Dalla rassegna stampa Cinema

Battute e messaggi politici L’Academy contro Trump premia neri e musulmani

Le proteste. Kimmel punzecchia The Donald L’iraniano Farhadi diserta. Bernal: “Basta muri”

Battute e messaggi politici L’Academy contro Trump premia neri e musulmani

ANNA LOMBARDI
DALLA NOSTRA INVIATA
LOS ANGELES
IL LIETO fine di La La Land non arriva neppure sul palco degli Oscar. Le statuette passano in fretta al cast di Moonlight proprio mentre Marc Platt (produttore del musical premiato con sei Awards) termina uno dei pochi discorsi politici arrivati dal palco del Dolby: «La repressione è nemica della civiltà. Continuate a sognare». E chissà se intendeva rivolgersi a quelli che qui chiamano “dreamers”, i clandestini arrivati in America bambini protetti da Barack Obama ma nel mirino di Donald Trump. Il pasticcio della busta sbagliata spezza il sogno del regista, mezzo immigrato anche lui, e rende agrodolce la vittoria di Moonlight. Lo si capisce dal sorriso tirato di Mahershala Ali, che pure come miglior attore non protagonista era stato il primo premiato del programma: «Non è bello salire sul palco e prendere qualcosa dato ad altri ». Eppure era stato proprio il suo Oscar, il primo a un musulmano, a far capire il mood della serata. Perché le star impegnate in discorsi politici saranno anche state poche (il discorso più esplicito è di Gael Garcia Bernal, il messicano di Neruda che dice: «Sono contro ogni muro») ma i messaggi anti Trump, sia pur sottili, non sono mancati. A partire dal fiocco azzurro dell’Aclu che qui si batte per i rifugiati indossato da Ruth Negga sul suo Valentino. O la spilla di Planned Parenthood, la rete dei consultori attaccata da Trump, sul Givenchy di Emma Stone. Fino alla standing ovation per la “sopravvalutata” — secondo The Donald — Meryl Streep.
D’altronde, l’intera coreografia degli Oscar 2017 è esplicitamente anti Trump. Il conduttore Jimmy Kimmel lo nota con una battuta: «Grazie Donald: ricordate quando gli Oscar erano razzisti?». Già. Dopo le polemiche per gli “Oscar so white” cioè “troppo bianchi”, l’edizione 2017 è quella degli “Oscar so black”, mai così neri. E non solo perché Moonlight, che tocca il tabù dell’omosessualità fra gli afroamericani e che in Italia fu presentato all’apertura del Festival di Roma, si aggiudica tre statuette. Ma anche perché l’Academy usa ogni momento per andare controcorrente: inserendo nei video grandi neri del passato, compresa Hattie Mc-Daniel — “mami” di Via col vento, che nel 1940 fu la prima afroamericana a vincere l’Oscar ma restò segregata per tutta la cerimonia. E poi premiando film come The White Helmets, il corto sugli elmetti bianchi siriani che porta il regista Orlando von Einsiedel a citare Il Corano: «Salvare una vita è salvare l’umanità intera».
Mentre l’iraniano Asghar Farhadi, la cui assenza annunciata è la più esplicita protesta contro il bando anti islamici di Trump, manda l’astronauta Anousheh Ansari a ritirare il premio: «Dividere il mondo porta a nuove guerre». Un messaggio a cui plaude il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, artefice di quell’accordo sul nucleare che Trump vorrebbe smantellare: «L’Iran rappresenta la civiltà da millenni» scrive su Twitter. Al contrario The Donald tace: impegnato al ballo dei governatori, aveva fatto sapere che non avrebbe seguito la serata. Jimmy Kimmel prova a stuzzicarlo: «Sei sveglio?» gli twitta in diretta. Silenzio. Il lieto fine, si fa per dire, non arriva neppure da lì.

