Basta che funzioni

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Basta che funzioni

Dopo aver fallito professionalmente e come marito, e dopo un tentativo di suicidio, il re dei brontoloni Boris Yellnikoff, trascorre le giornate irritando gli amici che ancora gli restano con le sue lunghissime tiritere sull’inutilità del tutto. Ex professore alla Columbia University, autoproclamatosi genio candidato al premio Nobel per la Meccanica Quantistica, una notte mentre sta per rientrare nel suo appartamento viene avvicinato da una giovane fuggiasca, Melody St. Ann Celestine, che lo prega di lasciarla entrare nel suo appartamento.
Melody è un’ingenua ragazza del Mississippi, che prende alla lettera ogni commento sarcastico fatto da Boris e per aiutarla Boris non fa che ripeterle che è solo una stupida ragazzina senza cervello troppo fragile per vivere a New York: ciononostante acconsente a farla restare per qualche notte. Col passare dei giorni però, Melody si sistema e anzi riesce addirittura a calmare Boris durante uno dei suoi soliti attacchi di panico invitandolo a guardare con lei un film di Fred Astaire alla televisione. Ascoltando Melody, Boris comincia a considerare positivamente e inaspettatamente il fattore fortuna, e a valutare la pur scarsa probabilità che le strade di due persone così diverse possano invece incrociarsi. E’ l’inizio di una serie di intrecci sentimentali che coinvolgeranno persino la puritana madre della ragazza, venuta a New York per cercarla, un aitante pretendente, e il padre di Melody che troverà il coraggio (e l’occasione) per dichiararsi gay…

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6 commenti

  1. zonavenerdi

    Giovane ingenua, incontra e sposa un signore di mezza età brontolone e ipocodriaco. Con passare del tempo lei si fa una vita, lui pur migliorando rimane vittima dei propri difetti.

    I testi sono spiccatamente e incontrovertibilmente di Woody Allen e questo è il difetto del film …

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” Woody Allen, lascia i set europei e torna nella sua New York per mettere in scena la sua commedia più amara, più cinica, quasi un testamento di comicità yiddish.
E il regista newyorkese, 73 anni, lo fa con un film tutto da ridere (e da riflettere) dal titolo «Basta che funzioni» nelle sale da oggi in 340 copie distribuite da Medusa….” (Francesco Gallo, La Gazzetta di Parma)

“E’ tornato Woody Allen, quello grande, quello di una volta. Basta che funzioni è un distillato perfetto del meglio dell’attore- regista. Ci sono tutti gli ingredienti suoi classici: un drappello di personaggi chiusi in ambiente socio-culturale circoscritto, una comunità di ebrei, un protagonista brontolone, cinico, micro megalomane, pieno di sé, discussioni infinite intorno aun tavolo, scorci della Grande Mela, una serie crescente di battute fulminanti e di dialoghi spiazzanti (tipo: «Dio è gay» – dice uno,«mache dici – risponde l’altro – ha creato il mondo con i fiori, le piante, le montagne, i laghi…», «infatti – chiosa il primo – è un arredatore »), un concentrato di umorismo yiddish, una sagace scorrettezza, una esasperata considerazione dell’abiezione dell’uomo medio, senza qualità.” (Alberto Crespi, L’Unità)

“Nell’America di Obama Allen riparte dal cinema di Frank Capra, citato da Yellnikoff, e racconta una fiaba dove tutto è possibile, che ha il ritmo della commedia classica, con la bella solare e ottimista che va pazza per il burbero (finto?) pessimista pieno fobie, e la potenza di un clash culturale. L’America bigotta e reazionaria dei religiosi e dei conservatori armati, la madre e il padre di Melody, a New York lascia esplodere le pulsioni represse: lei diventa un’artista concettuale e vive con due uomini, lui fa il coming out… Whatever Works – titolo orginale, il doppiaggio è atroce – è un film libero, variazione spassosa e melanconica sulla morale, l’amore, la vita.” (Cristina Piccino, Il Manifesto)

“Il regista torna nella sua New York per mettere in scena la sua commedia più cinica, quasi un testamento di comicità yiddish. Lo fa con un film tutto da ridere (e da riflettere) dal titolo “Basta che funzioni”, da oggi nelle sale. Protagonista assoluto e alter ego di Allen è Boris (Larry David), irascibile misantropo, fallito sia come marito che come suicida, ex fisico in odore di Nobel, ma ormai poco più di un brontolone che ce l’ha con tutto e tutti ed è nemico giurato delle banalità del mondo moderno… Piomberanno poi nella storia la puritana madre della ragazza e anche il padre, che a New York troverà la sua vera sessualità: si scoprirà gay. Ma anche per il cinico Boris non mancherà l’happy end” (Corriere della Sera)

