Dalla rassegna stampa Estero

Lager e prigioni segrete contro i gay in Cecenia “Intervenga l’Europa”

“Così lo Stato stermina gli omosessuali”

da La Repubblica

Lager e prigioni segrete contro i gay in Cecenia “Intervenga l’Europa”

Tre morti nei campi di concentramento in ex caserme Il Pd: ora una delegazione Ue. Renzi: ritorno al nazismo

ROSALBA CASTELLETTI
DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
MOSCA.
Rastrellati, detenuti e torturati in speciali prigioni-lager o uccisi dai loro stessi familiari: in Cecenia basta il sospetto dell’omosessualità per essere trattati come “cani, che non hanno il diritto di vivere”. Il giornale indipendente Novaja Gazeta copre la piccola regione caucasica da oltre 25 anni e ha numerose fonti. Anna Politkovskaja e molti altri suoi giornalisti sono stati uccisi per i loro reportage. Perciò, quando lo scorso primo aprile, Elena Milashina ha pubblicato l’inchiesta “Delitto d’onore” sulle detenzioni di centinaia di uomini gay e, in almeno tre casi, uccisioni come parte di una strategia di “pulizia preventiva”, nessuno ha messo in dubbio l’autenticità delle testimonianze raccolte. Anzi, la comunità internazionale, a partire dall’Italia, è insorta e si è mobilitata.
«I pestaggi iniziano non appena ti portano dentro. Gli elettroshock, le percosse con i tubi di plastica. Ti colpiscono sempre sotto alla vita: sulle gambe, sui fianchi, sul sedere. Ti dicono che sei un cane senza il diritto di vivere», ha raccontato un sopravvissuto alle torture. Un altro: «Mi portavano in carcere regolarmente, mi picchiavano, deridevano e umiliavano. Volevano che denunciassi altri gay. Dopo stavo dagli amici un paio di giorni finché le ferite non scomparivano un po’. Solo allora tornavo a casa. Dicevo che ero stato coinvolto in una rissa. L’ho fatto per due anni». A parlare alla Novaja Gazeta sono stati cittadini comuni, leader religiosi vicini al governo, personalità televisive. Tutti sotto rigoroso anonimato. Nel Caucaso rivelare la propria omosessualità, scrive il giornale, equivarrebbe a una sentenza di morte. Tuttavia, in una comunità così piccola come quella cecena, i pettegolezzi corrono veloci e c’è poca possibilità di scampo. Si finisce in carcere e talvolta si muore. Nel silenzio persino dei familiari.
Per Alvi Karimov, portavoce del leader ceceno Ramzan Kadyrov, «è impossibile opprimere chi semplicemente non esiste nella nostra Repubblica». «Se ci fossero persone così in Cecenia, i loro stessi familiari li manderebbero in posti da cui non c’è ritorno », è stata la scioccante reazione ufficiale. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha replicato che indagare su queste accuse è «materia delle forze dell’ordine », mentre il capo del Consiglio russo per i diritti umani Mikhail Fedotov le ha definite «mostruose » e necessarie di «una verifica approfondita».
La protesta si è allargata oltre i confini della Russia con in prima linea organizzazioni come Amnesty Internazional e Human Rights Watch. In Italia a lanciare un appello per un’inchiesta è stata l’Arcigay. Immediati le condanne da parte dei politici italiani. Dai senatori Pd Sergio Lo Giudice, Monica Cirinnà e Luigi Manconi che hanno predisposto un’interrogazione al ministero degli Esteri sollecitando «l’invio di osservatori internazionali» allo stesso sottosegretario alla Farnesina Benedetto Della Vedova che ha parlato di «inaccettabile violazione dei diritti umani». È intervenuto anche l’ex premier Matteo Renzi con un post su Facebook: «Le notizie che arrivano dalla Cecenia lasciano senza parole. Pensare che nel 2017 esistano dei campi di concentramento per uomini dall’orientamento sessuale non tradizionale o sospetto fa davvero rabbrividire. Ci riportano al nazismo: tutti dobbiamo far sentire la nostra protesta, il nostro sdegno».

