Dalla rassegna stampa Cinema

Il re è nudo, pure troppo

PER KEVIN SPACEY SI PROSPETTA UN OBLIO FORZATO: LA SUA CARRIERA È DAVVERO FINITA?

Il re è nudo, pure troppo

ACCUSATO DI MOLESTIE E DI ABUSO DI POTERE, PER KEVIN SPACEY SI PROSPETTA UN OBLIO FORZATO: LA SUA CARRIERA È DAVVERO FINITA?

DI ILARIA FEOLE

Perso? Non l’ho perso, non è mica “Oops, dov’è finito il lavoro?”, io l’ho lasciato!» diceva orgoglioso Lester Burnham, ma a differenza del personaggio che gli è valso il secondo Oscar, per Kevin Spacey ora è davvero “oops, dov’è finito il lavoro?”. Dov’è finita la performance nei panni di J. Paul Getty in Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott? Nell’oblio, imposto dalla reazione senza precedenti che l’industria ha sfoderato verso l’attore, accusato di molestie e violenze. Non ne restano che i pochi secondi di un trailer, che ora si configura come un unicum nella storia del cinema: Scott si è impegnato nell’impresa titanica di rigirare ogni scena con Christopher Plummer al posto di Spacey, un’operazione a metà fra negazionismo (quel Tutti i soldi del mondo esiste, da qualche parte, ma facciamo conto che non sia mai esistito) e procedura di depurazione da sostanze radioattive. Netflix ha fatto fuori, forse letteralmente, Frank Underwood da House of Cards. La comunità LGBT ha legittimamente stigmatizzato la scelta di Spacey di fare un tardivo coming out (sul suo orientamento sessuale è sempre stato discretissimo, rifiutando di dichiararsi e anzi giocandoci, col ruolo del bisessuale Underwood), solo dopo l’accusa di molestie, alimentando un’insensata connessione tra omosessualità e pedofilia. «Dopo di che, penso che non ne sentirete mai più parlare», si chiudeva con sinistra lungimiranza Kevin Spacey di Caparezza: ora il volto, il nome, il corpo dell’attore sono tossici per Hollywood e nessuno vuole essere associato all’uomo colpevole di aver molestato colleghi, di aver fatto avance a minorenni, di aver trattato il set di House of Cards come il parco giochi di un tiranno lussurioso e prepotente. In tutto ciò, nessuno ha pensato di chiedere un’opinione a qualche milione di individui che avrebbero, in teoria, il diritto di decidere se vogliono o meno rivedere la faccia di Kevin Spacey: gli spettatori. Guardare ora le prove maiuscole di Spacey in Seven, I soliti sospetti, American Beauty, le renderebbe sgradevoli? La risposta è soggettiva, ma vi invito a provare il ragionamento opposto: rivaluteremmo le performance di artisti mediocri solo perché, nel privato, sono generosi e sensibili? Chi scrive, per esempio, sa bene che Taylor Swift ha donato un milione di dollari alle vittime delle inondazioni in Louisiana, ma non riuscirà mai ad ascoltare una sua canzone per intero; Angelina Jolie ha fatto la differenza per orfani e rifugiati di mezzo mondo, ma difficilmente farà la differenza per la settima arte. Ha senso allontanare Spacey dai set su cui stava creando disagio e traumi, ha senso pretendere che paghi per eventuali reati commessi e che si prenda cura di un eventuale comportamento patologico. Ma ha senso cancellare ogni sua traccia dal cinema e dalla tv? Il re è nudo, e quel re è l’industria cinematografica tutta; Kevin Spacey non è un virus che si possa espellere dal corpo di Hollywood. È, piuttosto, il sintomo di una malattia sistemica e autoimmune, di quelle che distruggono dall’interno l’organismo: pur di negare il proprio problema, l’industria è disposta ad annullare se stessa, ad asportare parti di sé, a fingere che non sia mai accaduto. Non è una punizione esemplare, ma un grossolano gioco di prestigio: a me gli occhi, please Tv

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.