Dalla rassegna stampa Libri

Poeti, poetesse e un po’ di caos

Poeti, poetesse e un po’ di caos
di Leonetta Bentivoglio

TITOLO: LARCHFIELD
AUTRICE: POLLY CLARK
EDITORE: ATLANTIDE
PREZZO: 26 EURO
PAGINE: 352
TRADUTTRICE: FEDERICA BIGOTTI

Variazione estrema e iperletteraria nel territorio sempre più modaiolo della biofiction, questo “Larchfield” della poetessa, appunto, Polly Clark è una cavalcata, furiosa e divertente, in due vite degli altri.
Una straordinaria (ricordate W. H. Auden?), l’altra meno. Ma quali convergenze parallele le legano?
Ci sono storie da seguire e altre da inseguire, e a volte succede che inseguendole manchi il fiato. Ai ritmi consequenziali di un racconto comune, le storie da inseguire preferiscono una sintassi narrativa “trascendente”, che interroga i piani del fantastico e li mescola al reale. D’altronde le neuroscienze insegnano come l’esperienza interna ed esterna si sovrappongano: il tempo è un ingranaggio elastico e la memoria ci cammina dentro con passi imprevedibili. Allunga certi ricordi, ne deforma altri, inserisce nel presente segmenti di passato. O li cancella. O li gonfia.
La letteratura può prendersi la stessa libertà. E allora capita d’inseguire col fiatone — ma è divertente — il plot trascendente che caratterizza Larchfield, debutto nella prosa della poetessa canadese Polly Clark che arriva in Italia proposto da Atlantide. Romanzo dallo stile elegante, Larchfield comincia presentandoci, con pacata correttezza, la descrizione di una vita celebre, quella del poeta inglese Wystan Hugh Auden (1907-1973), fotografato nel periodo in cui, dopo gli studi a Oxford, si trasferisce a Helensburgh, sulle coste scozzesi, accettando un lavoro da insegnante in una rigida scuola chiamata Larchfield. Non che abbia una vocazione didattica, anzi. Ma vuol fuggire dalla fine del suo fidanzamento con una donna, causata dall’accettazione della propria omosessualità.
Subito dopo, con stacco netto, siamo lanciati in una sfera riguardante una tale Dora, nata dopo W. H. Auden e quindi prossima a noi. Chiaramente questo personaggio è un alter ego di Polly Clark.
Non solo in quanto Dora, come Polly, scrive poesie. Ma perché dalla quarta di copertina apprendiamo che Clark, originaria di Toronto, adesso vive a Helensburgh, cioè là dove la sua ombra letteraria Dora è andata a stare con Kit, l’uomo che ha appena sposato lasciando Londra.
Nella soffocante comunità dei benpensanti di Helensburgh, Dora è considerata un outsider, esattamente come prima, a inizio anni Trenta, era visto il giovane Wystan. Ci imbattiamo nell’ipersensibile Dora quando aspetta un bambino, che sarà femmina e verrà al mondo prematuramente. A questo parto che le sconquassa il corpo, Clark dedica pagine sferzanti e coraggiose.
Procede intanto la storia di Auden, raffigurato con acutezza. È un disilluso idealista, un eccentrico allampanato, una penna rivoluzionaria, un mentore della trasgressione artistica e sessuale. Il ritratto è scandito in capitoli che s’alternano a quelli focalizzati sulla depressione di Dora. In molta parte del testo i binari avanzano distinti. Li connette solo il conforto che la neomamma — schiacciata dal proprio senso d’inadeguatezza generale e tormentata dal giudizio dei suoi orribili vicini — prova nel rendersi conto che anni prima, a Helensburgh, il poeta Auden ha dovuto affrontare un isolamento analogo.
A un tratto Clark sfida il divario temporale e unisce i due livelli, facendo incongruamente entrare Dora nel mondo di Wystan. Ci si chiede: è Dora a sognare quest’ingresso? O nella trascendenza dell’insieme diventa lecito che lo slittamento si realizzi davvero? Fatto sta che l’orologio corre all’inverso, le trame s’insinuano nelle sottotrame e leggendo non sappiamo mai in quale epoca siamo stati immessi. Questo procedimento, somigliante a quello di The Hours di Michael Cunningham, introduce Larchfield nel filone della più allucinata biofiction (frequentato anche da Anthony Burgess). Cosa lega Dora e Wystan, poeti lontani nei decenni e nelle disavventure, eppure profondamente contigui?
La nostalgia dell’essere diversi. Il peso della solitudine nel gruppo. L’ansia di un desiderio sempre irrealizzato. La crudezza del disagio.
Sentirsi addosso l’ostilità di chi detesta lo straniero. Il fragile confine che separa dalla pazzia un’assoluta luminosità creativa.

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