Il leader ceceno Ramzan Kadyrov, al centro nella foto


“Così lo Stato stermina gli omosessuali”

L’INTERVISTA/ KOCETKOV, LEADER DEL RUSSIAN LGBT NETWORK, UNICA RETE DI ATTIVISTI IN TUTTA LA FEDERAZIONE

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
MOSCA. «In Cecenia si stanno perpetrando crimini contro l’umanità », così Igor Kocetkov, leader del Russian Lgbt Network, l’unica rete di attivisti in tutta la Federazione, definisce i soprusi subiti dagli omosessuali nella regione caucasica. Se il giornale Novaja Gazeta è riuscito a denunciarli in un’inchiesta che sta mobilitando l’attenzione internazionale è anche per la sua organizzazione semiclandestina che ha aperto una linea verde telefonica e una casella di posta dove continuano ad arrivare testimonianze.
Che cosa avete scoperto?
«In Cecenia esiste un sistema di torture guidato e amministrato dagli organismi statali: polizia, procura, forze dell’ordine. Uno dei massimi dirigenti di questo sistema di sterminio ha il soprannome “Lord”, “Signore”: è il deputato ceceno Adam Delimkhanov. Lo Stato va a caccia di gay. Li arresta e chiede loro di denunciare gli amici. Di solito li rinchiude in celle con altri detenuti che vengono obbligati a picchiarli e maltrattarli. Si tratta di crimini contro l’umanità su cui dovrebbe indagare la Corte internazionale dell’Aja».
Secondo l’inchiesta spesso i familiari sono complici delle uccisioni. Com’è possibile?
«Il Caucaso settentrionale ha costumi secolari, i cosiddetti “ajaty”, che negano che una persona possa avere un orientamento sessuale non tradizionale. Secondo le autorità i gay non devono esistere. E per tradizione, i familiari di un omosessuale devono ucciderlo con le loro stesse mani. Si salva solo chi si dà alla fuga».
Da quanto tempo avvengono questi abusi? Perché non se ne è mai parlato prima?
«Noi ne siamo venuti a conoscenza solo alla fine dello scorso febbraio. Quello che succede in Cecenia spesso viene insabbiato. Agli inizi di marzo abbiamo iniziato a raccogliere le prime “voci” di sequestri e scomparse di gay. Ci siamo rivolti alla procura cecena, ma le nostre denunce sono state respinte come infondate. Allora ci siamo messi in contatto con i difensori dei diritti umani nel Caucaso Settentrionale».
Cosa chiedete alle autorità cecene?
«Non ha senso rivolgersi alle autorità cecene. Sono loro stessi i criminali. Abbiamo presentato ricorso alla procura generale russa, all’ombudsman per i diritti umani, al ministero degli Interni e allo stesso portavoce del Cremlino… Ma al momento le loro risposte alle nostre richieste d’indagine ci sono apparse poco serie».
Che risposta vi aspettate invece dalla comunità internazionale?
«Tutti i governi dovrebbero chiedere ufficialmente alla Russia di avviare inchieste per far luce su i crimini contro l’umanità da tempo perpetrati in Cecenia. I leader e gli esponenti politici dovrebbero sollevare la questione durante i vertici e gli incontri faccia a faccia».
Crede che l’inchiesta di Novaja Gazeta sia servita?
«È stata importantissima. La gente nel Caucaso e in Cecenia ha paura di raccontare. Cercavamo di raccogliere testimonianze, ma facevamo fatica. Con la pubblicazione della seconda puntata dell’inchiesta, sono invece arrivati messaggi di gay torturati o fuggiaschi».


