Dalla rassegna stampa Cinema

Luca Guadagnino "Il mio horror artistico ispirato a Pasolini"

Luca Guadagnino “Il mio horror artistico ispirato a Pasolini”

ARIANNA FINOS

Applausi e qualche fischio per la pellicola che il regista palermitano ha tratto dal film di Dario Argento del 1977. Thom Yorke è l’autore della colonna sonora: “Cercavo la voce della mia generazione”

VENEZIA
Pioggia e fulmini sono la cornice più adatta al sabba che Luca Guadagnino porta al Lido, accompagnato dalle sue attrici streghe: Tilda Swinton, Dakota Fanning, Chloë Grace Moretz. Molti applausi e qualche fischio hanno accolto il suo Suspiria: «Mi piace che un film faccia discutere. È bello essere qui, ringrazio Barbera per il coraggio di mettere in concorso alla Mostra un horror».
Non un remake, quello del regista di Chiamami col tuo nome, ma una rilettura assolutamente personale del classico di Dario Argento, che commenta: «Sono molto diversi. Io ho fatto un film feroce, lui più delicato». Eppure c’è chi ha lasciato la sala, durante la disturbante seconda parte.
«Le cose si possono fare in modi diversi, non ce n’è uno specifico per raccontare un genere».
L’idea di girare “Suspiria” arriva dal passato remoto.
«La prima volta che ci ho pensato avevo 14 anni, era l’85. Ho ancora in casa le locandine che avevo disegnato. Anche per questo lo considero un film molto personale».
Cosa è rimasto del film immaginato da ragazzino?
«Sarebbe una buona domanda per il mio psicanalista, se ne avessi uno. Penso che esista la possibilità che un film ti possa portare verso territori molto viscerali, come quello che ho vissuto con Dario andando nel suo mondo. Spero che sia successo in questo Suspiria. Ci sono molti legami con il film di Argento. A partire dal fatto che ho voluto ambientarlo nel ‘77, anno in cui è uscito nelle sale».
Un grande lavoro di ricostruzione storica della Berlino del ‘77, la storia e la politica di allora che s’affacciano dentro la scuola di danza: il terrorismo, le cicatrici del nazismo…
«Abbiamo fatto un ragionamento semplice sul luogo e sul rapporto tra il dentro e il fuori in quella città. C’è questa compagnia di danza, questo edificio al confine con il muro che guarda fuori.
Lascio che sia lo spettatore a capire questa specie di danza tra i due luoghi. I colori di Berlino sono quelli della Germania in autunno, il film a episodi con il corto di Fassbinder. Quando è uscito Suspiria avevo sei anni, ho ricordi impressionistici di quel periodo; il rapimento Moro, il clima di controllo da una parte e la violenza che agitava le strade.
Abbiamo capito presto che quell’anno era la chiave e che avremmo dovuto tornare lì e confrontarci con i fatti storici di quei mesi».
È una storia di sopravvivenza femminile? Un film sul corpo delle donne?
«Sì. Ci sono interpreti di tutte le età e le forme. Tilda, Dakota, Chloë. Ma anche Jessica Harper, la protagonista del primo Suspiria, attrice che ha segnato il mio immaginario in modo profondo. E grandi interpreti di un cinema che ho amato come Ingrid Caven e Sylvie Testud. È un film sul dissidio tra chi crede in questo potere dell’arte e della danza e chi invece lo usa solo come strumento per continuare a perpetrare diverse forme del male. Mi interessava molto perché poi è anche vero che l’arte può essere uno strumento, consapevole o meno, del peggio.
Ma nella maggior parte dei casi l’arte è il mezzo che ti permette di fiorire come persona e di vivere una consapevolezza più alta di se stessi».
Una storia di sopravvivenza alle donne che rimanda al MeToo di questi tempi.
«Il cinema batte il tempo ma non segna l’attualità. Mi piace pensare che questo sia un film che parla di donne potenti e non vittime. E che tutto il mio cinema degli ultimi vent’anni sia passato attraverso la complicità, il piacere di esplorare il femminile».
Thom Yorke ha detto che quando componeva le canzoni del film gli sembrava di lanciare un incantesimo.
«L’incantesimo del film è il volerci bene tra tutti noi che ci abbiamo lavorato. Il Suspiria di Argento aveva i Goblin, emblema del progressive rock, io cercavo la voce della mia generazione. A volte si resta delusi nell’incontro con i propri miti, per me non è stato così. All’inizio aveva paura che gli chiedessi musiche da film horror, di quelle per far rimbalzare lo spettatore, poi ha capito che, al contrario, volevo qualcosa che entrasse dentro e riportasse a quegli anni…Lo stesso è successo con la coreografia, con Tilda abbiamo ragionato su Pina Bausch e su artiste contemporanee come Sacha Waltz. C’è una forma di comando carismatico e di amore crudele che quelle coreografe esercitano che ci piaceva molto.
E per il balletto Volk abbiamo chiamato un tecnico delle luci che aveva iniziato a lavorare nei Settanta e gli abbiamo chiesto di illuminare tutto come allora».
Quando le hanno chiesto se c’entra “Salò” lei ha risposto che il film di Pasolini c’entra con tutti i film e che dovrebbe essere visto dal ministro Salvini.
« Salò è un film radicale ed estremo, una sorta di igiene mentale. Ha sviscerato in modo doloroso il rigurgito del fascismo dell’epoca di Pasolini. A me non fa spavento, Salvini. Dico solo che l’atteggiamento post adolescenziale di una televisione italiana degli anni Ottanta ha cresciuto una generazione di politici che sono irresponsabili, perché non hanno un’idea sensata e vera del loro ruolo.
Vogliono cambiare l’Italia? Ecco, prima di cambiarla guardiamo Salò ».

La tv adolescenziale degli anni 80 ha generato una leva di politici irresponsabile che non ha un’idea sensata del proprio ruolo

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DIMENTICATE DARIO ARGENTO QUI LA PAURA È NEGATA

Emiliano Morreale

Dimenticate Dario Argento. Il remake di Suspiria è anzitutto un film di Guadagnino, con una sua autonomia, e anzi molto dentro il suo metodo e le sue ossessioni. Il lavoro sul genere horror (quasi completamente negato) è parallelo a quello sul cinema d’autore internazionale in Chiamami col tuo nome. La vicenda rimane quella di una ragazza americana (Dakota Johnson, molto brava) che entra in una scuola di danza da dove è appena sparita un’altra allieva, e fa amicizia con Sara.
Nel frattempo, però, sul caso comincia a indagare lo psicanalista della scomparsa, il dottor Klemperer. Ma se il film di Argento era un trionfo di colori in un mondo da fiaba, qui la Storia preme da tutte le parti (come spesso in Guadagnino) e la regia si nega ogni fascino facile, mantenendo un controllo totale, su toni cromatici spenti e scuri, a dare l’idea di un mondo plumbeo.
Siamo nel 1977 a Berlino Ovest: è l’anno del primo Suspiria, certo, ma soprattutto sono le settimane del dirottamento di un Boeing Lufthansa da parte di terroristi palestinesi e delle convulse vicende che si conclusero con la morte in carcere di quattro membri della Raf (ufficialmente suicidi, ma tutti pensarono che fossero stati uccisi dalla polizia). La radio ne trasmette le cronache, e la stessa ballerina scomparsa era simpatizzante dei gruppi estremisti. Il cast funziona, a cominciare dalla magnetica Tilda Swinton; e alcune trovate sono ingegnose. Il film insomma è ricco, complesso, forse anche troppo: a un certo punto arriva anche un riferimento al passato nazista, che complica le cose e aggiunge meno spessore di quanto avrebbe potuto (il modello sembra The Addiction di Ferrara). Ma forse serve soprattutto a rileggere l’intera storia alla luce del senso di colpa del vecchio psicanalista, anche lui in cerca di una donna scomparsa. Come se i fantasmi maschili tornassero alla luce davanti a un mondo femminile che è sì quello delle streghe danzatrici, ma anche quello di una generazione di donne che mette in discussione un mondo. Una femminilità ambigua, che non si sa come collocare.
Guadagnino gioca sull’incerto senso morale dell’apologo: le streghe sono tornate (come recitava uno slogan dell’epoca), ma sono buone o cattive? La loro nascita è nella notte dei tempi o nell’oppressione del presente? La “madre dei sospiri” è l’angelo della morte o quello del perdono?

VOTO: 3,5/6

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