Salò o le 120 Giornate di Sodoma

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Salò o le 120 Giornate di Sodoma

E’ il testamemto involontario di Pasolini, un film difficile, duro, quasi disgustante. Disgustante era l’immagine che Pasolini voleva dare dei gerarchi fascisti, usando le peggiori e più abominevoli allegorie. Sadismo, perversione, follia omicida, il peggio del peggio. Anche il sesso ed il rapporto omosessuale vengono trasformati in orrore, diventano solo un mezzo per umiliare e soggiogare, come preambolo alla distruzione finale, totale. Se era questo che Pasolini voleva dirci, cioè quanto il potere fascista potesse essere abominevole e orripilante, c’è perfettamente riuscito. Metafora politica. Solo per palati forti (a prova di chiodi). “L’ultimo film di Pasolini, uscito postumo, fu definito dall’autore “un mistero medioevale”. Pasolini intendeva dire che ogni sequenza, ogni atto, ogni momento del film alludeva ad altro, proprio come nei Misteri medioevali ogni “quadro” rappresentato evoca altro, una storia sacra o profana. La grande complessità – e la violenza narrativa, quasi intollerabile – di Salò nascondono numerosi segreti, situazioni cifrate, allusioni, appunto, a ciò che Pasolini si rifiutava di raffigurare e mettere in scena direttamente: il presente, il degrado dell’Italia, ammorbata dalla televisione e dallo sviluppo senza progresso. Geniale “tradimento” di de Sade e audace dissimulazione storica (la Repubblica Sociale è solo un “cartone” metaforico), Salò aggredisce lo spettatore precipitandolo in un incubo senza pietà e senza vie di salvezza, dove i rituali di perversioni e violenze rimandano surrettiziamente al presente. Mostra aberrazioni perpetrate secondo un regolamento da collegio infernale, dove ogni etica è pervertita nel suo contrario. Vincitore del Leone per il Miglior Film Restaurato alla 72ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.” (Gender Bender)

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18 commenti

  1. Un genio che legge un genio, e lo riproduce in chiave geniale. Pasolini legge e interpreta De Sade. Lo cala in quello che è il suo universo, la sua visione dell’Italia di quegli anni. Non è in film che si vede con gli occhi Salo’, ma è un film di odori, di umori, di olfatto e di sapori, ora avvenenti,ora ripugnanti. È epidermico e brutale. È l’opera di un’artista vero e come tale condannato dalla mediocrita’. Chapeau Pier Paolo.

  2. cypsel79

    una delle esperienze più disturbanti della mia vita davanti a uno schermo. l’ho visto abbracciato al mio ragazzo, lo dico per suggerire di vederlo nella situazione mentalmente più “rassicurante” possibile: altrimenti penso sia impossibile arrivare in fondo alla visione, sarebbe insostenibile. confermo in sostanza un po’ tutto il fiume di inchiostro che dal 1975 in avanti si è speso su questo film, aggiungo solo una cosa di mio: la cosa che mi ha convinto meno è stata l’ambientazione simil-storica nella rsi, mi sembra un po’ forzata e gratuita; se vuoi fare un film sui lager lo fai realistico, il più possibile; se vuoi fare un film metaforico e simbolico, pur rappresentando tutto l’orrore del caso, è meglio che sia fuori dal tempo.

  3. ritenerlo un “film gay” mi pare riduttivo: è una crudele allegoria sull’abuso di potere che attraverso il sesso (ma da parte di qualsiasi manifestazione “corporale”) cerca di assoggettare le proprie vittime… un film, ovviamente, non per tutti…

  4. trovo che pasolini non poteva scegliere meglio delle 120 giornate di sodoma per la sua metafora: leggendo il libro, si capisce subito come si adatti all’idea del regista di un potere oligarchico e dittatoriale che si esprime sui corpi. E comunque, il film rimane molto meno terribile e crudo dell’opera sadiana.

  5. Foerster

    Agghiacciante ritratto di un’Italia strapaesana, meschina, volgare.
    Da vedere (se si riesce a superare il disgusto) come un documento degli anni in cui il film è stato girato.
    Sono l’unico a pensare che il cinema di Pasolini sa di stantio?

  6. un film complesso,soprattutto da interpretare..per quegli anni poi!
    pensando poi che di gente bigotta e ottusa siam pieni anche ora,figuriamoci al tempo!!
    a me e’ piaciuto un sacco ,ai limiti dell’ assurdo davvero..perverso all’ infinito!gran mente pasolini..
    gli amanti del dirty troveranno pane per i loro denti!
    un master x gli iscritti a http://www.scatboi.com

  7. un film che nn è stato capito,agghiacciante e bellissimo. é stato il primo film con scene sadomaso ed ha ispirato(purtroppo)gli splatter moderni. Un’amara denuncia della violenza di massa,delle orgie e della mercificazione moderna. Per la nostra società così edonista e senza etica.

  8. uno dei pochi del novecento (e non solo) che è riuscito ad andare oltre, a capire prima. Come tutti i geni ha sofferto questa sua preveggenza e ne ha pagato la pena con l’isolamento e la critica feroce e gratuita. Nella crudeltà di questo film ha espresso la brutalità dell’uomo offuscato dal potere nella civiltà di massa del consumo. Grazie PPP, ci manchi.

  9. Che schifo! Un film senza umanita’, cinico, disgustoso, animalesco nel senso peggiore del termine: le scene (numerose) con gli escrementi sono fortemente disgustose: da bruciare.

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I fatti si svolgono in due località, nella Salò dove Mussolini fece la sua ultima tappa (1944-45) e a Marzabotto dove i nazisti uccisero gli abitanti di un intero paese. Il filo conduttore è quello di De Sade: quattro “signori”, fascisti di quel tempo, ma particolarmente colti, capaci di leggere Nietzsche e di citare Baudelaire, organizzano prima dei rastrellamenti e rapimenti di ragazzini e ragazzine e poi, coadiuvati da giovani militari fascisti, organizzano in una villa appartata tremende feste e infine uccidono tutti. Questi “signori” riducono a cose delle vittime umili. E ciò in una specie di “sacra rappresentazione”. La vicenda si svolge nello spazio di tre giorni durante i quali le tre “narratrici” ingaggiate raccontano delle storie intonate alle caratteristiche dei tre diversi giorni: “cerchio delle passioni”, “cerchio della merda”, “cerchio del sangue”.

CRITICA:

“Con molte intuizioni narrative, quali il rapporto fra la squisitezza triviale dei racconti e la matta bestialità dell’azioni, le pitture “degenerate” di cui i mostri si circondano, l’uso di sfatte bellezze per le parti di ruffiane di lusso, la musica che accompagna le orge, il silenzio sulle torture finali (…). Salò è un film privo di gioia erotica, e per paradosso anche privo di volgarità, ma dove la luce dell’intelligenza di Pasolini è appannata da un’ideologia della sconfitta (…).” (Giovanni Grazzini, “Corriere della Sera, 16 novembre 1975)

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