CONTRO L’UMANITÀ
Polizia, procura, militari: in Cecenia si stanno perpetrando crimini contro l’umanità

IL TWEET DI DENUNCIA
La denuncia dell’Ong Certi diritti sulle persecuzioni in Cecenia, postata in occasione della visita di Mattarella in Russia. L’inchiesta sui maltrattamenti è partita da Novaja Gazeta



da Corriere della Sera

Cecenia, l’inferno dei gay «Noi torturati a morte  nel campo del non ritorno»

I racconti dei sopravvissuti: «Ad Argun persecuzioni sistematiche»

«Forze di sicurezza e militanti» filogovernativi ceceni hanno iniziato a internare i gay del Paese in un campo di concentramento ad Argun, a circa 15 chilometri dalla capitale Grozny, dove vengono sottoposti a torture sistematiche e, in alcuni casi, picchiati fino alla morte. «Abbiamo notizia di oltre cento persone detenute illegalmente senza contatti con l’esterno. Quelle rilasciate hanno dovuto pagare un riscatto oppure sono state consegnate ai familiari che si sono assunti il compito di ucciderli per «ristabilire» l’onore della famiglia, un pratica ancora diffusa in Cecenia — spiega al telefono da San Pietroburgo Natalya Poplevskaya di Russian Lgbt Network, la Rete Lgbt Russa —. Il numero degli aggressori coinvolti aumenta costantemente». Sono almeno 30 le testimonianze raccolte dall’associazione. «Mi hanno portato in un posto che sembra abbandonato ma invece è una prigione segreta su cui non ci sono informazioni ufficiali», ha riferito al quotidiano russo indipendente Novaya Gazeta un ex internato che è riuscito a mettersi in salvo. «Più volte al giorno ci portavano fuori per picchiarci. Lo chiamavano “interrogatorio” — ha aggiunto —. L’obiettivo era raccogliere altri contatti di uomini gay. Per questo non ci hanno spento i cellulari durante la prigionia: aspettavano che qualcuno ci chiamasse o ci scrivesse così da attirarlo e prendere anche lui».

Il governo ha smentito gli arresti in termini che — denuncia Ilga, principale associazione gay europea — «sono un incitamento all’odio»: «Non si possono detenere e perseguire persone che non esistono nella Repubblica Cecena» ha dichiarato infatti il capo della repubblica Ramzan Kadyrov, 40 anni. «Se ci fosse gente simile in Cecenia — ha aggiunto — le forze dell’ordine non avrebbero bisogno di avere a che fare con loro, perché i loro parenti li manderebbero in un luogo da cui non c’è più ritorno». In Cecenia, piccola Repubblica popolata quanto Milano, l’omofobia è molto forte e diffusa, e gay e lesbiche sono da sempre costretti a nascondersi. «Ora però la persecuzione è diventata sistematica» dice Björn van Roozendaal di Ilga.

«Ci hanno fatto l’elettroshock. Era molto doloroso. Ho resistito finché non ho perso i sensi e sono caduto a terra. Ci picchiavano con dei tubi. Sempre sotto la vita. Ci chiamavano “cani che non meritano di vivere”» ha detto ancora il testimone a Novaya Gazeta . «C’era un ragazzo che veniva torturato in modo più intenso. Era lì da più tempo di noi ed era a pezzi. Aveva ferite aperte sul corpo. Lo hanno consegnato ai suoi parenti e in seguito abbiamo scoperto che è morto». «I detenuti venivano interrogati, costretti a sedersi su delle bottiglie, picchiati. Alcuni venivano percossi fino a un attimo prima che morissero e poi riconsegnati ai familiari. Personalmente — ha riferito un altro uomo — sono venuto a conoscenza di due morti».

La purga è iniziata a fine febbraio, dopo che un uomo sotto effetto di droga è stato arrestato e nel suo cellulare sono stati trovate immagini «a contenuto omosessuale» e i contatti di decine di altri gay. Da qui la prima ondata di arresti.

«Da metà marzo riceviamo segnalazioni sui rastrellamenti di uomini sospettati di omosessualità da parte di forze dell’ordine e agenti di sicurezza agli ordini del capo della Repubblica Cecena Ramzan Kadyrov, — conferma da Mosca Tanya Lokshina di Human Rights Watch Russia —. Molti arrestati sono poi scomparsi. Almeno tre sono morti. Al clima di impunità per chi perseguita le persone lgbt contribuisce la legge federale russa che proibisce la “propaganda gay”, ma quella promossa dalle autorità cecene è una vera e propria campagna di persecuzione». La Rete Lgbt Russa ha denunciato più volte quanto sta avvenendo alle autorità federali: «Non hanno neppure aperto un’inchiesta — dice Poplevskaya —. L’alto commissario per i diritti umani della Russia, Tatiana Moskalkova, ha dichiarato che sarebbe intervenuta. Ma non ha fatto niente».

