Dalla rassegna stampa Cinema

RECENSIONE - Il film del weekend: "Chiamami col tuo nome"

Un romanzo di formazione gay che rifugge la scabrosità in favore di una grazia e di un fascino armonioso che si fanno ricordare.

Il film del weekend: “Chiamami col tuo nome”

Un’opera che è un viaggio sensoriale in cui l’attenzione alla forma si traduce in una regia estetizzante, mentre quella al contenuto regala una lezione sentimentale profonda e autentica

Serena Nannelli

“Chiamami col tuo nome”, il nuovo film di Luca Guadagnino (già regista di “Io sono l’amore” e “A bigger splash”) è fresco di quattro nomination agli Oscar tra cui quella per il miglior film, un vero avvenimento per il nostro cinema.

Sebbene l’eleganza della pellicola si fondi su alcune caratteristiche generalmente respingenti per il cosiddetto spettatore medio, quali un estetismo insistito e un ritmo lento, sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire l’occasione di immergersi in un così potente ritratto del primo amore.
La sceneggiatura, adattamento del romanzo omonimo di André Aciman, è di Guadagnino, di Walter Fasano e di James Ivory ma è inevitabile pensare, come fonte d’ispirazione primaria dell’opera, a “Io ballo da sola” di Bertolucci.
Ambientato nell’estate del 1983 in una villa di campagna del Nord Italia, il film racconta con naturalezza e intensità la scoperta dei sentimenti e del sesso da parte di un diciassettenne, Elio Perlman (Timothée Chalamet, candidato all’Oscar come miglior attore). Figlio di una coppia di intellettuali ebrei e cosmopoliti, il ragazzo passa il tempo a trascrivere e suonare musica classica, leggere e flirtare con un’amica. Tutto cambia quando, ospite della famiglia, arriva un ventiquattrenne americano, Oliver (Armie Hammer), affascinante assistente del padre archeologo (Michael Stuhlbarg).
Girato in Lombardia (soprattutto intorno a Crema ma con scorci bellissimi di Sirmione e delle bergamasche cascate del Serio), “Chiamami col tuo nome” riproduce fedelmente, nelle scenografie e nei costumi, gli anni Ottanta, pur collocandoli in spazi la cui bellezza è fuori dal tempo. In un’ambientazione traboccante arte, cultura e delizie naturali, i personaggi discettano, in tre lingue diverse, di una vasta gamma d’argomenti: dall’etimo di un termine alla politica di un mondo reale tenuto a debita distanza.
Lo stile è autoriale ma mai algido o scostante: una volta colta l’universalità dell’esperienza narrata si resta avviluppati alla sua dimensione poetica. Ritraendone appieno l’intensità, il film esplora le pulsioni, le insicurezze e le angosce che rendono indimenticabile ogni primo innamoramento. La storia al centro della scena è tra due uomini ma, nella sostanza, universale e raccontata con delicatezza tale che chiunque possa immedesimarvisi. Quando il sentimento nascente diventa idillio appassionato, Guadagnino lascia che l’erotismo sia solo suggerito e l’amore carnale resti fuori campo.
In quell’ozio soleggiato e operoso, tanto pregno di cultura classica, i protagonisti somigliano a statue elleniche e vivono la fortuna di non vedere la propria frequentazione osteggiata dalle persone care: i genitori di Elio vigilano con grande discrezione, illuminati da una cultura che regala tolleranza. In particolare, c’è un monologo paterno che vale da solo l’intero film, tanta è la bellezza dei suoi contenuti.
L’invito di “Chiamami col tuo nome” è ad avere il coraggio di vivere in purezza e in pienezza i tumulti del cuore, riconoscendoli come un dono, l’essenza stessa della vita, anche a costo di esporsi a futuri dolori.
Un romanzo di formazione gay che rifugge la scabrosità in favore di una grazia e di un fascino armonioso che si fanno ricordare.

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