Dalla rassegna stampa Libri

Sulle piste dell’America machista i tre gay correvano più veloci dei pregiudizi

La sfida di Billy, dei suoi amici e del suo allenatore-amante contro paure e tabù fino a conquistare la medaglia d’oro alle Olimpiadi: un libro-cult degli Anni 70 che ha venduto 10 milioni di copie ed è diventato un simbolo nella lotta per i diritti civili

Sulle piste dell’America machista i tre gay correvano più veloci dei pregiudizi
La sfida di Billy, dei suoi amici e del suo allenatore-amante contro paure e tabù fino a conquistare la medaglia d’oro alle Olimpiadi: un libro-cult degli Anni 70 che ha venduto 10 milioni di copie ed è diventato un simbolo nella lotta per i diritti civili

«La corsa di Billy » fu il primo romanzo che denunciò l’omofobia nello sport

GIULIA ZONCA

«La corsa di Billy » non è una storia di sport e neanche una storia d’amore, è il racconto di un’urgenza e come tale può solo andare veloce, scatenarsi. Si muove a falcate, ampie e precise, per pagine che non puoi lasciare perché hanno un ritmo proprio: l’andatura della gara, l’adrenalina della rivalità, la spinta della motivazione e la frenesia del traguardo.

 

Ci sono libri che consumano per la loro intensità, quello di Patricia Nell Warren invece trascina. All’inizio ti stana, per essere precisi. Tu te ne stai bello comodo nella cornice di una università americana, in un territorio noto, quasi familiare, si parla degli Anni Settanta ma lo scenario è sempre quello: ambizioni di provincia, muscoli e aspettative cadenzate da una routine che a un certo punto cede. Harlan Brown, un tecnico con lo stile da marine e l’anima del gay represso, tratta il lettore come i suoi ragazzi sulla pista. Mette a disagio, detta fatica, ti spreme, testa i limiti e racconta, senza fermarsi un attimo. Senza omettere nessun particolare. Descrive un passato sprecato a mentire, attimi di vita rubata nei locali per omosessuali ancora travolti dalle retate della polizia. Si dilunga sui rapporti consumati al cinema e soprattutto su marchette liberatorie, fruste e sospensori. Tutto in un’unica sessione.

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Non è un racconto educato, l’urgenza non lo è mai, e quando Harlan Brown ti ha allenato, ti ha preparato ad ascoltare, arriva il protagonista. Billy Sive è un atleta gay come il suo tecnico, come i due amici che con lui cercano rifugio da chi li può capire. «Sembravano tre rockettari, provati dal viaggio di ritorno da Memphis dove le avevano prese di santa ragione. Avevano lo sguardo spento e la barba lunga». I tre vogliono correre e scattano sulla pista in carbonella di un campus che si emancipa in mezzo a un’America schifata dagli omosessuali. Vanno, con i tendini tirati e reggono alle tante trappole che ogni tipo di avversario piazza sulle corsie. La burocrazia subdola che prova a levare loro il permesso di gareggiare, i compagni retrogradi, confusi dallo stereotipo macho, i politici ansiosi di ordine. Voci, chiacchiere, pettegolezzi che obbligano i tre a strade sempre più lunghe, ma non li rallentano di certo. Loro vanno come treni, soprattutto Billy che aggiunge l’amore al percorso e arriva fino alle Olimpiadi.

(Patricia Nell Warren «La corsa di Billy», traduzione Silvia Nono, Fazi pp. 332, € 18,50)

Ovviamente è l’amore sbagliato, una relazione con il proprio allenatore, quella che non si dovrebbe avere e infatti il povero Harlan se l’era proibita, solo che l’urgenza sa rompere gli argini con una certa facilità. E infatti succede in modo brutale, con un rapporto sessuale furioso e necessario che sposta definitivamente l’orizzonte.
Si corre ancora, stavolta più consapevoli, decisi a dimostrare il proprio valore a provare che i gay non sono checche, che il mito dell’atleta non appartiene a una sessualità predeterminata, si viaggia verso l’autodeterminazione e la medaglia d’oro.

Il libro è del 1974, è stato un testo di culto, un punto di riferimento per la comunità che oggi si chiama Lgbt e allora era un gruppo di persone in cerca di diritti. Al momento della riedizione, 40 anni dopo, è cambiato tutto eppure ancora non abbastanza. Ora si può essere gay, anche atleti gay, ma ormai, trascinati dall’urgenza di «Front runner», titolo originale, capiamo che Billy Sive vuole molto di più. Si agita per le occhiate di traverso, perde la pazienza per le frasi offensive, si stanca di dover sempre spiegare chi è. Essere accettato non basta, serve essere come gli altri, diversi solo per il talento.

A quel punto le Olimpiadi arrivano e non sono più il centro del mondo, il sogno di sempre diventa contorno, «Una Woodstock, però in tuta»: un palco per quella corsa inarrestabile. I Giochi sapranno riprendersi la scena, ricordare al lettore, e pure a Billy, che catalizzano l’attenzione del mondo e per questo scatenano emozioni e reazioni incontrollabili. Dovrete smettere di correre, ma non per sempre.

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