Dalla rassegna stampa Cinema

Manhattan Project, Allen è quasi Einstein

…L’America bigotta e reazionaria dei religiosi e dei conservatori armati, la madre e il padre di Melody, a New York lascia esplodere le pulsioni represse: lei diventa un’artista concettuale e vive con due uomini, lui fa il coming out…

BASTA CHE FUNZIONI DI WOODY ALLEN, CON LARRY DAVID E EVAN RACHEL WOOD, USA 09

Basta che funzioni. Se lo ripete spesso Boris Yellnikoff, fisico brillante che dopo un matrimonio trentennale finito male e un suicidio fallito, lascia la comoda esistenza di professionista accademico per diventare filosofo nei giardinetti del Village dove insegna gli scacchi ai bambini maltrattandoli senza pietà. Il resto del tempo lo trascorre coi compagni di discussioni al bar, ostentando una maschera di cinismo scettico contro il mondo e i «vermetti» che lo popolano non degni del suo sublime genio. Un po’ come quella sparuta fanciulla bionda dal nome altisonante, Melody St. Anne Celestine, ex-reginetta di bellezza fuggita da un’opprimente cittadina del Mississippi. Un’aborigena rozza contadina che riesce però a entrare in casa, e nella sua vita, nonostante le resistenze del nostro. Lei che non sa nulla comincia a vedere il mondo coi suoi occhi assumendo le sue massime come uno speciale occhiale 3D, lui si affeziona al piacere di una casa non più vuota anche se con puzza di baccalà. Finiranno per sposarsi e un anno dopo di vita coniugale al pubblico a cui il personaggio parla è costretto a dire: «Non è tanto male». Forse pure questo è un «cliché» come boccia Yellnikoff qualsiasi frase dei «comuni mortali» costretto però a ammettere che talvolta funzionano bene, semplificano le cose essenziali.
Woody Allen torna a New York dopo molti film in giro per il mondo, «perde» Scarlett Johansson e trova una nuova bionda, la finta ingenua Evan Rachel Wood, e soprattutto Larry David, attore ben allenato alla commedia nevrotica con Seinfeld, serie tv di enorme successo. Qui perfetto alter ego di Allen, con il suo umorismo ebraico implacabile che inietta Groucho Marx in Chaplin, la Quinta di Beethoven nel jazz, il musical di Fred Astaire nei volteggi del caso e del cuore. Complice la fotografia di Harris Savides, che ha inventato la luce di Last Days e di tutti i film di Gus Van Sant, ma anche Wong Kar-wai, Scorsese, Fincher, e illumina nel film di Allen una New York eccentrica, quasi «outsider», percorsa dai personaggi con meno tenerezza, ma non per questo meno importante, anzi centro magico di impossibili alchimie.
Nell’America di Obama Allen riparte dal cinema di Frank Capra, citato da Yellnikoff, e racconta una fiaba dove tutto è possibile, che ha il ritmo della commedia classica, con la bella solare e ottimista che va pazza per il burbero (finto?) pessimista pieno fobie, e la potenza di un clash culturale. L’America bigotta e reazionaria dei religiosi e dei conservatori armati, la madre e il padre di Melody, a New York lascia esplodere le pulsioni represse: lei diventa un’artista concettuale e vive con due uomini, lui fa il coming out… Whatever Works – titolo orginale, il doppiaggio è atroce – è un film libero, variazione spassosa e melanconica sulla morale, l’amore, la vita.

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