Dalla rassegna stampa Cinema

Ritorno a Istanbul per Ferzan Ozpetek

Ritorno a Istanbul

PER FERZAN ÖZPETEK E I SUOI ALTER EGO, PROTAGONISTI DI ROSSO ISTANBUL , È TEMPO DI FARE I CONTI CON IL PASSATO E CON UNA CITTÀ PROFONDAMENTE CAMBIATA

DI ADRIANA MARMIROLI

Per Ferzan Özpetek sono giorni frenetici. Rosso Istanbul esce in Italia, Francia e Turchia quasi contemporaneamente, ha appena girato uno spot («di un sottolio»), e sta prendendo appunti per il suo terzo romanzo: «Top secret l’argomento. Uscirà nel 2018». Insomma «l’unico relax che mi concedo è un’oretta di ginnastica quotidiana», scherza.

Il titolo del film è lo stesso del suo primo libro. Viene ripresa la storia?
Solo alcune cose ritornano. Avevo bisogno di mantenere gli elementi più cinematografici. Così ho eliminato la parte che riguardava il personaggio italiano e ho aggiunto la figura dell’editor, che arriva da Londra per aiutare il protagonista, un regista che torna a casa dalla famiglia, a scrivere il suo primo romanzo. Turco, autore di successo, dopo l’esordio letterario non ha più scritto nulla e vive lontano dal suo paese da moltissimi anni: la ragione si scopre poco per volta. Poi ci sono madre, fratello, zie, amici, già presenti nel libro, ma con alcune caratteristiche diverse.

Sostanzialmente è la sua famiglia.
I protagonisti ricordano o sono uguali a dei miei parenti. Anche se alcuni di loro oggi non ci sono più, i personaggi che li rievocano sono reali, mai fantasmi.

Sia il regista sia l’editor sono suoi alter ego.
Un solo personaggio non mi bastava per raccontare tutte le emozioni e certi aspetti della storia: infatti il primo è stato lontano da casa per decenni, mentre l’altro ha mantenuto i contatti, tornava ogni tanto.

Le riprese sono avvenute in un momento difficile per la Turchia, nella primavera del 2016. Non ha avuto la tentazione di rimandarle?
In realtà avevamo già posticipato il film di due anni a causa della situazione in Turchia. Avevo pensato a un interprete inglese per il ruolo dell’editor, ma questo si è ritirato proprio a causa di quanto stava accadendo. Così, il cast è finito per essere totalmente turco.

Ha lasciato Istanbul per l’Italia 40 anni fa: com’è cambiata?
Moltissimo da un punto di vista urbanistico. È una città che si è trasformata in modo radicale. Dove c’erano vecchi quartieri, zone della città che conoscevo bene, oggi ci sono grattacieli, grandi magazzini, complessi supermoderni. Anche la gente è irriconoscibile. Già con Il bagno turco avevo raccontato una Istanbul che di lì a poco non ci sarebbe stata più. Lo stesso vale per questo film. Perciò ho specificato il periodo in cui si verificano gli eventi, intorno al 13 maggio 2016: esclude il tentato colpo di stato, ma rimanda anche a un fatto che volevo ricordare, i 20 anni dalla mia opera prima. Tra dieci anni, se torneremo, avremo sensazioni ancora diverse, ma non ho mai voluto che il mio film diventasse la cronaca di un momento particolare dell’attualità.

Avete smesso di girare poche settimane prima del tentato colpo di stato.
Durante le riprese e anche durante i sopralluoghi, si respirava un’atmosfera diversa, c’era più tensione, ma Istanbul è una città sterminata, da 18 milioni di abitanti. Penso che in generale tutto il mondo stia andando verso questa nuova situazione di incertezza politica ed economica, di tensioni tra le popolazioni, insomma una netta involuzione. Caduto il muro di Berlino, i muri li abbiamo moltiplicati. Più estremismo, più ignoranza e violenza, ma non ne capisco le ragioni.

Italiano e turco contemporaneamente: come vive questo dualismo?
Penso che questo mi faccia sentire con maggiore intensità tutto ciò che riguarda i miei due paesi. In entrambi i casi il mio è uno sguardo esterno.

Dopo Istanbul?
Napoli velata, che inizio a girare a maggio, con Giovanna Mezzogiorno: un thriller


Recensione:

Istanbul, oggi. Un regista scrive un romanzo autobiografico. E chiama uno scrittore, in pausa da se stesso e in esilio a Londra, a lavorare all’editing del testo. Poi, convocato l’alter ego, sparisce nel nulla. Come in L’avventura di Antonioni. All’ombra di questo enigma, di questo vuoto di senso da colmare, c’è un percorso di formazione creativo, e soprattutto esistenziale: lo scrittore, in una Turchia in cui è portato a riconoscere personaggi e fatti scritti dal suo doppio, finisce per tornare a scriverli finalmente in prima persona, abbandonando i fantasmi, cercando un futuro. La morale? Se si guarda al passato, non si vede il presente. E così sia. Özpetek, da un suo romanzo, torna a girare nella terra d’origine, ma non c’è niente della Turchia al tempo di Erdogan, nel suo film. Non c’è un momento critico, un’apertura colposa di questo racconto borghese nei confronti del mondo, un attimo che certifichi una progettualità politica, un ancoraggio al reale di tutto questo scollamento (si pensi al contrario all’autocritica di film-bolla come A Bigger Splash di Guadagnino o Mia madre di Moretti). Non è un problema fare un film chiuso in se stesso, che vede solo se stesso, in una Turchia che non c’è. Ma ci si risparmino l’impegno posticcio, il turismo al dolore di innominabili curdi. Rosso Istanbul è un mélo da salotto (ma quantomeno è un mélo): è ardito nell’incedere narrativo, colmo di ellissi, spettri e riverberi, è kitsch nella forma, che osa ma di frequente confonde catatonia da fiction tv e opaco enigma da cinema moderno. È a suo modo fascinoso: tra lo stracult e l’esemplare unico.

GIULIO SANGIORGIO

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