Dalla rassegna stampa Cinema

Ritorno a Istanbul

… Anche se non direttamente autobiografico, nel mio cinema c’è sempre qualcosa di personale: quel senso forte di unione tra le persone che c’è in tutti i miei film…

Ritorno a Istanbul

di Ferzan Ozpetek

Alla vigilia dell’uscita del film “Rosso Istanbul”, il regista racconta la sua città oggi: “Più si spinge verso il Futuro più sembra riprecipitare nel Passato” Nonostante i giovani autori e artisti che riempiono teatri e gallerie d’arte

“Le separazioni sono per chi ama con gli occhi, chi ama col cuore non si separa mai”: questa libera traduzione di un verso di Mevlana Rumi, grande filosofo e poeta persiano, l’ho fatta scrivere nel film Rosso Istanbul a Deniz Soysal — uno dei miei personaggi — nel suo libro di memorie quando parla di Neval, l’unica donna della sua vita, amica e amante (anche se solo per una notte), che è il principale legame emotivo che lui, regista di successo che vive all’estero, ha ancora con Istanbul. Ma non è il solo legame: c’è anche lo yali, la villa rossa sulle rive del Bosforo, la casa della sua infanzia e giovinezza, in cui ancora vive la madre ma che tutta la famiglia sta lasciando, come per staccarsi anche metaforicamente da un mondo e un tempo che sembrano ormai diventati anacronistici. Mi sono reso conto durante le ricerche dei set per il film che lo yali che avevo scelto per girarci molte scene era proprio vicino a dove andavo da bambino, quando mi avventuravo fino alle rive del Bosforo con i miei amici per giocare. Mentre giravo, incombeva sopra di me il ponte che collega le mie due case: l’Occidente e l’Oriente. Quel ponte, di notte, cambiava continuamente colore. Da sempre considerato come il simbolo dell’incontro tra due civiltà e due culture, mi sembrava adesso quasi un monumento alla separazione. Eppure non mi sono mai sentito separato da Istanbul e la amo col cuore proprio perché è sempre stata una città inclusiva, una sovrapposizione di popoli, etnie e religioni, mentre ora i tanti mondi diversi che vi confluiscono sembrano osservarsi a distanza con sospetto, sembrano stare sempre all’erta come annusando un pericolo. Come è diversa questa città dalla Istanbul in cui tanti anni fa ho girato Il Bagno Turco. È una città che più si spinge verso il Futuro più sembra riprecipitare nel Passato, colma com’è di tradizioni religiose che amplificano il loro raggio d’influenza nonostante le impennate di laicismo e i fermenti culturali ancora vivi. Dalle arti visive all’architettura, dalla musica al cinema, dal design alla moda, tanti settori qui sono all’altezza delle migliori avanguardie artistiche internazionali.
La sera a teatro, nei caffè all’aperto pieni di giovani, nelle gallerie d’arte sai di stare a Istanbul ma è come se stessi a New York, a Parigi, a Londra. I giovani autori emergenti vengono ancora rappresentati in teatri indipendenti o privati come lo Ikincikat, il Kraft, il Dot, il Semaver Kumpanya. E c’è ancora una cultura del cibo, grazie a ristoranti di altissima qualità come l’Aheste, lo Yeni Lokanta, il Karaköy Lokantas?, dove si celebra un grande revival della cucina autoctona più tradizionale.
Mi sono trasferito a Roma a metà degli anni Settanta per studiare cinema e i registi italiani sono stati i miei maestri. Per la prima volta l’estate scorsa ho girato un film con attori e troupe turchi (solo il direttore della fotografia e la sua piccola équipe erano italiani). All’inizio delle riprese non facevo che tradurre tutto dall’italiano al turco, nonostante il turco sia la mia lingua madre. Forse perché l’italiano è la lingua della mia seconda nascita: quella cinematografica. O forse perché, in quei giorni, mi sentivo nello stesso tempo estraneo a quella città ma anche parte di essa. Questo doppio gioco tra l’immaginario e la realtà era in fondo il sottotesto psicologico del film che dovevo girare. Il mondo del mio passato, la famiglia, mia madre, gli amici dell’adolescenza e i primi amori erano quelli che avevo regalato ai miei personaggi e ora cercavo di fermarli in immagini come per congelare per sempre il ricordo di un’emozione perché non svanisse.
Così come stava svanendo il mondo che raccontavo: quello di una borghesia laica, emancipata e colta, che viene lentamente inghiottita da una città in perenne e violenta trasformazione urbanistica di cementificazione selvaggia, moderna e avveniristica nelle sue sfide architettoniche ma conservatrice e arcaica nella sua concezione della politica intrecciata alla religione. Il film in fondo racconta la mia Assenza, il mio Cambiamento e soprattutto il mio presente. Anche se non direttamente autobiografico, nel mio cinema c’è sempre qualcosa di personale: quel senso forte di unione tra le persone che c’è in tutti i miei film. Non è un caso infatti se in questo film ho voluto inserire la mia casa a Istanbul, la cui terrazza affaccia sulla meraviglia della torre di Galata, la celebre costruzione medievale voluta dalla Repubblica marinara di Genova, che all’origine chiamavano Torre di Cristo ma che oggi è un simbolo “laico” della città al di fuori dello skyline dominato dalle moschee. Un monumento che è, come me, italiano e turco insieme. Durante le riprese mi sembrava di perdere la mia città continuamente, quasi sfumasse nel clima pesante di profonda incertezza che oggi l’avvolge. Ora che vivo a Roma ho capito di avere un doppio sguardo su Istanbul: un occhio interno, molto intimo, ma anche un occhio esterno, più neutro e obiettivo, perché non ne vivo più la quotidianità. Girare questo film ha significato per me cercare di fondere questa duplicità di sguardo, mettendo insieme i pezzi di un puzzle. E così ho dato anche ad Orhan — il protagonista del film — un doppio modo di raccontarlo.
All’inizio lui guarda dall’esterno la città e gli altri personaggi. Indaga su di loro, come se fosse il testimone di una storia non sua. Poi però, piano piano, è Istanbul che comincia a guardare lui. La storia del film diventa quella di Orhan, perché è costretto a confrontarsi con se stesso e con il proprio passato. E, per conciliarsi con la città, ricomincia a raccontarsi. Come dicevo in un altro mio film: “la vita non è soltanto come la vivi, ma anche come la racconti a te stesso e agli altri”. Solo facendo io stesso questo percorso mi sono accorto che Rosso Istanbul non è altro che lo sguardo di Istanbul su di me, così come sono oggi. Ho girato il film tentando di farne non solo la mia storia, ma anche quella di tutti coloro che hanno vissuto e amato questa città e che, nonostante tutto quello che accade ogni giorno, si ostinano a tenerla viva.

In arrivo. Una scena del nuovo film di Ozpetek Rosso Istanbul, nelle sale dal 2 marzo Il film e il libro
Rosso Istanbul è il nuovo film di Ozpetek che esce nelle sale il 2 marzo. Il film è tratto dal libro omonimo ( Mondadori) che torna con un nuovo capitolo.
Il testo di Ozpetek che pubblichiamo è stato scritto per Robinson e racconta il ritorno nella sua città

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