidemia che toccava in modo specifico gli omosessuali, le prostitute e i tossicomani e io ero del tutto incapace di immaginare anche il mio futuro di cineasta, ciò che desideravo fare, e non sapevo che tipo di film potevo fare sull’AIDS, finché nel 1992 sono entrato a far parte in ACT-UP, questa associazione piena di energia gioiosa, ma anche incredibile, perché naturalmente la morte era presente ogni giorno per tutti noi, ma per me questa scelta, come per molti altri, ha rappresentato la capacità di reinventare me stesso attraverso tutte le azioni che faceva questa associazione, attraverso la possibilità di tradurre in immagini, in manifesti, in cartelli, in parole che venivano pronunciate questo intento che ciascuno di noi condivideva, quello di modificare la percezione che la società aveva allora sull’epidemia e sulla sieropositività. Ad un certo punto mi sono reso conto che non si trattava di fare un film sull’Aids, che di per sé non è un soggetto cinematografico, ma di fare un film su un momento di metamorfosi, un momento in cui si è trovata la forza di tradurre la nostra volontà di farci vedere, di farci conoscere, rispetto all’immagine che veniva data di noi e di tutti i malati, attraverso dei gesti e dei movimenti, nella speranza di tradurre una malattia che di per se è comunque gravissima, in qualcosa comunque di più positivo.

Domanda dal pubblico
Una cosa che mi ha colpito è la relazione tra il momento politico e le scene di festa, una relazione che forse suggerisce anche il titolo, che può riferirsi a tutti e due, e che anche il montaggio nella parte finale sembra suggerire.

Robin Campillo
Si è vero l’house music è stata un po’un sottofondo di quell’epoca e ha accompagnato il momento dell’epidemia. Con questo io ho un po’ barato, non è che tutti gli appartenenti ad ACT-UP ascoltassero la house music, però di per sé era un genere musicale festoso che indica in qualche modo la voglia di piacere e di provare piacere, ma contiene anche un po’ di inquietudine e di melanconia e in questo senso riflette il nostro stato d’animo di allora, che cosa vivevamo allora. Il nostro desiderio era il fatto di rivendicare la possibilità non soltanto di sopravvivere alla malattia e di avere una vita normale, di lavorare, ma anche appunto di andare in discoteca, di ballare, di fare una festa, di fare sesso, di drogarci, di riuscire a sfruttare questo talento naturale per il piacere, e poi perché la militanza, soprattutto quella militanza non era triste, lo era per certi aspetti certo, ma era anche un momento molto gioioso, carico di energia e di vita. Le riunioni duravano quattro ore, quattro ore e mezza, ma alla fine avevamo ancora voglia di stare insieme e andare al ristorante, per trascorrere ancora il tempo insieme e riuscire a comunicare, a scaricare l’energia che durante le riunioni avevamo accumulato. Vorrei anche aggiungere che per me era importante avere queste sequenze di ambientazione nei locali notturni, nelle discoteche, un po’ perché l’epoca descritta dal film risale a venticinque anni fa, e per me è un po’ anche un addio alla giovinezza; ma mi interessava anche lavorare con il tempo, e in particolare il tempo trascorso in questi luoghi, che hanno un’analogia con la sala cinematografica, sono luoghi bui, in cui si è in compagnia di altre persone, ma in fondo si è anche da soli. Ecco perché le scene dei locali accompagnano tutto il film, fino alla scena finale in cui l’elemento della solitudine, pure in compagnia degli altri è cosi presente. Mi piaceva anche di mostrare questa comunità di persone come un insieme di fenomeni luminosi, di stelle che possono spegnersi da un momento all’altro e ancora una volta torna l’analogia con il cinema, rispetto a attrici e attori che oggi non ci sono più.
Domanda del pubblico
Mi è sembrato di capire che alcune scene fossero materiale d’epoca, forse alcune manifestazioni, se è così volevo chiederti perché così poco materiale d’epoca e poi una curiosità, si parla nel film del rapporto tra la sede locale della società farmaceutica e la sede degli Stati Uniti. C’era anche un rapporto di qualche tipo per concordare le azioni tra la sede parigina di Act Up e quella americana?.

Robin Campillo
Per quanto riguarda i rapporti tra ACT-UP negli Stati Uniti, New York e San Francisco e ACT-Up Paris eravamo in contatto perché l’associazione è nata negli Stati Uniti ma poi si è sviluppata e formulata in base a delle realtà molto locali. I contatti erano particolarmente forti per quanto riguardava le cure, i trattamenti che allora c’erano. C’erano gruppi di malati seguiti a livello continentale negli Stati Uniti e in Europa e c’era uno scambio di informazioni rispetto a quello che le case farmaceutiche nei vari paesi comunicavano, e spesso erano informazioni in conflitto, perché c’era una disparità di trattamento tra un paese e l’altro, addirittura si metteva un paese contro l’altro. E una delle nostre inquietudini a livello di militanza, e questo ci creava un problema etico, era il fatto che noi eravamo molto forti nel contrastare le case farmaceutiche e rivendicare la ricerca e la possibilità di disporre di molecole per il trattamento della malattia, e temevamo che a quel punto rivendicandole noi, gli stessi farmaci non sarebbero arrivati negli altri paesi.
Riguardo all’altra domanda i filmati d’archivio che sono presenti nel film non sono molti, ma in realtà ce ne sono tantissimi conservati da ACT-UP Paris, io però volevo che il mio film fosse un film di finzione, per quanto ispirato a fatti e personaggi reali, però a tratti volevo ricordare quanto eravamo giovani in quegli anni di lotta, e quindi mi sembrava importante mostrare al di là dei miei personaggi e dei miei attori giovanissimi, le immagini di allora, delle manifestazioni e delle azioni. In particolare uno dei personaggi, Jérémie, l’ho conosciuto bene, si ispira ad un personaggio reale che ho incontrato, che aveva ventuno anni, si era unito anche lui all’associazione, ed è morto tre mesi dopo, era un grande fan di Godard, e anche lui come me voleva fare cinema. Il materiale disponibile in questo momento è molto, tantissimo materiale riguarda filmati televisivi, e io che nasco come montatore, e come montatore televisivo, montavo il telegiornale, spesso mi ritrovavo alla mattina a fare manifestazioni e azioni insieme ai compagni, e poi a mezzogiorno a montare il servizio per il notiziario, a quel punto toglievo le immagini di me stesso. Ci sono anche tanti film in Francia realizzati sul movimento e sull’AIDS di quegli anni, che hanno però valenza locale, ma ce n’è uno in particolare, di un mio amico “Portrait d’une présidente” su Cleews Vellay che è stata uno dei presidenti di ACT-UP, a cui si ispira il personaggio di Sean nel mio film. Al momento c’è un dibattito in Francia per creare un grande archivio LGBT che conservi tutto questo materiale storico.