“La miracolosa aria di Manhattan resuscita Woody Allen, cinematograficamente deceduto (a sua
insaputa) da circa 20 anni. (…) Eccellenti personaggi bigotti presto alla spassosa deriva liberal a New York. Woody invoca Brando/Kurtz e la necessità di una licenza per procreare, come per pescare. Ci indottrina col tono e i tempi del nobile intrattenimento radiofonico. Bentornato.” (Alessio Guzzano, ‘City’, 18 settembre 2009)

“Magro e allampanato, pantaloni a scacchi e t-shirt sdrucite, Larry David è un cabarettista tv. Nel film si muove come Allen, ma senza fare del personaggio finto-odioso una macchietta. Non è la solita zuppa direbbe Bianciardi. E anzi tutto il film segna un punto all’attivo nella carriera declinante del regista: per come smantella i cliché newyorkesi sui “bianchi” del sud, per come intreccia i casi anche sessuali dei personaggi, per come imbastisce il gioco delle coincidenze, al di là delle prevedibili battute strappa applauso. Poi, certo, Woody continua ad incarnare un modello intellettuale (ed estetico) intramontabile, almeno per una certa opinione pubblica progressista: l’America – ironica, cotta, metropolitana, psicoanalizzata, civile e pacifista, in definitiva europea – nella quale amiamo rispecchiarci, tanto più oggi che alla Casa Bianca non siede più un texano dal grilletto facile ma un atletico afroamericano.” (Michele Anselmi, ‘Il Riformista’, 18 settembre 2009)

“Commedia a prima vista semplice, in realtà ‘Whatever Woks’ è un film complesso. Ricorre a battute ciniche come non mai eppure va a parare quasi in un panegirico dell’amore: retto sì dal caso, come tutte le sorti umane, ma che in fondo può pioverti addosso in qualsiasi momento. Se nella prima parte il film pare un caso estremo di cinema monologo, la seconda accantona un po’ l’invadente Boris per lasciare spazio agli altri. La capacità alleniana di scrivere battute divertenti è inalterata; però lo spettatore conosce ormai troppo bene il repertorio per non avvertire un senso di già sentito. L’andamento divagativo degli episodi, invece, è più libero, più creativo. A momenti evoca i percorsi deboli, i personaggi instabili di quello che è ormai uso chiamare il ‘cinema moderno’: i film della Nouvelle Vague francese e delle altre ‘correnti’ europee anni 60 a cui Allen si è sempre ispirato.” (Roberto Nepoti, ‘la Repubblica’, 18 settembre 2009)

“Vivicissima, verbosa, incalzante, spiritosa, la commedia pare a volte un po’ stucchevole, saltellante: ma insieme con il vuoto e buffo brillare sta la malinconia della vita che non c’è più. Molto bello.” (Lietta Tornabuoni, ‘La Stampa’, 18 settembre 2009)

“Dialoghi smaglianti e incendiari, situazioni proposte a lungo ma sempre con una vivissima dinamica cinematografica interna; con la conseguenza che i ritmi, oltre che fluidi, sono quasi aggressivi, non concedendoci altre pause al di fuori dei pepatissimi commenti di quel protagonista verso di noi, con il gusto di farsi avanti da un proscenio. Regge splendidamente quei commenti, e tutte le sfumature del personaggio, un attore come Larry David, degno ad ogni svolta, della sua fama di attore comico di prim’ordine.” (Gian Luigi Rondi, ‘Il Tempo’, 18 settembre 2009)

“Il ritorno a New York giova ad Allen, che ne sa rendere le strade meglio che i panorami di Barcellona. Inoltre le psicologie degli ebrei di Brooklyn gli riescono più che quelle dei seduttori catalani. E soprattutto fa piacere vedere che Allen s’è liberato (o viceversa) di Scarlett Johansson, trovandone un alter ego nella Wood, così brillante nel mostrare l’«intelligenza di un’ostrica».” (Maurizio Cabona, ‘Il Giornale’, 18 settembre 2009)

“Woody Allen dà sfogo al suo pensiero critico, puntando il suo dito indignato sulle stupidità del mondo, e non senza una buona dose di autoironia. L’unico problema, forse, è che questo mondo ridicolo che tanto egli addita, alla fine gli piace. La sua non è una critica dall’interno, radicale anche se ironica, ma un gigioneggiare geniale, galleggiando sui relitti lussuosi di quella modernità occidentale. Anzi, newyorchese.” (Dario Zonta, ‘L’Unità’, 18 settembre 2009)

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