Dalla rassegna stampa Cinema

L’educazione sentimentale secondo Guadagnino

L’educazione sentimentale secondo Guadagnino
EMILIANO MORREALE

Fresco di quattro nomination all’Oscar e di consensi riscossi in giro per il mondo nel corso di un anno, arriva infine anche in Italia Call me by your name di Guadagnino.
Un film piccolo e libero, che in teoria sembrava meno ambizioso di altri suoi, ma che in effetti segna la sua maturità artistica.
La storia è semplicissima. 1983: il padre del diciassettenne Elio (Timothée Chalamet) ospita ogni estate dei borsisti nella casa di campagna in Lombardia, e quest’anno tocca all’atletico Oliver (Armie Hammer).
Elio ne rimane turbato, non osa corteggiarlo, e nel frattempo scopre il sesso con una ragazza (Esther Garrel). Per un’ora non accade quasi nulla, se non piccole epifanie (la più potente, l’emergere di una statua bronzea dalle acque di un lago), vagabondaggi, in un’atmosfera quasi panica. Quando la storia d’amore e di sesso si fa esplicita, invece, i binari sono un po’ obbligati, e si perde in atmosfera. L’ispiratore lontano sembra Jean Renoir, e più che La regola del gioco (modello di ogni racconto ironico di borghesie stremate) direi La scampagnata, con la natura che diventava metafora di una modernità fatta di attimi fuggenti.
Il prossimo film del regista sarà un remake di Suspiria, ma già Chiamami col tuo nome, basato su una sceneggiatura di James Ivory tratta da un romanzo di André Aciman, si può leggere come lo scardinamento di un genere: quello del cinema di qualità europeo, illustrativo e letterario, all’interno del quale Guadagnino spalanca porte e finestre, facendo respirare le inquadrature, suggerendo e facendo sentire più di quello che dice e che racconta.
Ne viene fuori un film intimo, in cui autobiografia e cinefilia non sovrastano lo spettatore ma lo seducono con eleganza, e in cui il talento del regista è al servizio del film e non viceversa (come talvolta gli capitava in passato).
Nella sua indulgenza per i personaggi Guadagnino ha anche un certo distacco ironico, e gioca con un profluvio di riferimenti sul filo della parodia: Eraclito e Heidegger, l’Heptameron in tedesco e Busoni via Bach, Antonia Pozzi e Stendhal. Lo sguardo sulle cose assume un candore pre-adolescenziale, e i segni del tempo (Sammy Barbot, Paris Latino e Words, Craxi e… Beppe Grillo) rimangono quasi sempre sullo sfondo. Questa educazione sentimentale, piana e fatta di piccole increspature, si svolge in una giovinezza mitica, senza rabbia e senza ombra di rivolta.
Ma forse proprio questa sospensione, questa lunghissima estate, finisce con l’essere metafora di un’epoca che si sognava fuori dalla Storia.

VOTO: 4,5/6

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