Dalla rassegna stampa Cinema

“Margarita with a Straw” di Shonali Bose e Nilesh Maniyar - recensione di Roberta Bellora

Voto:

Laila vive in India, è una ragazza dolce, con un bel sorriso. Ha una famiglia che le vuole bene. E un quasi fidanzato. Ma deambula solo grazie a una sedia a rotelle elettrica, fa fatica a parlare e a muovere le mani. Una paresi cerebrale la costringe a una vita piena di difficoltà.
Per fortuna ha una madre che è “una rock star”, una donna forte che sprona la figlia a seguire le sue passioni e a diventare il più autonoma possibile. Fra loro c’è un rapporto fatto di dolcezza e intimità, di baci e di carezze, Laila può confidare tutto a sua madre, un rapporto che, da figlia, sogneresti proprio di avere con tua madre.
La madre cucina, accudisce Laila, le fa persino il bagno, le cose della vita quotidiana che Laila non è in grado di fare, è una grande figura di riferimento per lei. E canta, la madre. Canta una cantilena indiana, lenta e dolce, che sarà anche l’ultima canzone della sua vita.
Così, Laila le confida di essersi innamorata del bel ragazzotto di turno, leader una band musicale, dal quale non viene ricambiata. La madre ascolta, in cuor suo soffre, ma accetta.
Ma Laila ha bisogno di corpo, di scoprirsi, di sesso, di fare quello che fanno gli adolescenti della sua età. E, per quanto la madre cerchi di farla vivere nel mondo, Laila è una disabile.
Vince, con grande gioia, una borsa di studio alla New York University e, supportata dallo spirito materno, va a studiare in America, dove la madre resta un mese per dare il primo aiuto alla figlia. Lì Laila inizia una relazione con una ragazza indiana che incontra ad una manifestazione di strada, Kahnum. È molto bella, gira il mondo e cammina con un bastone bianco. È cieca.
Si innamorano e decidono di stabilirsi insieme.
Un giorno Kahnum porta Laila al museo, le fa toccare con la mano un reperto egizio coperto di segni e disegni. “Chiudi gli occhi – le dice -, vedrai meglio”.
Dapprima Laila decide di nascondere la loro relazione ai suoi famigliari, anche quando entrambe si recano in India per una vacanza presso la famiglia di Laila.
Ma poi… qualcosa di inaspettato ci sorprende. Viene celata, e subito svelata, una duplice sorpresa a questo punto nel film.
Laila ha bisogno di essere vista. In tutti i sensi. In quanto disabile e in quanto abile, in quanto persona, nella sua piena identità.
Non è forse il desiderio che abbiamo tutti? Quello di sentirci vivi e visti, accettati per quello che siamo.
C’è qualcosa in questa pellicola, un sorriso, uno sguardo, un margarita che Laila beve con la cannuccia, la voce in un canto, una parola, il taglio della luce del sole, qualcosa che contribuisce a fare di questo film un ritratto dolce e luminoso di una vita diversa dal solito, in un paese dove ancora – è buffo da dire, sì – le auto sembrano vecchie Ape Car in cui si viaggia sempre senza cinture.

Roberta Bellora

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