Elena Tebano


 

Quei diritti calpestati da Grozny a Mosca

di Franco Venturini
Accade spesso che Vladimir Putin vanti la superiorità morale della società russa rispetto alle molteplici forme di decadenza delle società occidentali. Nella sua foga propagandistica, il capo del Cremlino rivela una tendenza a confondere decadenza e libertà civili. Per lui l’esistenza stessa degli omosessuali è indice del dissolvimento dei valori morali, e la Chiesa ortodossa si compiace ogni volta che dall’alto vengono espressi concetti tanto categorici. Non sorprende, allora, che Putin abbia voluto una legge che in Russia vieta tassativamente il «proselitismo dell’omosessualità», concetto che si presta a numerosi abusi interpretativi.

Ma laggiù nel Caucaso islamico, nella provincia cecena, l’arroganza punitiva di Putin è lungi dal bastare. Qui, per volontà del proconsole Ramzan Kadyrov, i gay sono semplicemente oppositori. Non vengono forse meno ai precetti morali del Presidente, e a quelli dell’Islam? Non si organizzano in cellule segrete, come i terroristi? E allora, deve aver ordinato Kadyrov, che vengano trattati come oppositori. Già, perché nella Cecenia normalizzata gli oppositori fanno una brutta fine, vengono rinchiusi, vengono torturati, muoiono senza che di loro si sappia più nulla. Una inchiesta della Novaya Gazeta , il giornale per il quale lavorava Anna Politkovskaya prima di essere assassinata e che rappresenta tuttora uno di pochissimi spazi di informazione quasi libera in Russia, ha rivelato che vicino a Grozny esiste un campo di concentramento per omosessuali. Kadyrov ha smentito, perché, ha detto, se ci fosse gente simile in Cecenia sarebbero i parenti a mandarli in un luogo dal quale non si torna. Visto che l’inchiesta è attendibile e che nessuno ha smentito Kadyrov, la questione andrebbe sollevata dagli occidentali «decadenti» con il capo di Kadyrov, tale Vladimir Putin. Anche subito, tra un missile e l’altro, tra un attacco chimico e l’altro.



da L’Huffington Post

Cosa sta succedendo in Cecenia a 100 uomini sospettati di essere gay?

L’orrore di centinaia di uomini sospettati di essere gay che sta sconvolgendo il mondo

Simone Alliva
“Gli omosessuali non esistono” ha dichiarato il governo Ceceno in merito al rastrellamento di un centinaio di omosessuali in Cecenia. Eppure dalla prigione segreta nella città di Argun arrivano i racconti dell’orrore dei testimoni oculari e dei sopravvissuti alle torture. Unghie strappate, scosse elettriche sui genitali, detenuti picchiati a morte. Lo scrive Novaja Gazeta, il quotidiano dell’opposizione per il quale scriveva Anna Politkovskaja.

“Tenevano accesi i nostri cellulari. Ogni uomo che chiamava o scriveva era il loro nuovo obiettivo. […] Ci colpivano sempre sotto la vita – sulle cosce, le natiche e i genitali. Ci dicevano che eravamo peggio degli animali e che non avevamo più diritti”

Arrestati “in relazione al loro orientamento sessuale non tradizionale o al sospetto di questo”. Alcuni di loro sarebbero stati uccisi altri invece condotti nella “prigione segreta” (come riporta Novaja Gazeta) nella città di Argun circa 15 km ad est della capitale Groznyj. Insieme a loro sospettati jihadisti ed ex combattenti siriani. Un edificio “vuoto” dal 2001 ma in realtà trasformato in una Guantanamo riservata agli omosessuali.

