Dalla rassegna stampa Libri

Metti una sera a cena - Aldo Busi e la borghesia

Metti una sera a cena Aldo Busi e la borghesia

Parafrasando Molière: ma che diavolo c’era andato a fare, Busi, a quella cena? Per mandargliela di traverso? E se sì, perché non lo ha fatto? Non sarà mica diventato anche lui indulgente, condiscendente, empatico, come si dice oggi, visto che ogni tanto anche i ricchi piangono?

Ovvio che no. Ma sarebbe errato dire che c’è andato solo con intenti di caccia grossa, lui, Aldo Busi, in mezzo a una tavolata di riccastri della provincia bresciana, inquinatori, intrallazzatori, moralisti a parole e immoralisti a fatti; capirai che bottino. La posta in gioco del suo nuovo libro, Le consapevolezze ultime , è molto più alta, e mai titolo tra i suoi è stato più azzeccato. A quella cena — intorno alla quale ruota una miriade di digressioni, ricordi, riflessioni, associazioni, visioni e fantasticherie quando strazianti e quando esilaranti — Busi c’è andato come a un appuntamento col suo proprio destino. In quella cena c’è en abyme tutta la sua parabola di scrittore, il rapporto mai interamente in squadra tra la scrittura e la vita, il mondo, la società, quell’inferno che, come è stato detto, sono gli altri.

Perché lo hanno voluto lì? Hanno insistito per averlo, non si è mica imbucato. È perché lo leggono? Non scherziamo. Per la sua fama televisiva? Forse, ma c’è dell’altro: vogliono che li assolva, vogliono corromperlo con la compassione — la figlia degli anfitrioni è malata dello stesso male che disseminano nelle campagne, la padrona di casa ha un passato di miseria e umiliazioni alle spalle, il cumenda che paga tutto pure: non sono in fondo anche loro come lui? E poi: l’ospitalità non comporta di per sé un obbligo di gratitudine? Con che coraggio mordere le mani di chi ti fa festa? O, più arcaicamente, di chi ti dà da mangiare? E poi toccherà riconoscerlo: sono loro gli uomini e le donne che mandano avanti il Paese, producono, consumano, fanno girare l’economia. Sono loro che fanno, mentre tu sei soltanto l’uomo che parla, la decorazione, il parassita, alla fin fine, l’eterno nipote di Rameau che dice le parolacce a tavola mentre loro tacciono e agiscono.

Fin dai suoi esordi con Seminario sulla gioventù , Busi l’outsider si è trovato di fronte a una situazione come questa. È la sua scena primaria: la dura, materialistica dialettica tra chi parla e chi paga, di fronte alla quale ogni tentativo di richiudersi in una cerchia di anime belle troppo pure per il mondo non è che viltà e ipocrisia. Nessun autore riesce a darci oggi un ritratto così al naturale della borghesia italiana — della borghesia com’è, non come vorrebbe essere o perfino come teme di essere; della sua vena profonda, della sua capacità di contagio, della sua forza cieca, ottusa, inarrestabile. Come potrebbe uno scrittore onesto non accettare di andarci? E non solo per farsene beffe, per ridere della sua cafonaggine, per dileggiare la sua immoralità, ma per mostrare sempre di nuovo a sé stessi e agli altri che loro, e non tu, sono i parassiti, i divoratori insaziabili di vite, paesaggi, salute, soldi e lavoro altrui: che loro, e non tu, sono gli invitati che mangiano a sbafo, e che se tu parli e loro tacciono il loro silenzio non è altro che il suggello omertoso di un patto scellerato.

La letteratura di Busi è un grido democratico: giudizio storico, apocalissi laica, populismo — sì, populismo — trascendentale. È questa la radice profondamente politica della sua personalità stilistica, e in un libro quintessenziale e fin dal titolo retrospettivo come Le consapevolezze ultime la si coglie allo stato quasi puro: la lingua come corazza, perché non ci si può astenere, ritrarsi, fingere una decenza che è soltanto ritrosia da demi-vierge , e quando ti invitano, a cena o magari in televisione, bisogna fare un discorsetto al proprio intestino, vestirsi bene e presenziare; e lo stile come arma, come coltello che eviscera una realtà che non merita di essere adorata nelle sue apparenze né scrutata nelle profondità che non ha.

Ma c’è qualcosa di più in questo libro. Qualcosa, per così dire, di ancora più ultimo. Di più personale e universale insieme. E se si accettassero gli inviti — o se addirittura li si fingesse, pur sempre di un romanzo si tratta — perché il vero terrore è che in realtà nessuno voglia veramente qualche cosa da te? Nemmeno sedurti o corromperti: nulla. Che nessuno voglia più nulla, o peggio ancora abbia mai voluto nulla? È la fantasia di abbandono dei bimbi. È il Discorso dell’Isterica (e cioè del rivoluzionario) secondo Lacan: che cosa vuole il padrone da me? E se non volesse nulla, io che sarei? La meravigliosa isteria stilistica di Busi, la sua funambolica capacità di tenere l’attenzione, la sua testarda onestà, di cui ci sono pochi esempi, nel denunciare che un padrone c’è, e l’ingiustizia, e che non siamo tutti signori come vorrebbero farci credere, sono forse altrettanti sintomi che rivelano e insieme rabbiosamente reagiscono al timore servile, oggi condiviso da tutti, che senza l’interpellazione di un qualche signore non saremmo nulla. E poiché i signori sono esattamente come Busi li mostra, e dunque non vale più granché la pena di chiedersi che cosa vogliano da noi, l’alternativa è solo tra il silenzio e una libertà ancora da inventare.

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