Dalla rassegna stampa Cronaca

L’accusa: “Mi molestò a 14 anni” e Kevin Spacey fa coming out

La denuncia.
La rivelazione dell’attore Anthony Rapp, oggi 46enne, spinge la star a dichiarare la propria omosessualità, ma i social lo attaccano: “Tragico che lo ammetta così”
L’accusa: “Mi molestò a 14 anni” e Kevin Spacey fa coming out
SILVIA FUMAROLA
ROMA.
È un vaso di Pandora: dopo il caso del produttore Harvey Weinstein, le denunce di molestie sessuali si moltiplicano, tra star e politici. L’attore Anthony Rapp (
Star Trek: Discovery) tira in ballo Kevin Spacey per un episodio del 1986 e il divo di House of cards è costretto a fare coming out. «È tragico che ci sia voluta un’accusa di molestie per dichiarare la propria omosessualità dopo decenni di silenzio» dichiara l’attivista Peter Tatchell al Guardian.
Rapp, 46 anni, racconta sul portale Buzzfeed News che l’aggressione avvenne a casa di Spacey a New York durante una festa. All’epoca aveva 14 anni, si annoiava e andò in camera da letto a guardare la tv. Spacey, allora ventiseienne, andò da lui alla fine del party. «La mia impressione è che fosse ubriaco» ricorda l’attore. «Tentò di sedurmi. Non so, ma ero consapevole che stesse cercando di prendermi sessualmente ». Si divincolò e scappò via. Gay dichiarato, Rapp aveva già raccontato la storia nel 2001, senza fare nomi. Ora, sull’onda del caso Weinstein, fa il passo successivo.
«Ho grande rispetto e ammirazione per Anthony Rapp», ha replicato Spacey su Twitter e Facebook. «Sinceramente non ricordo l’incontro, deve essere stato più di trenta anni fa. Però se mi sono comportato come lui lo descrive gli devo le mie più sincere scuse, sarebbe un comportamento da ubriaco profondamente inopportuno. Mi dispiace per quello che ha dovuto patire in questi anni». Poi fa coming out. «Questa storia» scrive «mi ha incoraggiato a affrontare altre cose nella mia vita. So che circolano storie su di me. Ho avuto relazioni con uomini e donne, ho amato e avuto rapporti romantici con uomini per tutta la vita e ora ho scelto di vivere da uomo gay. Voglio affrontarlo con onestà e apertamente ». Nel 2000 aveva negato di essere gay, Esquire lo aveva già insinuato nel 1997. Oggi il Frank Underwood di House of cards, il padre frustrato di American beauty, il divo più amato dai liberal, due Oscar, che con la sua fondazione sostiene i giovani talenti, è con le spalle al muro. C’è chi chiede a Netflix di cacciarlo da House of cards (e dopo lo scandalo, arriva l’annuncio che la sesta stagione sarà l’ultima), l’associazione GLAAD (Gay & Lesbian Alliance Against Defamation) lo critica: «I coming out non dovrebbero essere usati per distogliere l’attenzione dalle accuse». Il divo protagonista del biopic su Gore Vidal è un passo dal baratro («Facile dire di essere ubriaco», «Brucerai all’inferno»), ma Weinstein e Spacey non sono lo stesso film. Una cosa è ricattare sessualmente e violentare qualcuno minacciando di non farlo lavorare, un’altra tentare un approccio maldestro. Brutale e sbagliatissimo, certo. Sbagliato non guardarsi dentro, non scusarsi prima con un adolescente. Per Spacey il cammino della vergogna inizia adesso.

E dopo le critiche, Netflix annuncia che la sesta stagione di “House of cards” sarà l’ultima

