Dalla rassegna stampa Libri

Desiderio e umiliazione L’amore che non consola

Desiderio e umiliazione L’amore che non consola

Nelle grandi catene di librerie americane — adesso purtroppo, dopo aver stroncato innumerevoli librerie indipendenti, sono quasi tutte a loro volta fallite — era in voga la pessima abitudine di dividere gli autori sugli scaffali rigidamente per categorie che quasi sempre risultavano arbitrarie e, spesso, ridicole (Greene e le Carré tra i thriller con Patterson e il resto della letteratura da treno/aereo; a volte perfino Poe finiva scriteriatamente sugli scaffali horror invece che, ovviamente, tra i classici con Hawthorne e gli altri). Soltanto un pazzo scatenato avrebbe potuto collocare Moby Dick nella sezione Nautica o magari tra i libri su Caccia & Pesca, e si potrebbe pensare che in qualche Barnes & Noble o Borders in Florida o Oklahoma qualche store manager zelante abbia collocato Proust nello scaffale della letteratura Gay (qualunque cosa essa sia: se si procede burocraticamente per orientamento sessuale dell’autore dovremmo per esempio collocare lì tutti i classici greci in blocco, e una robusta percentuale di tutto quel che è stato scritto dopo di loro nei secoli dei secoli).

Ecco, fare lo stesso errore, cioè collocare Tutto ciò che ti appartiene di Garth Greenwell in una sezione che non sia semplicemente quella della narrativa contemporanea, soltanto perché è una storia d’amore tra due uomini — dolorosa, complicata, contraddittoria, difficile da valutare come spessissimo sono le storie d’amore — e la storia del rapporto lacerato, di non amore, tra un padre omofobo e un figlio gay — non renderebbe un buon servizio a un romanzo importante.

Greenwell ha vendemmiato recensioni lusinghiere in America e all’estero, premi, traduzioni: già prima dell’uscita negli Stati Uniti le copie pilota circolavano un po’ come samizdat perché l’editore aveva capito di avere in mano una pepita d’oro, il lavoro di un talento autentico (il romanzo è l’espansione di una novella molto premiata pubblicata nel 2010: è diventata, riveduta e corretta, la prima parte delle tre che compongono il romanzo).

Così Greenwell, poeta e critico raffinato, ha pubblicato il romanzo d’esordio a 38 anni affrancandosi per sua fortuna in partenza dalla bolsa tradizione americana dell’esaltazione mediatica dei giovani scrittori che più giovani sono e meglio è (salvo poi finire magari fuori stampa con i libri d’esordio, fortemente ridimensionati come tanti ex fenomeni dei quali sarebbe solo cattiveria fare i nomi, o addirittura a fare altri mestieri). Non è un baby-fenomeno ma uno scrittore già formato. Ci racconta la storia di un professore americano a Sofia e della sua relazione con un marchettaro bulgaro, Mitko, l’unico personaggio del libro ad avere il lusso di un nome (tutti gli altri sono anonimi o di loro l’autore ci comunica solo l’iniziale). Il primo incontro, con prammaticità e mancanza di sentimentalismo che fa onore a Greenwell, avviene nei bagni del Palazzo nazionale della cultura. La sezione sui ricordi d’infanzia e gioventù nel natìo Kentucky omofobo è la più debole del libro. La terza parte, quella dell’epilogo inevitabile ma non per questo meno emozionante.

Greenwell utilizza strumenti stilistici tanto classici da essere inattuali: le frasi lunghissime, gli incisi, i paragrafi dall’architettura complessa pensata con l’abilità ammirevole di colui che non ha paura di perdere l’attenzione del lettore in un mondo che ragiona sempre più a 140 caratteri per volta come su Twitter.

Si resta colpiti dalla sottigliezza di un romanzo non lungo che sceglie di raccontare con impressionante profondità una storia semplice, senza la minima intenzione consolatoria: il desiderio a volte — spesso — ci umilia, dice Greenwell, l’amore è fatto di rapporti di forza più o meno espliciti tra vittime e carnefici che si scambiano i ruoli in una danza vorticosa che ci ubriaca e dalla quale è raro che esca qualcosa di buono. Che cosa significa — cosa dice di noi — l’attrazione e l’amore per qualcuno che disprezziamo e che a sua volta ci disprezza? L’amore è uno specchio nel quale vediamo riflesse le parti meno nobili di noi stessi?

La passione in questo libro è l’attrazione per qualcosa che facciamo fatica a spiegare a noi stessi: e quando, verso la fine del libro, il ragazzo bulgaro con il cranio rasato e il dente spezzato e la faccia da hooligan mostra al professore americano in trasferta la sua foto scattata due anni prima — i capelli più lunghi, il sorriso sano, la faccia di qualcun altro, magari uno dei suoi studenti nella scuola per bulgari benestanti dove insegna — Greenwell ha il coraggio di dirci una cosa terribile senza perifrasi. Di cosa si è innamorato il giovane intellettuale, della faccia pulita sotto quella del marchettaro da bagno pubblico? O della corruzione di quell’innocenza di soli 24 mesi prima? Che la foto sia quella che il ragazzo usa come immagine del profilo di un popolare sito di incontri gay non fa che alzare il volume di quello che Greenwell ci sta dicendo.

Tutto ciò che ti appartiene è un libro spietato che racconta una storia che, c’è da pensare, sarebbe piaciuta a Virginia Woolf: che Greenwell sia un ammiratore di Giorgio Bassani — l’abbiamo scoperto mesi dopo aver letto il suo libro — è una bella conferma. Di Bassani, Greenwell ha la finezza e la bravura nel raccontare il luogo fisico dove avviene una storia — non sorprende leggere in un’intervista che Greenwell, ai suoi studenti bulgari (ha insegnato per quattro anni a Sofia), fosse solito assegnare come compito la stesura di un racconto ambientato in una sola giornata e in città. Insieme con il compito gli studenti dovevano consegnare anche una mappa della città con gli spostamenti dei personaggi segnati col pennarello (Vladimir Nabokov faceva una cosa simile durante le sue lezioni di letteratura: disegnava la mappa della casa dei personaggi dei libri che analizzava perché i grandi romanzi vivono e respirano e camminano con noi).

È inutile provare a prevedere il seguito della carriera di Greenwell (la critica letteraria non è l’oroscopo): ma ha scritto — certosinamente — la storia d’amore meno consolatoria degli ultimi anni. Merita la nostra gratitudine.

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