Standing ovation per la “sopravvalutata” Meryl Streep, difesa dagli attacchi del presidente
OVAZIONI
Gli applausi a Meryl Streep e Jimmy Kimmel


Finale surreale con Warren Beatty e Faye Dunaway che annunciano il nome del film sbagliato. Non passa “Fuocoammare”
Caos Oscar
E la statuetta va… a “La La Land”, anzi no: a “Moonlight”
SILVIA BIZIO
LOS ANGELES
UN OSCAR che passerà alla storia e di cui si continuerà a parlare per anni a venire. Iniziato bene con Justin Timberlake che ha fatto ballare il Dolby Theatre con
Can’t stop the feeling, si è concluso caoticamente col madornale errore da parte dei contabili della PricewaterhouseCoopers che hanno consegnato a Warren Beatty e a Faye Dunaway la busta sbagliata per il miglior film. La Dunaway, dopo un momento di incertezza, ha esclamato “ La La Land!” leggendo un foglio dove c’era scritto il nome di Emma Stone, che aveva appena vinto come miglior attrice, e, sotto, La La Land. Ogni busta esiste in duplice copia, una per ogni lato del palco, per essere pronti indipendentemente dal lato in cui entrano i protagonisti. L’altra busta era appunto nelle mani di Emma Stone. Sono passati vari minuti prima che il produttore del musical, Jordan Horowitz, fosse avvisato dell’errore e annunciasse, da vero gentleman: «C’è stato uno sbaglio, l’Oscar è di Moonlight! Davvero, non è uno scherzo». Poco dopo la statuetta passava nelle mani del regista Barry Jenkins, che in sala stampa ha detto: «I colleghi di La La Land sono stati incredibilmente generosi e gentili».
Il musical, che era arrivato con un numero record (pari solo a Titanic e Eva contro Eva) di 14 candidature, si aggiudica comunque sei vittorie, tra cui miglior colonna sonora, canzone ( City of stars), miglior attrice Emma Stone e Damien Chazelle che a 32 anni è il regista piu’ giovane a vincere un Oscar. Casey Affleck, come previsto, è il miglior attore per
Manchester by the sea, nonostante le accuse di molestie sessuali del 2010 — poi ritirate — riemerse recentemente. La vittoria di Viola Davis come miglior attrice non protagonista per Barriere e di Mahershala Ali (il primo attore musulmano a vincere) per
Moonlight dimostrano quanto siano cambiate le cose per l’Academy, accusata nel 2016 dalla campagna #OscarsSoWhite.
Festa rovinata in parte dagli errori. La ditta di contabilità PricewaterhouseCoopers, che controlla le votazioni e consegna le buste con i premi, si è scusata in un comunicato stampa: «I presentatori hanno ricevuto per sbaglio la busta della categoria sbagliata e quando l’abbiamo scoperto è stato immediatamente corretto. Stiamo indagando per capire come sia potuto succedere e siamo estremamente dispiaciuti ». Non è stato l’unico errore della serata: la foto della produttrice australiana Jan Chapman, viva e vegeta, è apparsa accanto al nome della costumista Janet Patterson, morta nel 2016, durante il segmento In Memoriam.
Errori che oscureranno forse la bravura del presentatore Jimmy Kimmel, divertente con le sue frecciatine a Matt Damon, leit motiv della serata, e ironico nella confusione finale: «Lo sapevo che sarei riuscito a fare un casino, prometto che non tornerò l’anno prossimo!».
Non ha vinto il documentario
Fuocoammare di Gianfranco Rosi, ma l’Italia festeggia con l’Oscar a Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini per trucco e capelli per Suicide Squad.

 


