Dalla rassegna stampa Libri

Il thriller che fa brrr

…Nel contorno affiorano il marito fedifrago, l’ufficiale erotomane, la vecchia prostituta alcolizzata, il timido gay,…

Il thriller che fa brrr

di Giancarlo De Cataldo

TITOLO: LA RAGAZZA DELLA NAVE

AUTORE: ARNALDUR INDRIĐASON

EDITORE: GUANDA

PREZZO: 18,60 EURO
PAGINE: 336
TRADUTTORE: ALESSANDRO STORTI

Nella gelida Islanda, dice, gli omicidi sono rari. Eppure questo non ha impedito ad Arnaldur Indriđason di diventare un grande del giallo.

Grazie a un eroe nato nella tormenta, appunto. E alla fredda constatazione che un illustre collega qui svela

Il romanzo poliziesco, è noto, rappresenta un’ottima guida per orientarsi nel mondo contemporaneo. Arnaldur Indriđason non fa eccezione. Nel leggere i suoi libri si imparano tante cose sulla vita quotidiana, sulla storia e sulle tradizioni dell’Islanda e sul carattere dei suoi abitanti. Ma il fascino di questo sontuoso esponente del crime di ghiaccio e neve non sta solo qui. Una volta, alla domanda su come si possano ambientare storie così cruente in un Paese che ha il più basso tasso di omicidi al mondo, Indriđason, un omone dal carattere vulcanico e dalla risata contagiosa, grande appassionato di calcio e tifosissimo della sua ruvida e battagliera nazionale, mi ha risposto allargando le braccia: in effetti, qualche omicidio, una ventina d’anni fa, c’è stato.

Ma io, dopo tutto, ha aggiunto, scrivo polizieschi: e dunque se i delitti latitano, bisogna inventarseli. Peraltro, mi ha anche spiegato, mentre lui è evidentemente un “meridionale del Circolo Polare” — l’islandese allegro e compagnone contrapposto al più cupo svedese — spesso i suoi eroi sono taciturni, se non depressi.

Come il detective Erlendur Sveinsson, che da bambino si smarrì nella tormenta insieme al fratellino più piccolo e fu il solo a tornare, e da allora vive lacerato dal senso di colpa. Il fatto è che per Indriđason il delitto è il modo migliore per raccontare la natura umana. Per questo nei suoi romanzi i due statuti consolidati del poliziesco tradizionale — la caccia all’assassino che ha inferto una ferita alla società — e del noir — la chiamata in correità della società come corpo tendenzialmente corrotto e infetto — entrambi presenti, trovano un punto di sintesi nella complessità dei personaggi e nel realismo estremo dei moventi. Sì, il crimine offende la società, ma eliminando il criminale il quadro generale non migliora necessariamente: forse perché quel criminale è figlio degli stessi impulsi, delle stesse passioni, della stessa debolezza di chi lo condanna. E tuttavia, se non lo si combattesse, il crimine dilagherebbe, e dunque bisogna fermarlo. Ma restando consapevoli che il male non si può né estirpare, né, una volta sperimentato, cancellare: lo si può però limitare, fors’anche ammorbidire. In ogni caso, è necessario conviverci. Anche perché spesso, troppo spesso, il male si rivela autenticamente, dannatamente banale.

È appunto questa visione della condizione umana, a metà strada fra rassegnazione e resilienza, che avvince i protagonisti de La ragazza della nave, edito da Guanda (traduzione di Alessandro Storti).

Il romanzo appartiene a una delle tre serie narrative di Indriðason, quella storica.

Siamo in Islanda durante la Seconda Guerra Mondiale. L’isola è occupata dagli americani, che hanno scacciato i tedeschi.

Ma fra le truppe d’occupazione e la popolazione locale non corre buon sangue: gli yankee non sono proprio dei simpaticoni, e considerano gli islandesi degli zotici pescatori da trattare con un certo disprezzo. E, come se non bastasse, c’è persino chi ha nostalgia di Hitler e delle sue croci uncinate. In questo contesto inquieto il poliziotto locale Flòvent e l’oriundo Thorsen, ufficiale militare canadese, si trovano a indagare su due misteriosi omicidi collegati, da un lato, alle basi militari americane, dall’altro all’appena trascorso periodo dell’occupazione nazista. In particolare, a un viaggio che, tre anni prima, aveva riportato in patria, a bordo della nave Esja, gli esuli islandesi in fuga dalla Danimarca, fra i quali la ragazza del titolo.

Con il suo carico di speranze tradite, rancori, tremende delusioni. Flòvent e Thorson sono due tipici eroi alla Indriđason: parsimoniosi nelle parole e nei sentimenti, che sanno abilmente dissimulare, “giusti” nel profondo e consapevoli dei limiti della giustizia che sono chiamati a servire e che onorano come meglio non si potrebbe. Anche se si intuisce, specie in Thorson, qualche ombra che promette intriganti sviluppi nei successivi episodi della serie. Nel contorno affiorano il marito fedifrago, l’ufficiale erotomane, la vecchia prostituta alcolizzata, il timido gay, la ragazza dai sogni infranti: tutti caratteri indagati con incredibile finezza psicologica. Ciò che emerge, infine, è l’idea di perdita. Che si tratti dell’impossibilità di riconquistare un sogno perduto — come nel bellissimo La Voce — o di una violenza che si abbatte, in apparenza insensata, su un povero ragazzino figlio di immigrati — come in Un grande gelo, secondo Publishers Weekly uno dei migliori gialli di tutti i tempi — anche in questo ultimo romanzo il delitto irradia un contagioso senso di sconfitta che finisce per accomunare, in una sorta di disfatta ineluttabile, tanto chi progetta, attua e dissemina il male, quanto chi ne è vittima.


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