A rivelare al mondo le immagini di tortura e i racconti di morte della prigione cecena, il semiclandestino movimento Russian Lgbt Network, l’unica cellula di attivisti Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) che in tutto il paese ha attivato una linea verde ( [email protected] ), in coordinamento “Novaja Gazeta” e attivisti dei diritti umani russi.

Trascinati in prigioni insieme a trenta, quaranta detenuti e picchiati con bastoni, scariche elettriche su tutto il corpo, in faccia, in bocca, sui genitali.

Ha raccontato un sopravvissuto:

Diverse volte al giorno ci portavano fuori e ci picchiavano. Il loro scopo era conoscere la cerchia dei contatti di ciascuno di noi, nella loro mente se sei sospettato allora tutti i contatti della tua cerchia sono gay.

Tanya Lokshina dI Human Rights Watch ha raccontato il muro di omertà che impedisce agli attivisti e ai giornalisti di raggiungere la Cecenia e raccogliere anche solo testimonianze sulla situazione: “In questi giorni davvero poche persone in Cecenia si offrono di parlare con gli osservatori per i diritti civili o coi giornalisti, nemmeno in modo anonimo, perché la paura è enorme e la gente viene minacciata affinché taccia”.

Se il governo Ceceno nega l’accaduto, diverse organizzazioni internazionali stanno organizzando petizioni per fare chiarezza. Il Presidente del Parlamento Europeo, l’italiano, Antonio Tajani ha pubblicamente denunciato l’accaduto con un intervento alla plenaria del Parlamento europeo: “Dalla Cecenia arrivano notizie preoccupanti di uccisioni di cittadini a causa dei loro orientamenti sessuali, chiedo alle autorità cecene di fornire al più presto notizie precise e dettagliate su ciò che sta accadendo”

La principale associazione LGBT italiana, Arcigay, ha lanciato un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che oggi incontrerà il Presidente russo Vladimir Putin: “Quello che succede nei territori della federazione russa è l’esito estremo e raccapricciante della politica omofoba e violenta di Vladimir Putin” ha dichiarato il segretario Gabriele Piazzoni, “Ne tenga conto allora il Presidente Mattarella quando incontrerà il collega russo: quando stringerà quella mano non lo farà nel nostro nome”

Mentre Avvocatura per i Diritti LGBTI – Rete Lenford ha chiesto al ministro Alfano chiarimenti e l’intervento Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

Intanto i senatori del Partito Democratico Sergio Lo Giudice, Monica Cirinnà e Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani, hanno dichiarato di aver predisposto un’interrogazione al Ministero degli esteri “per chiedere una posizione forte del nostro paese davanti a questa vergogna. Una escalation di questo tipo mette in serio pericolo la condizione dello stato di diritto nella Russia di Putin”. Erasmo Palazzotto, deputato di Sinistra Italiana-Possibile e Vicepresidente della commissione Esteri di Montecitorio, si è rivolto con un comunicato al presidente Mattarella in visita a Mosca: “non può ignorare ciò che sta accadendo e dovrebbe manifestare la preoccupazione e la condanna del nostro Paese davanti a crimini di questa natura”.



da Il Fatto

Sterminio gay’ in Cecenia, omosessuali colpevoli di esistere

di Dario Accolla
Orribili notizie arrivano dalla Cecenia, piccola repubblica della Federazione Russa. Come spiega bene Gaypost.it, “le autorità cecene avrebbero arrestato più di 100 uomini gay e ne avrebbero uccisi alcuni semplicemente in relazione al loro orientamento sessuale non tradizionale o al sospetto di questo”, già intorno alla fine di febbraio. La situazione sta però peggiorando, poiché siamo passati ai “campi di concentramento“.

Si legge, infatti, che “da tutta la Cecenia stanno arrivando nuove testimonianze di persone che sono riuscite a scappare o che si stanno nascondendo da quello che in molti hanno cominciato a chiamare lo ‘sterminio‘ degli omosessuali“. Dalle ricostruzioni fornite sembra che alcune ex caserme militari cecene siano “state ripristinate ed adibite alla detenzione di tossicodipendenti e di uomini dall’orientamento sessuale non tradizionale o sospetto“.

