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«L’ultimo salto del canguro» di Paolo Vanacore - Recensione

«L’ultimo salto del canguro» di Paolo Vanacore

Titolo libro: L’ultimo salto del canguro
Autore del libro:Paolo Vanacore
Genere: Romanzi d’amore
Categoria: Narrativa Italiana
Casa editrice: Castelvecchi
Anno di pubblicazione: 2017

Recensione del libro

Elisabetta Bolondi

Il protagonista de “L’ultimo salto del canguro” di Paolo Vanacore lavora al bioparco di Roma, quel bellissimo parco immerso nel verde di Villa Borghese, che durante la mia infanzia si chiamava Giardino Zoologico ed ospitava animali prevalentemente in gabbia. Ora gli animali hanno tutti un nome, molto più spazio, molte più cure da parte degli addetti, zoologi ed inservienti, fra cui Edoardo, un giovane molto problematico, assediato dai suoi turbamenti: ancora non ha fatto del tutto i conti con la sua manifesta omosessualità.

Quando non è al lavoro, Edoardo vive ancora in famiglia: sua madre, una casalinga frustrata dal progressivo e silenzioso allontanamento del marito, capisce poco dei dubbi sulla propria identità di genere che travagliano il figlio; la sorella maggiore, Margherita, volitiva e intraprendente avvocata, si è invece unita da poco con un bel ragazzo, Gabriele, che affretta i tempi per convivere con la bella Margi: peccato che fra i due futuri cognati, scoppi una improvvisa ed imprevedibile scintilla erotica: Gabriele, detto da Edoardo solo Gà, è anche lui omosessuale, anche se non se lo vuole riconoscere, e preferisce costruire una solida relazione tradizionale con Margi, ma deve fare i conti con le sue violente pulsioni nascoste, che non sfuggono a Edoardo, il quale, ahimè, si sente attratto fortemente dal fidanzato della sorella, anzi crede di essersene innamorato.
La situazione si fa evidentemente sempre più complicata e scabrosa, con conseguenze che rischiano di rovinare un intero nucleo familiare. Silenzi, complicità, non detti, tentativi di fuggire all’estero, a Dublino, dove Edoardo crede di aver trovato in Mark, un pallido irlandese bisessuale, una possibile pace interiore. Quando però Gabriele si presenta da lui senza preavviso, ecco scoccare la passione troppo a lungo trattenuta, che Paolo Vanacore descrive con dettagli fin troppo espliciti.

Il tema della omosessualità, nascosta, dichiarata, negata, accettata, sofferta, attraversa tutte le pagine di questo romanzo pieno di intima sofferenza: la condizione di solitudine, alla ricerca di corpi con cui consumare un sesso rapido nei locali gay, nei bagni, a Monte Caprino, nelle sordide dark room di cui è piena ogni città, ci raccontano la sofferenza di chi cerca l’amore che vinca la solitudine, l’emarginazione, l’allontanamento dalla famiglia.
Le pagine che Paolo Vanacore ambienta nel bioparco, fra canguri, pinguini, scimmiette da allattare, lemuri, foche, ippopotami, è la parte più originale della sua storia. Il tentativo di Edoardo di confrontarsi con il modo animale, dove le sessualità, la promiscuità, la paternità, la cura dei piccoli non sono problematici, anzi vengono vissuti un po’ come viene, sembra manifestarsi come la sua ricerca di libertà dalle convenzioni degli umani: quando il bioparco organizza una simulazione di fuga di un animale feroce, un lupo, proprio Edoardo, il più giovane dei dipendenti, accetterà di travestirsi e di nascondersi negli anfratti del grande giardino, identificandosi con il lupo predatore:

“Sta succedendo qualcosa di grande, di inspiegabile e io, adesso, in questo preciso istante, mi trovo nel pieno di un processo irreversibile, qualcosa di animale che al tempo stesso convive ma si impone, si estrania ma si sovrappone con qualcos’altro di umanamente reale: l’uomo si è fatto lupo, il lupo detta l’uomo, il lupo va oltre l’uomo, il lupo torna uomo”.
Una metamorfosi, un processo di accoglienza dell’aspetto ferino di ogni uomo, una difficoltà di vivere nella ipocrisia dei rapporti convenzionali, uomo/donna, fratello/sorella, padre/figlio, che alla fine troverà una insolita soluzione in una sorta di grande famiglia allargata: perché in fondo è a questo che Edoardo nella sua faticosa ricerca di libertà assoluta probabilmente aspirava, e a questo arriva dopo una dolorosa iniziazione che lascia sul terreno parecchie ferite, ma che inevitabilmente porta a piantare i piedi sulla terra, dopo i tentativi di saltare, come il canguro del titolo. È solo sulla terra

“che devi provare ad essere felice”.
Una lingua diretta, colloquiale, si alterna a pagine più profonde ne “L’ultimo salto del canguro”, dove le parole per dire divengono dialoghi concitati, pieni di aggressività, e talvolta invece, servendosi di accurate metafore, Paolo Vanacore racconta di pavoni che fanno la ruota con i loro coloratissimi piumaggi, in onore di Edoardo, che forse merita una onorificenza per aver avuto il coraggio di vivere la sua vera identità.

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