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Lea Melandri: “Attenzione, i riflettori creano voyeurismo”
SIMONETTA FIORI
ROMA.
«Mi dispiace, non sono riuscita ad appassionarmi. E non sono riuscita ad appassionarmi perché ho dei dubbi». Lea Melandri è una madre storica del femminismo. All’alfabeto femminile ha dedicato saggi fondamentali come Amore e violenza.
E nel suo album di famiglia una pagina centrale è occupata dall’autocoscienza. Ma questo gigantesco esame di coscienza, una sorta di compulsione globale alla denuncia (le donne) e alla percussione di petto (gli uomini), non la convince fino in fondo.
Perché? Non si è formata sulla pratica di autocoscienza?
«Proprio per quello non sono convinta. L’autocoscienza, il narrare di sé, avveniva alla presenza di altre donne, all’interno di una relazione importante. E oggi può coinvolgere anche gli uomini, in un lavoro che resta collettivo. Chi si racconta si espone allo sguardo degli altri. E questo significa due cose importanti: creare una rete di solidarietà e dare la possibilità a chi ti ascolta di aiutarti. E l’aiuto può consistere nel farti dire quel che non riesci a dire oppure nel contrastarti, accendendo una spia d’allarme: guarda che ti stai raccontando una favola».
Nell’autocoscienza mediatica l’interlocuzione manca.
«Le confessioni pubbliche possono creare solidarietà, ma viene meno l’elemento fondamentale che è la messa in discussione del tuo racconto. Di fronte a queste campagne che viaggiano su Facebook o sui social network è difficile porre un interrogativo: il solo ipotizzare un’obiezione può essere scambiato per complicità con l’orco, molestatore o violentatore. È un terreno delicatissimo».
È la ragione per cui molte donne non si sentono del tutto partecipi a una campagna che mescola cose diverse, ma preferiscono dirlo sotto voce.
«Diciamo subito che è giusto denunciare le violenze e i soprusi, anche dopo vent’anni. Ma è sbagliato il modo in cui tutto questo sta avvenendo, al ritmo di una confessione e di una percussione di petto ormai quotidiane. Perché poi i riflettori restano accesi sulle star di Hollywood, con l’inevitabile conseguenza di creare un effetto voyeuristico. Il risultato è una gigantesca soap opera che rischia di distrarre dalle violenze che avvengono nel silenzio delle case».
Un’autocoscienza planetaria che sembra tener conto soprattutto del politicamente corretto.
«Purtroppo il politicamente corretto è diventata la via più semplice, la scorciatoia che ti inchioda alla superficialità. Anche a scuola è oggi più difficile interrogare in profondità bambini e bambine su un immaginario che resiste da secoli: nel risponderti prediligono frasi fatte e luoghi comuni perché sanno che bisogna dire così».
Anche questa cerimonia maschile di espiazione rischia di apparire ipocrita.
«Sì, ipocrita o comunque inutile. Quel che finora è mancato — sia nella denuncia delle donne che nell’autodenuncia maschile — è la riflessione sulla complessità e sull’ambiguità del rapporto tra uomini e donne: una relazione che intreccia perversamente vita privata, violenza e potere. Ed è scandaloso lo scarto esistente tra la furia con cui giornali e tv inseguono l’autocoscienza delle star e il silenzio su argomenti che pure impegnano nuove generazioni di donne e di uomini. È nel lavoro collettivo che si fonda la politica, non in queste campagne social destinate a passare senza lasciare il segno».
Qual è il rischio più grande?
«Che si rinunci a un’analisi profonda d’un dominio — quello degli uomini — che perdura da secoli, e se perdura da secoli vuol dire che le donne forzatamente hanno fatto propria una visione maschile. Le semplificazioni non hanno mai aiutato il cambiamento. E questa in atto è una gigantesca semplificazione».

Purtroppo il politicamente corretto diventa la scorciatoia che inchioda alla superficialità


da Il secolo XIX

Kevin Spacey: «Sono gay». Il coming out dopo un’accusa di molestie. E Netflix manda in pensione “House of Cards”

New York – La sesta stagione di “House of Cards” sarà l’ultima. Netflix avrebbe deciso di mandare poi in pensione la popolare serie: una decisione – riporta Deadline Hollywood – presa nelle ultime ore, dopo le critiche a Kevin Spacey per le presunte molestie sessuali. Spacey è il principale protagonista della serie, interpreta il presidente americano.

Le accuse di molestie e il coming out di Spacey

Kevin Spacey chiede scusa per aver molestato Anthony Rapp e rivela di essere gay. La star di House of Cards ha scelto Twitter per rispondere alle accuse che l’attore che dà il volto a Paul Stamets in Star Trek Discovery gli ha rivolto in un’intervista rilasciata a Buzzfeed News. Rapp ha spiegato come, dopo aver conosciuto Spacey, fosse stato invitato a un party a casa sua. All’epoca lui aveva 14 anni, Spacey 26. Era l’unico ragazzino presente alla festa e annoiandosi aveva deciso di andare nella camera da letto dell’attore a guardare un po’ di tv. Passata la mezzanotte però si sarebbe accorto di essere rimasto solo, dopo che tutti gli altri invitati avevano lasciato il party. A quel punto Spacey sarebbe entrato in camera salendo sul letto e, avvicinatosi a lui, gli avrebbe fatto delle avances a chiaro sfondo sessuale. Rapp ha spiegato come da quell’episodio non abbia più parlato a Spacey e di come negli anni abbia avuto il coraggio di raccontare l’accaduto solo a familiari e amici. Ora però, scosso e mosso dallo scandalo Harvey Weinstein, ha deciso di riportare tutto ai media.