La notizia aggiunge orrore agli orrori che ogni giorno, nel mondo, popolano le cronache sulle costanti violazioni dei diritti civili e umani. Dalla strage dei cristiani, come quella del recente attentato in Egitto, alle violenze dell’Isis abbiamo una continua escalation di abusi, brutalità e uccisioni: la colpa dei soggetti che finiscono sotto la macchina repressiva è quella di non obbedire al concetto di “normalità” di chi si erge a censore, giudice e boia. Cosa non nuova, nella storia dell’uomo.

Le uccisioni di omosessuali non sono di certo un fatto recente. L’inquisizione uccideva, dopo adeguate torture, i “sodomiti”. La chiesa ha grandi responsabilità nei processi sommari contro coloro che un tempo erano definiti non solo peccatori, ma addirittura interpellati con epiteti quali “il vomito di Dio”. Il cosiddetto “omocausto” ha determinato lo sterminio di decine di migliaia di gay e lesbiche nei lager nazisti. La storia non solo non è stata maestra di vita, ma dimostra una sua ricorsività che avremmo sperato di non ripercorrere mai più.

Preoccupanti le analogie tra ieri e oggi. Come negli anni 30, abbiamo una crisi mondiale che genera malcontento e paure. In questo quadro è facile, per i vari leader populisti, cercare e trovare un nemico esterno. In Italia, questo è rappresentato dagli immigrati. Altrove, come in Russia, il nemico è il popolo Lgbt. Ma le analogie non finiscono qui.

Durante il fascismo Mussolini rispose, a chi gli ricordava che sugli omosessuali non aveva approvato leggi troppo restrittive, che in Italia “erano tutti maschi”. Così lo stesso del leader ceceno Ramzan Kadyrov che, di fronte alle accuse di sterminio della comunità arcobaleno, attraverso il suo portavoce fa sapere: “Non puoi arrestare o reprimere persone che semplicemente non esistono nella Repubblica. Se queste persone esistessero in Cecenia, le forze dell’ordine non dovrebbero preoccuparsi perché le loro stesse famiglie li manderebbero in luoghi da cui non potrebbero più tornare”.

L’inizio del ‘900 fu importante per la storia dei diritti civili e sociali: donne e operai cominciavano a ottenere riconoscimenti sempre più ampi, dal suffragio alle tutele sul lavoro. Gli ebrei stessi cominciavano ad attraversare, seppur timidamente, un processo di maggiore riconoscimento ed emancipazione rispetto a un pregiudizio millenario. Tutto ciò che si sarebbe compiuto nel secondo dopoguerra, ma ormai avviato e irreversibile. Ciò non impedì, tuttavia, i tentativi da parte di forze reazionarie di impedire che la storia – e la civiltà con essa – andasse avanti: la tragedia della shoah e l’avvento dei grandi totalitarismi andrebbero letti anche sotto questa lente.

Oggi, di quel processo avviato più di un secolo fa, la liberazione della gay community rappresenta un nuovo anello in quella lunga catena di eventi dopo la fine dello schiavismo, l’affermazione dei diritti delle donne e delle classe lavoratrici e il superamento della diffidenza anti-giudaica. Eppure, come allora, le persone Lgbt sono ancora al centro di una narrazione che – esattamente come per gli ebrei nel secolo scorso – le dipinge come contrarie all’ordine sociale e minacciose per le nuove generazioni.

Oggi come allora, vediamo la creazione di lager dove rinchiudere persone che hanno la semplice colpa di ‘essere’. Una cosa, tuttavia, può differenziare il presente: la coscienza di cosa è stato. Le nazioni occidentali non possono e non devono far finta di nulla, com’è già accaduto per la shoah. Occorre utilizzare tutti i canali diplomatici necessari, oltre alle dovute pressioni nelle sedi competenti, per denunciare le violenze e gli eccidi organizzati in Cecenia e pretendere che questa barbarie abbia fine una volta per tutte.

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