LA HOLLYWOOD CHE NON C’È PIÙ
EMILIANO MORREALE
ROMA.
Silvio Berlusconi lancia il leghista Luca Zaia come leader del centrodestra e la Lega si infuria. «Se non potrò tornare in campo, il centrodestra dovrà trovare qualcuno al suo interno — spiega l’ex Cavaliere — e il governatore del Veneto si sta comportando molto bene». Ma nella Lega esplodono i malumori. «Vuole solo metterci l’uno contro l’altro — replica Matteo Salvini — il candidato sono io».
LOPAPA E MONTANARI A PAGINA 9
Q UEST’ANNO il premio al miglior film può magari essere letto in funzione anti-Trump: assegnarlo al pur bellissimo La La Land sarebbe stata una scelta forse troppo evasiva in un momento drammatico della politica americana. Ma le scelte dell’Academy esprimono in realtà tendenze di più lunga durata.
Il fatto è che gli Oscar non mostrano più Hollywood com’è, ma come vorrebbe essere: e dunque la nostalgia per ciò che non è più ( La La Land) e l’ideale di un cinema “adulto” ( Moonlight). Fino a non molti decenni fa, il vincitore, si chiamasse
Via col vento o Il padrino, era anche il prodotto di punta, ciò che Hollywood faceva e vendeva meglio. Forse lo spartiacque è stato, nel 2004, il terzo capitolo del Signore degli anelli, blockbuster da 11 statuette. Negli ultimi dieci anni, invece, nessun Oscar per il miglior film è andato a un film di successo: se si sommano gli incassi totali dei vincitori negli ultimi 4 anni, arriviamo a quanto guadagna Pets in un weekend. Anche i premi vengono sparpagliati su più film: non c’è più il titolo che porta a casa una montagna di statuette. Non c’è più, potremmo dire, “il vincitore del premio Oscar”. Il che ha permesso quest’anno al piccolo sorprendente Manchester by the sea di portare a casa due meritati premi.
Questi riconoscimenti a una Hollywood ideale, però, non hanno incoronato quasi mai film artisticamente davvero significativi. Senza voler cercare opere iper-indipendenti o sperimentali, o citare maestri come Eastwood o Allen (da Gran Torino a Blue Jasmine), tra i “miglior film” e “miglior regista” mancano tutti i nomi e i titoli più rilevanti di oggi: dal grandissimo Paul Thomas Anderson a Tarantino, da Wes Anderson ai Coen, dal Fincher di The Social Network al Linklater di Boyhood. Invece, troviamo anonimi professionisti come Tom McCarthy e Tom Hooper, e autori un po’ esibizionisti e da esportazione come Hazanavicius o Iñárritu. Si sono privilegiati film che esprimevano un’idea di arte vistosa e superficiale ( Birdman), o efficaci prodotti dal tema forte ( Spotlight). Moonlight unisce in fondo queste due vie: aggiorna il discorso su sessualità e identità nera (una novità che probabilmente colpisce lo spettatore americano più di quello europeo), basandosi su una sceneggiatura solida e ottimi attori, e strizza l’occhio al cinema d’arte con musiche barocche, steadycam e finali in riva al mare alla Truffaut.
Intanto, nota qualcuno, Trump può consolarsi con un dato: il premio al miglior regista torna a uno statunitense, dopo che negli ultimi 6 anni lo avevano vinto un inglese, un francese, un cinese e (per ben tre volte) addirittura i messicani. Anche se, a guardare bene, pure Chazelle è figlio di un francese…


Stone: “La busta è rimasta in mano a me”
LA MIGLIOR ATTRICE/“IN QUEL TRAMBUSTO, ALLA FINE ABBIAMO FESTEGGIATO TUTTI INSIEME”
LOS ANGELES.
Emma Stone rimarrà negli annali dell’Academy sia per l’Oscar per La La Land che per il malinteso della busta col suo nome (miglior attrice) consegnata e letta erroneamente da Warren Beatty e Faye Dunaway al momento di annunciare il miglior film: anziché limitarsi a dire «ci avete dato la busta sbagliata» i due vetarani si sono limitati a leggere il titolo del film sotto il nome della Stone (
appunto). Ma alla bella Stone, 29 anni dall’Arizona, nessuno toglie la soddisfazione di una vittoria annunciata e meritata. Dietro le quinte subito dopo l’epocale “misfatto” è decisamente sorpresa.
Ha detto che ringrazierà privatamente molte persone. Chi per prima?
«Mia madre. Poi via a celebrare con amici, a ballare e bere champagne».
Ci racconta il momento del malinteso?
«È stato divino sentir pronunciare La La Land: ma le dico la verità, tutti noi abbiamo amato moltissimo Moonlight, sapevamo che era tra i favoriti e giustamente. Certo, avremmo tutti preferito vincere per il miglior film, ma Moonlight è uno dei più bei film mai visti, quindi ero felicissima. Inoltre ho avuto sempre in mano io la busta con il mio nome. Non so proprio come sia potuto succedere. Dopo l’attimo inevitabile di confusione eravamo tutti così eccitati, e abbiamo festeggiato tutti insieme».
Cosa si prova a vincere con un ruolo che ha toccato il cuore di tante persone?
«Avevo 15 anni quando ho iniziato a fare audizioni, una dopo l’altra. E tutto questo adesso mi appare davvero come un sogno, e mi rende molto vicina al personaggio. Guardo questa statuetta come fosse un bimbo ancora non nato: ora mi sento di portare al mondo questa creatura. È tutto molto surreale ».
Quanto costa un Oscar in termini di sacrificio e disciplina?
«Nel mio caso è stata la fortuna di trovarmi circondata da gente straordinaria che ha creduto in me. Non si diventa bravi in questo mestiere senza essere circondati da altri talenti. Impossibile ottenere il successo da soli. E l’Oscar è un gioco di squadra. Proprio come un film».
( s. b.)

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