Dalla rassegna stampa Televisione

5 programmi che hanno cambiato la rappresentazione lgbt in tv

5 programmi che hanno cambiato la rappresentazione lgbt in tv

Da Queer Eye for the Straight Guy a Ru Paul’s Drag Race molti show americani hanno aiutato a cambiare la percezione della comunità lgbt e ad abbattere stereotipi
“Lo show originale si batteva per la tolleranza, noi ci battiamo per l’accettazione“: inizia così il trailer, che si può vedere anche qui sotto, di Queer Eye, il nuovo reality che dal 7 febbraio riporta su Netflix un format già andato in onda sui canali americani nei primi anni Duemila.

Il revival vedrà cinque uomini omosessuali, ognuno dedicato a un particolare settore come il beauty o l’abbigliamento, occuparsi di un uomo eterosessuale. In una specie di Brutto Anatroccolo, il protagonista della puntata vedrà la propria vita stravolta in meglio abbracciando lati inaspettati, come la cura di sé e la sensibilità.

Quella che sembra una riaffermazione di certi stereotipi femminilizzati della comunità omosessuale maschile (che pur sono funzionali a un certo tipo di spettacolo televisivo) diventa invece uno strumento per far vedere come mondi considerati abitualmente separati, quello etero e quello gay, possano invece incontrarsi su un terreno comune e aiutarsi a vicenda.

Di sicuro Queer Eye è erede di uno dei tanti show televisivi americani che molto hanno fatto per cambiare la percezione delle persone lgbt sul piccolo schermo.

1. Queer Eye For the Straight Guy

Moda, stile, cura del corpo, interior design e cultura: i cinque ambiti in cui i maschi gay sono considerati più ferrati rispetto ai maschi etero più grezzi e sbrigativi sono al centro di questo reality che andò in onda dal 2003 al 2007 sul canale americano Bravo. Lo scopo appunto era che un concorrente etero (ma nelle stagioni successive si inclusero anche donne etero e uomini omosessuali) subisse un make over totale grazie all’intervento dei cinque Fab Five.

Ovviamente il make over era non solo estetico: l’incontro (e a volte scontro) culturale al centro di ogni episodio serviva a mostrare i punti di contatto di due comunità che, nonostante tentativi di accettazione, vivevano – e forse ancora vivono – una distanza fatta di pregiudizi e sospetto. In Italia La7 provò a fare un’edizione italiana del programma, I fantastici 5, che nonostante la scarsa durata mostrò, nel lontano 2003, uno spaccato incoraggiante e per certi versi molto precoce della nostra società.

2. The Real World

Prima ancora però i reality americani fecero molta strada per portare in televisione una rappresentazione non stereotipica delle persone omosessuali, anche nei frangenti più dolorosi. Un caso che fece molto scalpore, nel 1994, fu ad esempio la partecipazione al reality di Mtv The Real World di Pedro Zamora. Il programma seguiva le vicende di un gruppo di ragazzi di estrazioni molto diverse che dovevano convivere per alcuni mesi nella stessa città, in questo caso San Francisco.

Zamora colpì l’attenzione del pubblico perché fu una delle prime persone apertamente sieropositive a partecipare a un programma popolare e la sua storia aprì gli occhi senza sconti sulla sua condizione. Inoltre negli episodi si parlò della sua relazione col fidanzato Sean Sasser e fu mandata anche in onda la loro cerimonia di scambio di promesse. Zamora, che morì purtroppo nel 1999 per complicazioni dovute alla sua sindrome, parlò anche di fronte al Congresso americano e fu lodato dall’allora presidente Bill Clinton per aver “dato un volto umano” al problema dell’Aids.

3. The Real L Word

The L Word fu una serie tv che dal 2004 al 2009 seguì le vicende di un gruppo di donne lesbiche di West Hollywood. La stessa produttrice della serie, Ilene Chaiken, sfruttando la popolarità del titolo, propose al canale Showtime uno spin-off chiamato The Real L Word, con l’intento di mettere di fronte alle telecamere non più dei personaggi fittizi ma delle vere donne lesbiche.

Il reality aveva i suoi momenti di drammatizzazione eccessiva ma si sforzò di uscire dalla patina glamour della serie tv per raccontare un gruppo di donne più diversificato, spostandosi poi dalla seconda alla terza stagione da Los Angeles a Brooklyn. E nonostante il programma sia terminato nel 2012, tre anni prima dunque della legalizzazione del matrimonio egalitario, al centro delle vicende ci furono anche tre coppie di donne che vivevano da sposate.

4. I Am Cait

Non a tutti sta simpatica Caitlyn Jenner, la donna transessuale divenuta celebre prima come campione olimpico negli anni Ottanta e poi come nuovo marito di Kris Jenner, la capofamiglia delle chiassosissime Kardashian. La sua transizione fu abbastanza clamorosa nel 2015, soprattutto grazie a una copertina di Vanity Fair. Le posizioni repubblicane di Jenner (sostenitrice fra l’altro di Trump) e alcune sue uscite pubbliche l’hanno resa invisa a una certa parte della comunità trans anche se la sua storia ha indubbiamente riportato l’attenzione su un tema molto spesso trascurato.

Sfruttando quest’ondata pubblica e la sua affiliazione al programma A spasso con le Kardashian, Jenner divenne protagonista per due stagioni del reality I Am Cait sul network E!. Nonostante alcuni elementi immancabili di gossip, la serie assunse un tono piuttosto utile e informativo sui temi della transizione e del riconoscimento sociale delle persone transessuali, spesso discriminate e impossibilitate a trovare un lavoro per via delle loro scelte di vita.

5. Ru Paul’s Drag Race

Al giorno d’oggi c’è un talent show per ogni cosa e quindi la mitica drag queen Ru Paul s’inventò nel 2009 il programma Ru Paul’s Drag Race, una competizione a suon di esibizioni ed eliminazioni dedicata esclusivamente alle drag queen (di solito uomini, cioè, che si travestono da donne in modo esageratamente artistico e pittoresco). Lo show ha avuto in questi anni un enorme successo, generando meme e gif online, e acquisendo un pubblico sempre crescente tanto che negli Stati Uniti è passato dal canale gay-friendly Logo a quello più generalista Vh1 (in Italia alcune stagioni andarono in onda su Fox Life col titolo America’s Next Drag Queen, mentre ora sono disponibili su Netflix).

Nel suo clima gioioso, colorato ed eccessivo, Ru Paul’s Drag Race ha negli anni affrontato anche temi più impegnati, come quello della sieropositività, dell’identità sessuale (il talent accetta anche persone transessuali, andando contro a un veto interno alla stessa comunità lgbt secondo cui le drag debbano essere esclusivamente maschi), delle violenze contro i gay e, nelle ultime stagioni, degli attentati di Orlando. Fra lustrini, parrucche e labbroni, il programma di Ru Paul ha insegnato più agli americani sulle persone lgbt di qualsiasi altra cosa.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.