La risposta di Kevin Spacey non si è fatta attendere. Attraverso un lungo tweet, ha prima chiesto scusa a Rapp per la sua condotta riprovevole e ha poi deciso di fare chiarezza sul suo orientamento sessuale: «Ho molto rispetto e ammirazione per Anthony Rapp come attore. Mi ha fatto orrore sentire la sua storia. Sinceramente non ricordo quell’episodio che risale a più di 30 anni fa e che è frutto di un comportamento inappropriato legato ai fumi dell’alcol. Ma se mi sono comportato come lui dice, gli faccio le mie più sincere scuse (?) Questa storia mi stimola a raccontare di più sulla mia persona. Nella mia vita ho avuto relazioni sia con donne sia con uomini. Ho amato e avuto incontri romantici con diversi uomini nel corso della mia vita e ora ho deciso di vivere da uomo gay. Voglio affrontare la cosa onestamente e apertamente (…)».


da Huffingtonpost.it

Kevin Spacey fa coming out in occasione dell’accusa di molestie. Ecco tutte le volte che ha smentito di essere gay

Accusato di molestie sessuali dall’attore Anthony Rapp (che all’epoca aveva 14 anni), il due volte premio Oscar Kevin Spacey ha fatto coming out con un messaggio postato su Twitter: “Sono stato sia con uomini sia con donne, e ora ho deciso di vivere da gay”. Per decenni il protagonista di ‘House of Cards’ aveva smentito tutte le speculazioni dei giornali di gossip riguardo la sua sessualità. Video di Francesco Caligaris


da Il Giornale

L’omo-ertà protegge solo i progressisti Caro Kevin, il solito sospetto ora sei tu

Nino Spirlì

«Molestare: dare grave noia, fastidio. Importunare…». Il termine non è mai stato utilizzato, nella storia della lingua italiana, quanto lo sia in questi giorni.

Titoloni sui giornali; post, link, commenti a gogò sui social network; chiacchiere da bar con tanto di sorrisini idioti o, peggio, complici; gossip fra addetti ai lavori del cinema, della tv, della politica, della chiesa Già! Perché le prime molestie denunciate, spesso molto «a posteriori», sono di chierici e papaline di ogni regione del mondo: tutti con lo stesso vizietto. Poi è toccato ai politici.

Chi dimentica la carriera stroncata del deputato laburista inglese Nigel Keith Anthony Standish Vaz, accusato di aver fatto sesso con due uomini contemporaneamente e costretto a lasciare il suo incarico di presidente della commissione Interni alla Camera dei Comuni? Era solo un anno fa. Di nostri politici col vizietto, poco si è parlato… Io ricordo un giovane ministro che abitava a due passi da casa mia, a Roma, e che tornava a casa con la macchina blu carica di marchette raccattate nei locali gay. Mai nessuno che gli abbia dato pubblicamente del frocio! Omo-ertà assoluta, visto che non si trattava di un politico di Destra. In questi ultimi giorni, alla sbarra c’è il mondo dello spettacolo, dove ma no? si scopre che, spesso, si vada avanti nella carriera solo se si è giaciuto con un potente. A ululare il j’accuse sono proprio le presunte prede.

Non vittime da una botta e via: Vittime in abbonamento! Pendolari della molestia. Gente che prendeva l’aereo periodicamente per andare a farsi rimolestare dal porco di sempre! E, tanto per gradire, dopo quella etero, adesso si scoperchia anche la latrina omosessuale. Un attore americano racconta che una trentina d’anni fa, a quattordici anni, si trovò a guardare (casualmente?) la tv sul letto di Kevin Spacey; che aspettò, sempre restando incollato al video, che tutti gli ospiti di una festa privata se ne andassero a casetta propria, e che si ricorda ancora come e quando il premio Oscar, poco più che ventenne, gli si avvicinò, ubriaco, per provarci! E tu me lo racconti oggi? Di suo, il «povero» Spacey, terrorizzato dalla gogna moralista americana, si giustifica cinguettando maldestramente e peggiora la situazione «Già che ci siamo, colgo l’occasione per comunicarvi che sono omosessuale!». E questo coming out cambia l’ordine delle cose? Che il ragazzino non dovesse bivaccare sul letto di un adulto, è un fatto. Ma che il pluridecorato divo hollywoodiano ricama una giustificazione così grottesca, lascia esterrefatti! Chiedere scusa e, contemporaneamente, nascondersi dietro alla propria omosessualità per uscirne pulito è veramente drammatico. Essere gay non autorizza a saltare addosso a chicchessia. Figuriamoci ad un minore! Quella cosa, non è più omosessualità… Si chiama pedofilia! Ne sanno qualcosa le migliaia di bambini e ragazzini abusati e distrutti da mostri senza scrupoli. Spesso nascosti fra i presunti educatori. A volte, peggio, «di famiglia». Caro Kevin Spacey, questa volta, Il solito sospetto sei tu!

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