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Rosso Istanbul

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Rosso Istanbul

“Orhan Sahin (Halit Ergenc), uno scrittore che deve la sua fama a una raccolta di favole anatoliche (e che porta il nome del premio Nobel turco Pamuk), torna ad Istanbul dopo vent’anni di esilio autoimposto a Londra. Il suo compito è fare da editor a un celeberrimo regista, Deniz Soysal (Nejat Isler), che ha scritto un libro in cui sono contenuti ricordi d’infanzia e giovinezza, nonché amori, amici e parenti: questi ultimi ancora vivi e presenti nella Istanbul contemporanea, e pronti a presentarsi al cospetto di Orhan, soprattutto Neval (Tuba Buyukustun) e Yusuf (Mehmet Gunsur), la donna e l’uomo cui Deniz è più legato. Soysal invece, dopo un breve contatto iniziale, scompare, come per lasciare il suo posto all’editor venuto dall’Inghilterra. Sahin raccoglierà suo malgrado il testimone del regista entrando nella sua vita e nel suo mondo degli affetti, con un coinvolgimento personale che sorprenderà lui per primo. Quasi prigioniero nella storia di un altro, Orhan però finisce per indagare soprattutto su se stesso, riscoprendo emozioni e sentimenti che credeva morti per sempre e che invece tornano a chiedergli il conto per poter riuscire a cambiare la sua vita.
Esattamente vent’anni dopo Il bagno turco, anche Ferzan Ozpetek torna nella nativa Turchia per mettere in scena Rosso Istanbul, il romanzo che ha dedicato alla madre, cosa che fa anche con il film tratto da quel romanzo.
La sua storia è piena di madri senza figli, più che di figli senza madri, perché sono i figli ad andarsene lontano seguendo un percorso centrifugo che li allontana dalle loro radici. Rosso Istanbul segue il peregrinare sonnambulo del suo protagonista come quello di Ozpetek, stranieri in una patria che hanno lasciato tanto tempo prima, e i suoi incontri non comportano un contatto fisico, ma sono contatti fugaci con le ombre di un passato che torna a rivisitare il presente.” (Paola Casella, Mymovies.it)
Ozpetek ha dichiarato: “Ho scritto il film, insieme a Gianni Romoli e Valia Santella, come fosse un doppio viaggio, emotivo e razionale, interrogandomi sulla natura profonda – e spesso nascosta a tutti – delle emozioni e dei sentimenti che venivano a galla confrontandomi per la prima volta con una materia narrativa che era il mio ritorno a casa, quasi alla ricerca di un me stesso che credevo dimenticato e che invece spuntava da ogni angolo di questa città, da ogni sguardo dei personaggi, da ogni loro parola, anche quelle non dette … Durante le riprese del film mi sembrava di perdere continuamente questa città, Istanbul, la sentivo come sfumare nell’incertezza di un’aria pesante e inquieta. Ma forse non era la città, ero io stesso che mi stavo perdendo. E l’unico modo perché questo non avvenisse era quello di interrogarmi continuamente sui “come” e sui “perché” di tutto quello che mi era successo e che stavo trasformando nella storia di un altro, di tanti altri. Solo così potevo fare Rosso Istanbul tentando di non fare solo il mio film, ma il film di tutti coloro che hanno vissuto questa città e che nonostante tutto continuano a tenerla viva. Solo così questo film assume un valore del tutto speciale per me” (Repubblica.it). A questa pagina la nostra recensione.

Questo film al box office

Settimana Posizione
dal 23/03/2017 al 26/03/2017 15
dal 16/03/2017 al 19/03/2017 11
dal 09/03/2017 al 12/03/2017 6
dal 02/03/2017 al 05/03/2017 5

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3 commenti

  1. andrea

    Dopo le mine vaganti Ozpetek sembra stia attraversando una crisi dalla quale mi sembra stenti ad uscire. Questo film personalmente l’ho trovato il peggiore della sua carriera nonostante fotografia e regia sofisticate.Dovrebbe tornare nella realtà , parlare dei problemi della gente cvomune e trattare temi di attualità – Non ha mai conosciuto ad esempio un gay che ha dei fiigli?

  2. Concordo con Andrea. Insieme a “Magnifica presenza”, questo film non solo non mi è piaciuto ma mi ha fatto proprio infuriare, è stata una grossa delusione. La storia è lenta e ingarbugliata, i momenti topici non vengono narrati come si dovrebbe mentre altri, insignificanti, vengono dilatati all’eccesso senza alcun senso. Il protagonista da un certo momento in poi compie una serie di atti senza senso, gira a vuoto su se stesso e diventa odioso. Ottime come sempre la regia e la fotografia ma spero che Ozpetek non si sia ormai ridotto a puro manierismo e recuperi i temi forti dei suoi film precedenti che determinavano quel forte coinvolgimento dello spettatore.

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RECENSIONI:

Ci aveva già raccontato di giovani ‘febbricitanti’ e fragili, di amori inespressi o idealizzati, di sensi di colpa covati per anni e di luoghi abitati da fantasmi, ma con Rosso Istanbul – tratto dal suo stesso omonimo libro, pubblicato da Mondadori nel 2013 – Ferzan Ozpetek sembra aver voluto frugare nel suo baule dei ricordi, rispolverando modelli sfruttati qui e lì, da Le fate ignoranti a Magnifica presenza, nel tentativo di trovare un posto a tutte le proprie debolezze, pulsioni o fonti di ispirazione, che dir si voglia. Sarà meglio però non dare per scontata la comprensione, l’empatizzazione e l’identificazione degli spettatori con personaggi tanto sfuggenti… Forse per effetto di un adattamento troppo libero del romanzo originario, forse per loro natura. In tutti loro, in fondo (e per ammissione esplicita), c’è un po’ del regista; e chissà se anche di un suo bisogno di fare i conti con il passato, con i propri spettri, amori e odi, attese infinite. “Niente è più importante dell’amore” recita la frase di lancio, ma è soprattutto su dolore e abbandono che la storia avanza. Certo, c’è un grande amore nel film che il regista turco dedica alla madre (tra i personaggi, nella famiglia di Orhan, verso la città), ma anche ambiguità ed ellissi.
E se tutto concorre a farne un film sicuramente molto intimo e per certi versi affascinante, è narrativamente che tante ombre finiscono per prendere il sopravvento. Nella scelta di inserire immagini e scene poco coerenti con il contesto (per quanto sia un merito anche la sola citazione della questione curda e delle ‘madri del sabato’), nelle transizioni veloci e disomogenee tra diversi momenti, nella teatralità con cui alcune figure sono caratterizzate e nel susseguirsi di citazioni e frasi che estrapolate dalla pagina assumono ben altro aspetto…
O nella rappresentazione di certe assenze (particolarmente forzata quella del cane, per quanto utile a certe simmetrie interne); su tutte quella della città: protagonista assoluta e agognata, mostrata principalmente nelle sue vedute acquatiche o più moderne. Da tutti cercata e da ciascuno, in modo diverso, posseduta e riappropriata. Come sembra testimoniare la scena finale, possibile simbolo di una raggiunta pacificazione dello stesso autore con sé stesso, il proprio vissuto e i tanti frammenti ai quali evidentemente sentiva il bisogno di dare corpo per poterli affrontare. (Mattia Pasquini, Film.it)