Dalla rassegna stampa Televisione

L’autore di “Tredici” “ Bullismo e molestie? Non abbiamo paura di mostrare la verità”

L’autore di “Tredici” “ Bullismo e molestie? Non abbiamo paura di mostrare la verità”

SILVIA FUMAROLA

Certo che eravamo preoccupati quando abbiamo pensato di fare una serie sui suicidi giovanili dal libro di Jay Asher, ma l’unica strada era quella della verità». Stretta di mano calorosa, Brian Yorkey, il creatore di Tredici, la serie di Netflix (dal 18 maggio in 190 paesi la seconda stagione) che ha fatto discutere l’America su un argomento tabù, racconta come questo ritratto di una generazione rispecchi la realtà. Come la storia della studentessa Hannah Baker, che si taglia le vene ma spedisce prima a amici e compagni di scuola diverse audiocassette per spiegare le tredici ragioni ( 13 reasons why è il titolo originale) della sua scelta, ci riguardi da vicino. «Non bisogna chiudere gli occhi davanti ai problemi» dice Yorkey «ma affrontarli. Le molestie, il bullismo, le violenze subite a casa o a scuola lasciano il segno». Premio Pulitzer per la drammaturgia con Next to normal, musical in cui esplorava una famiglia apparentemente normale con una madre bipolare, lo sceneggiatore ama scavare «oltre l’apparenza». Seduto in un albergo nel centro di Roma parla come se a 48 anni non avesse dimenticato il Brian adolescente.
Dietro il suicidio di Hannah c’è una spirale di violenza e bullismo. Cosa succederà in “Tredici 2”?
«Inizierà un processo per scoprire la verità e il percorso sarà lungo.
Non avevamo la garanzia che ci sarebbe stata una seconda stagione, ma alla fine della prima tutti volevano sapere cosa sarebbe successo ai personaggi. A Jessica, sopravvissuta agli abusi; a Clay che deve guarire dal lutto. Tutti devono superare un trauma».
Cosa sta capitando ai ragazzi?
«Ci sono esperti più qualificati di me per spiegare cosa stia
accadendo agli adolescenti, come s’inneschino meccanismi di sopraffazione. Noi autori sapevamo di dover essere credibili, solo così li avremmo rispettati. I dolori della vita non vanno nascosti».
Il bullismo è un’emergenza.
«In America i ragazzi sono grati perché abbiamo portato alla luce il problema. Quando un giovane si toglie la vita le ragioni appaiono inspiegabili e possono rimanere segrete. Chi è vittima di abusi spesso è riluttante a aprirsi.
Nessun imbarazzo a parlare di omosessualità, sostanze o paura di non sentirsi all’altezza».
Una fiction può essere utile?
«Condividere aiuta. Tredici è complessa, c’è stato uno sforzo corale, dalla scrittura al cast».
Ognuno incarna una tipologia.
«Ci siamo impegnati a rappresentare tutti: l’atleta, il vincente, il nerd, lo studente silenzioso per capire cosa ci sia dietro quel silenzio. I ragazzi sono più complessi di quanto facciano trasparire. Va spiegato che anche la fragilità può essere glamour».
A 15 anni non lo pensi.
«È vero. La narrazione raggiunge il picco quando quelli in secondo piano riescono a farsi vedere e sentire, quando non sono più invisibili. Da adolescenti tutti abbiamo vissuto questa esperienza. La società ti vuole perfetto, devi corrispondere a un modello. La diversità è una ricchezza ma lo capisci crescendo».
C’è chi ha lanciato l’allarme per il rischio emulazione.
«Il pubblico è intelligente. Jessica beve, vive amori difficili.
Si riprenderà. Ma nella vita per “rimettersi in riga” difficilmente si segue una linea retta: la strada è piena di ostacoli, cadiamo, ci rialziamo. E questo va mostrato».
Lo scrittore Jay Asher è stato accusato di molestie sessuali: che è successo?
«Premetto che non ha avuto un ruolo creativo nella serie.
Ho letto qualcosa ma non conosco i dettagli della vicenda».

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