Che colpa abbiamo noi. Limiti della sottocultura omosessuale
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Che colpa abbiamo noi. Limiti della sottocultura omosessuale

“Il libro è stato scritto per senso del dovere, per dare voce ad istanze di giustizia e verità intessute con la mia esperienza personale, sociale e professionale in una fase di maturità che prelude al passaggio del testimone. Pertanto il tono è da “padre fondatore” e la lingua è “profetica”, infuocata perché la severità è d’obbligo quando si prende sul serio la vita in una veste ufficiale.
Mi rivolgo direttamente agli omosessuali quali interlocutori e destinatari privilegiati, valorizzati e concepiti come capaci di assumere responsabilità, cambiare ed evolvere, soggetti forti e non “deboli”, uomini e non “ragazzi” o minori; sullo sfondo tutti gli altri sono convocati quali testimoni e uditori. La critica è sistematica e rigorosa, in alcuni passi una paternale comprensiva di rimprovero, che è in realtà una forma e un’occasione di “soccorso” da parte di uno tra i migliori avvocati della causa.
Di fronte alla provocazione e allo schiaffo morale i superficiali si limiteranno al primo acchito, chi ha orecchie per intendere ascolterà il messaggio sostanziale, che è l’appello a dare il massimo e il meglio delle proprie risorse. Sarebbe più facile e gratificante fare il diplomatico, il morbido e l’indulgente, è molto alto il costo dell’atteggiamento pedagogico e giudicante che esige la funzione pubblica connotata dalla coerenza.
Ad essere sincero, fossi negli altri, rubricherei la mia figura di “moralista omosessuale” tra le specie da proteggere, a prescindere dal contenuto delle perorazioni. Perché criticare con attenzione è partecipare con generosità, astraendo da motivazioni private politiche economiche mondane…
Da un lato c’è un apparente progresso (industrializzazione, circuiti commerciali e web, campagne informative aggressive), dall’altro lato permangono atavismo e immobilismo da «Cristo si è fermato ad Eboli».
In secondo luogo, nessuno lavora per la res-publica omosessuale, cioè per il civismo nelle relazioni interpersonali tra omosessuali, essendo quasi tutti gli sguardi e gli sforzi rivolti all’esterno, vuoi per sovvertire vuoi per assimilare i modelli imperanti.
Al contrario, siamo succubi di “cosa nostra” e della “casta” gay, non esiste una comunità degna del nome e neppure una lobby, però abbondano i faccendieri, gli affaristi e i manipolatori che sfruttano le esigenze e le sofferenze degli omosessuali. Insomma, tanti padroni fomentatori di licenza, ma pochissima libertà di pensiero e di espressione.
La dimostrazione è il linguaggio allusivo e non comunicativo (coming out, omofobia, etc.), fatto di parole selezionate da altri, usate con criteri pubblicitari e “mediatici”, una politica con due o tre punti programmatici di pura facciata. D’altronde, come ha detto la poetessa polacca Wislawa Szymborska: «Le persone si istupidiscono all’ingrosso, e rinsaviscono al dettaglio».
Gli stessi che protestano per le discriminazioni e i pregiudizi, accettano supinamente il rigido codice di comportamento e di interazione del cosiddetto “mondo gay”, da cui dipendono l’invivibilità quotidiana e l’assenza di progettualità, e che andrebbe considerato la minaccia più insidiosa e grave alla nostra realizzazione.” [M. Moretta]

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