Domanda del pubblico
Visto che sei abituato all’elaborazione di gruppo, a livello di sceneggiatura, che politicamente è precisissima e coglie il senso di argomenti molto complessi, quanto è stata collettiva, quanto ti sei fatto aiutare da altre persone nella stesura della sceneggiatura.

Robin Campillo
Io ho scritto con la collaborazione di un’altra persona, che però non ha scritto, ma ha parlato con me, anche lui è un ex militante, anzi lui lo è ancora, una figura storica di ACT-UP Paris. Avevo bisogno del confronto per un motivo preciso, io non volevo fare un documentario con questo film, volevo fare un’opera sicuramente realista nella narrazione, in particolare di tutto quello che è stato fatto da parte dell’associazione in quegli anni, ma basandomi esclusivamente sulla mia memoria, sui miei ricordi che si sono veramente impressi nella mia mente. E’ stata un’esperienza talmente forte che li ho registrati con una precisione straordinaria, e appena sono andato a scavare nella mia memoria li ho ritrovati intatti. E volevo proprio riprodurre le emozioni, i sentimenti che ho vissuto in quegli anni facendo parte dell’associazione, mettendoli però ovviamente in prospettiva, un po’ come avviene per un edificio. Ecco perché avevo bisogno del dialogo con un’altra persona, per evitare di rischiare di trovarmi troppo lontano dalla realtà dell’associazione in quegli anni. La verifica che ho fatto è stata un po’ sulle case farmaceutiche, cioè sull’aspetto di quello che erano in particolare i trattamenti e le cure di allora, ma volevo veramente raccontare la ricchezza di questa esperienza sul piano umano, sensoriale, sensuale, e il modo in cui ha davvero creato una metamorfosi in tutti noi che vi abbiamo fatto parte.

Domanda del pubblico
Io ero curiosa di sapere da Arnaud Valois se conosceva prima bene l’esperienza di ACT-UP, come è arrivato a questo film, evidentemente c’è un’età diversa, e che ci raccontasse un po’ l’approccio a questo ruolo, che è un ruolo tutt’altro che facile.

Arnaud Valois
Avevo otto o dieci anni all’epoca dell’ambientazione del film, quindi ho naturalmente un ricordo da bambino, e in particolare per quanto riguarda le manifestazioni più clamorose, come quando avevano ricoperto l’obelisco a Parigi con un enorme preservativo. Ho scoperto l’identità specifica, particolare di ACT-UP Paris avvicinandomi a questo film, ho capito fino in fondo lo stato d’animo dei militanti, la loro forza. Tendevo nella mia mente a confondere l’associazione con tante altre che c’erano a Parigi. E poi mi sono ritrovato a fare parte di questo film. Io non recitavo da sei anni, sino a quando un anno e mezzo fa la direttrice del casting di Robin mi ha telefonato, mi ha chiesto se facevo ancora l’attore, e la mia risposta è stata no, mi ha chiesto se ero disposto a fare dei provini, e la mia risposta è stata no, e lei mi ha parlato del progetto, e a quel punto io in quanto gay ho avuto il desiderio di partecipare a quello che ritenevo essere un film veramente importante. Era importante raccontare questa storia che lei mi aveva descritto, mi aveva toccato a livello personale, ritenevo che fosse importante mostrare quell’epoca al cinema e quindi ho accettato. E non è stato in realtà così difficile entrare nella pelle dei personaggi, per merito innanzi tutto di Robin, che non ci ha messo nessuna pressione, non ci ha mai chiesto di imitare questi personaggi che sono realmente esistiti, non ci ha chiesto di diventare esperti nella materia, nell’attivismo, nella militanza, né in altri aspetti che hanno coinvolto l’associazione, non ci ha mai detto ‘attenti, state per interpretare dei personaggi molto importanti, e quindi dovete fare questo e quest’altro’, ci ha semplicemente chiesto di leggere un libro che è stato scritto da Didier Lestrade, il primo presidente di ACT-UP Paris e di vedere due DVD, uno è il film che Robin ha citato prima, e l’altro un reportage, e poi per il resto ci ha detto di non documentarci troppo, di non legarci troppo alla realtà storica, di avere fiducia in noi stessi e fiducia in lui. Ci ha detto ‘questa è la mia storia, io voglio che voi conserviate la vostra leggerezza e la vostra ingenuità nel riprodurla’.

 

 

 

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