Dalla rassegna stampa Politica

Fedeli e il caso del curriculum. «Il suo diploma non è di laurea»

L’attacco dal Family day: vuole portare le teorie gender a scuola

Fedeli e il caso del curriculum. «Il suo diploma non è di laurea»
La ministra: ma equivale a un titolo triennale di oggi. L’attacco dal Family day: vuole portare le teorie gender a scuola
ROMA Il caso esplode nel pomeriggio sul sito di Roberto D’Agostino: «La neoministra per l’istruzione ha mentito sulla sua laurea? