Dalla rassegna stampa Personaggi

Surreale e irriverente: addio al mimo Kemp

Surreale e irriverente: addio al mimo Kemp

Il ballerino (80 anni) è morto nella sua casa di Livorno

Il suo gesto visionario influenzò Bowie e Kate Bush

Valeria Cappelli

È volato via ieri, a ottant’anni, nell’amata Livorno, lasciandosi dietro l’immagine di quando, avvolto in luci lunari, volteggiava agitando ali di farfalla rubate a Loïe Fuller e alla sua danza serpentina. Non solo coreografo, danzatore, mimo e regista, Lindsay Kemp è stato un grande alchimista del teatrodanza che riusciva a trasformare mondi letterari, poetici, pittorici, in creazioni originali sempre diverse e, per certi versi, sempre uguali, tanto era forte e inconfondibile il suo marchio.

Era nato il 3 maggio 1938 nel Cheshire, la contea a nord-ovest dell’Inghilterra dove la penna di Lewis Carroll aveva collocato la provenienza di Stregatto, il felino invisibile che sorrideva in Alice nel Paese delle meraviglie. Felpato nei movimenti e sornione nel sorriso, anche Kemp possedeva i geni della grande tradizione visionaria anglosassone con vista sull’inconscio e sul sogno, oltre lo specchio di una realtà convenzionale a due dimensioni e generi: nel cinema, trovò registi affini che lo diressero, da Ken Russell a Derek Jarman, oltre l’amicizia con Fellini.

Maschera british e scandalosa, la cui identità mutava camaleonticamente in una nuova frontiera del teatrodanza, l’ineffabile Lindsay aveva coltivato il gusto della trasgressione fin da ragazzo, quando si finse pazzo per evitare il servizio militare e darsi anima e corpo alla danza dribblando l’opposizione materna. Dopo gli studi al Ballet Rambert e con il mimo Marcel Marceau, suo mentore, che gli trasmise la tecnica gestuale delle mani e l’abitudine di truccarsi il viso di bianco, maturò esperienze nel cabaret e nel musical, fondando la sua prima compagnia nel 1962.

Kemp resterà sempre legato al circo umano e grottesco «en travesti» del suo Flowers in cui aveva trasposto, con tocco surreale e irriverente, Nostra Signora dei fiori di Jean Genet fondendo danza, mimo, burlesque e queer con grazia decadente. Quando lo spettacolo arrivò in Italia, dopo aver trionfato negli anni Settanta e Ottanta nel West End e a Broadway, fece scalpore e creò un pubblico di aficionados che tornò a rivederlo nelle svariate edizioni, cui seguirono trasposizioni sceniche di altri testi letterari, tra cui il shakespeariano Sogno di una notte di mezza estate, una Salomè tratta con impudente licenza da Wilde, un’Alice nel paese delle meraviglie di cui lo stesso Lindsay era l’inquietante e tirannica Regina che esigeva il taglio della testa di un’efebica Alice.

Nella sua galleria di personaggi lunari e peccaminosi entrarono il ballerino folle Nijinskj, il macabro Mr. Punch, la ballerina Argentina di flamenco, ma anche il «duende» di Lorca. Se l’uomo Kemp era causticamente ironico e garbato, amabile conversatore in stile old british, l’artista era sempre in bilico su un mondo onirico e gaudente, come testimoniano i suoi molti disegni dal tratto essenziale ma evocativo, affollati di marinai e figure circensi.

Il gesto transgender di Kemp marchiò anche il mondo pop-rock più incline al teatro attraverso i concerti di David Bowie e le interpretazioni video della cantante-ballerina Kate Bush, sua allieva all’inizio della carriera. Con il Bowie di Ziggy Stardust, Kemp lasciava intuire di aver passato notti spregiudicate ed erotiche. Partecipò nel 1989 a Mantova Festa a Corte, show tv d’alta gamma del duo Cappelli-Ottolenghi: tra il pas-de-trois di Nureyev, Fonteyn e Fracci e i Momix, la danza di Lindsay galleggiava come un’isola di poesia.

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