Dalla rassegna stampa Cinema

Berlinale. L’intervista alla regista del film "Close-Knit", Naoko Ogigami, che affronta il tema dell’omosessualità e lo fa in maniera delicata e originale

[NdR: Il film ha vinto il Premio Speciale della Giuria del Teddy Award]

L’intervista alla regista del film, Naoko Ogigami, che affronta il tema dell’omosessualità e lo fa in maniera delicata e originale

di Giacomo Cosua

A Berlino arriva dal Giappone un film delicato, quasi inusuale per la terra del Sol Levante: parliamo di Close-Knit (Karera ga honki de amu toki wa) diretto da Naoko Ogigami, in concorso nella sezione Panorama. Inusuale perché in Giappone, parlare di omosessualità, ma in particolare di transessualità è ancora qualcosa di molto complesso. La società su questi temi è chiusa nei propri schemi e lo fa in modo molto discreto, subdolo e silenzioso. Proprio per questo la regista Ogigami sceglie di portare sullo schermo una storia vera, come ha raccontato a XL, che è riuscita a colpirla così tanto da arrivare poi a Berlino con il suo lungometraggio.

Il film racconta della storia della piccola Tomo, 11 anni con una madre praticamente assente, alcolizzata che lascia la figlia al suo destino e al cibo preconfezionato del discount. Qualcosa però spezza questa triste routine: la madre scrive un bigliettino alla figlia e sparisce, scaricandola al fratello.

Il giovane zio (Kenta Kiritani) però non vive solo, “abito con qualcuno, qualcuno di insolito”, spiega alla nipote. Quell’insolito è riferito a Rinko (interpretata dall’attore Toma Ikuta), la sua fidanzata transgender. Se la convivenza iniziale è oggetto di sospetti e con una temperatura abbastanza glaciale, Tomo verrà conquistata dai modi gentili, e dall’amore di Rinko. Gesti semplici, quali giocare assieme ai videogiochi, le lunghe pedalate, il poter parlare con qualcuno o dormire abbracciati: tutte cose che nella breve vita di Tomo, a causa della mancata presenza e affettività della madre sono mancate e sono cose che si fanno sentire in particolare nei bambini.

Non è tutto rose e fiori nella casa dello zio Makio: c’è una società, come quella giapponese che è spietata e colpisce silenziosamente le diversità: offese e insulti contro la famiglia “inusuale” di Tomo arriveranno fino ai banchi di scuola dove viene presa di mira dai compagni di classe, fino all’atto più viscido della madre di un suo compagno di classe che manda i servizi sociali a casa di Makio per controllare che la bambina non abbia subito violenze. Come riesce quindi Rinko a combattere la violenza esterna, gli sguardi di scherno della gente? Lavorando a maglia. Dai gomitoli di lana non vengono però fuori maglioni, sciarpe o affini, bensì dei peni di lana. Un rituale che Rinko ha deciso di perseguire fino ad arrivare a 108 unità, ispirandosi alla filosofia buddhista che lo considera un numero sacro. Si arriverà così ad una delle scene più toccanti, con la nuova famiglia che si ritrova in spiaggia a bruciare i famosi falli di lana, gesto liberatorio che segna metaforicamente il cambio definitivo di sesso di Rinko.

Questo film fa sembrare normale quello che per la società non è ancora, in particolare quella giapponese: essere amati non è mai semplice, anche se dovrebbe esserlo quanto poter vivere gesti quotidiani quali fare una scampagnata al mare in famiglia o andare a fare la spesa. Uno dei primi film giapponesi che parla dell’essere transgender in Giappone e che consegna nuova speranza in un paese che ancora oggi è profondamente legato alle tradizioni dove la questione omosessuale è semplicemente evitata.

A Berlino abbiamo incontrato la regista Naoko Ogigami

Come è vista in Giappone la comunità LGBT?
“Parliamo di un Paese molto conservativo, non è semplice davvero, la situazione per le minoranze sessuali è ancora forte e non pienamente accettata, ma spero che ci possa essere un cambiamento in meglio per la vita di tutti”.

Come mai ha scelto di fare questo tipo di film, che di certo nel panorama cinematografico giapponese non è usuale?
“Ho abitato per anni a Los Angeles. In America ho un amico gay e la situazione sul tema mi sembrava molto più rilassata. Quando poi sono tornata in Giappone mi sono resa conto che non avevo, o che meglio non conoscevo amici omosessuali. Come dicevo è ancora un tema difficile, dove la gente non si sente libera di esprimersi pienamente, ho deciso che dovevo fare qualcosa, quasi un dovere”.

Come ha scelto questa storia in particolare?
“Quando decisi di voler fare questo film, ho iniziato a fare delle ricerche e ho trovato in un giornale un pezzo dove si parlava di una ragazzina transgender di 14 anni, che sognava di avere il seno. Sono stata ad intervistare la madre e poi da la ho iniziato a pensare a come raccontare il tutto in un lungometraggio”.

Che impatto avrà questo film in Giappone sul pubblico?
“Devo dire che quando abbiamo fatto il casting, speravo di convincere Toma Ikuta ad interpretare il ruolo di Rinko. In Giappone Toma è molto famoso e avevo paure che il suo ruolo essendo controverso non sarebbe stato facile convincerlo. Invece con sorpresa, non solo mia, è stato subito interessato a fare questo film. Che ci sia lui tra i protagonisti in questo film è stato importante, aiuterà sicuramente il film ad essere visto da un pubblico maggiore e spero che i giapponesi lo accetteranno maggiormente. È davvero una occasione per i giapponesi per comprendere meglio cosa sia davvero il mondo LGBT, anche per le persone più adulte e anziane, che spesso non hanno proprio idea di cosa si parli”.

In questo film sono molto importanti le relazioni tra genitori.
“Sì assolutamente, non volevo fare un film solo sul tema “transgender”, ma anche sulle difficoltà più ampie all’interno della famiglia. Che anche Rinko nel film possa avere un sentimento materno o di cercare di provare a capire la madre che abbandona la figlia. Io ho due figli gemelli di 5 anni. A volte essere madri è davvero difficile e quel sentimento di evasione che nel film racconto da parte della madre di Tomo, non è semplice evasione, ma qualcosa che esprime nella società un disagio più profondo che deve essere analizzato e compreso meglio”.

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