Dalla rassegna stampa Cinema

Donne senza uomini per amore o solidarietà

Arrivano al cinema due film che raccontano la vita al femminile, nella Londra di “Disobedience” come nel Paraguay di “Le ereditiere”

Donne senza uomini per amore o solidarietà

Arrivano al cinema due film che raccontano la vita al femminile, nella Londra di “Disobedience” come nel Paraguay di “Le ereditiere”

Natalia Aspesi

Donne che amano le donne, una donna che ama una donna: per sesso, passione, ribellione, solitudine, denaro, potere, curiosità, disubbidienza: per sentimenti e ragioni e bisogni che legano due persone, due corpi, due tutto. Escono insieme due film di storie di legami femminili, e uno si intitola proprio Disobedience, l’altro Le ereditiere: ambientati in luoghi molto diversi, il primo a Hendon, quartiere londinese dove si isola la comunità ebraico- ortodossa, il secondo ad Asunción, dove il cattolicesimo è rappresentato da una croce che ondeggia sul parabrezza delle automobili.

Per gli ebrei ortodossi, in questo caso londinesi, un bacio tra donne non è solo scandalo, è esclusione, nella capitale del Paraguay l’esclusione è già avvenuta perché le donne borghesi, invecchiate e sole, lesbiche o no, vivono un isolamento che le accumuna, che le fa disastrato gruppo sociale. Disobedience è un romanzo di Naomi Alderman (pubblicato da Nottetempo) e adesso un film diretto dal cileno Sebastiàn Lelio (Oscar per Una donna fantastica), con interpreti hollywoodiani, luminosi e conosciuti. Le ereditiere è il primo lungometraggio di Marcelo Martinessi, e uno dei pochi prodotti in Paraguay, un paese di cui da noi si sa quasi nulla; grande disparità sociale, ultimo colpo di stato nel 2012, e come dice il regista, «in mano ai nuovi leader detti democratici che continuano a condividere i benefici della corruzione e della droga». È un film triste eppure pieno di speranza, ha la penombra di vite che paiono senza uscita e che invece una mattina scoprono il sole e quindi un futuro: una storia di donne per raccontare molto di più, di un paese invecchiato e imprigionato da regimi che reprimono attraverso l’illusione di proteggere, ma che non abbandona la speranza di potersi un giorno liberare.

La disubbidienza alla legge religiosa strettamente osservata a Hendon hanno spinto Ronit (Rachel Weisz, che è anche produttrice del film) a esiliarsi a New York dove vive liberamente, è diventata una apprezzata fotografa e ha interrotto ogni rapporto col suo mondo d’origine: a cui adesso sente di dover tornare perché suo padre, un venerato rabbino, è morto e lei ne era l’unica figlia.

Freddezza dei parenti, affetto ritrovato di quelli che erano i suoi amici della prima giovinezza, Esti (Rachel McAdams) e Dovid (Alessandro Nivola), il nuovo e sexissimo rabbino, adesso sposati; c’è fra i tre l’affetto ritrovato, ma anche una forma di impaccio, che potrebbe essere gelosia, delusione, attrazione; o anche il ricordo di trasgressioni imperdonabili sconosciute ma sospettate dai severi uomini con la testa sempre coperta dal grande cappello nero o dalla kippah e dalle donne coi capelli occultati dalla indispensabile parrucca. Quando fa l’amore senza peccato col marito, Esti è immobile, silenziosa, gli occhi spalancati, vuoti; quando guarda Ronit e Ronit la guarda è come se si divorassero: da ragazzine si sono amate tanto e adesso rifugiate in una stanza d’albergo si gettano una sull’altra con una reciproca fame forsennata e mai dimenticata. Le ereditiere di Asunción dormono insieme da trent’anni e tra loro c’è la malinconia del tempo, del vuoto quotidiano, della fine dell’agiatezza di famiglia.

Sopravvivono vendendo i beni del passato, tavoli antichi, bicchieri di cristallo, argenti, ma non rinunciano alla persona di servizio, una giovane donna amerindi, analfabeta e sottomessa che assisterà Chela quando Chiquita viene accusata di frode e finisce nello stanzone affollato della prigione femminile, spaventosa e nello stesso tempo viva di solidarietà.
Una vicina domanda a Chela di accompagnarla con la sua macchina dalle amiche per i soliti pomeriggi che si sopportano giocando a carte.
Altre signore glielo chiedono e Chela esce dal suo torpore, scopre ciò che la sua condizione borghese non prevede per una signora, il tempo ravvivato dal lavoro, il lavoro che procura del denaro; e affrontando il fuori, le strade, il traffico, liberandosi dal silenzio, dalla ragnatela di abitudini che la consumano, incontra una donna più giovane che non si è ancora spenta, che non si incattivisce nei pettegolezzi, che racconta di uomini, di gioie, di sé. Chela riscopre il desiderio perduto e la paura d affrontarlo quando Chiquita tornerà a casa pensando che sarà tutto come prima. Attrici a noi ignote, attorno ai sessant’anni, visi dolenti, corpi un po’ sfatti, bravissime, non un solo uomo nel film, se non ombre senza peso. All’anteprima milanese erano state invitate coppie di ragazze di circoli lesbici, troppo giovani per non spaventarsi a una storia senza sesso e senza gioia: ma il lesbismo è un pretesto, ed il film è bello e molto altro: cancella le frontiere, avvicina a un paese sconosciuto e comunica quelle emozioni che restano nei pensieri e nella voglia di parlarne.
In Disobedience invece il sesso c’è, in una sola scena abbastanza esplicita, per raccontare il diritto alla libertà di scelta, a quel libero arbitrio che anche la religione rispetta, o dovrebbe rispettare.

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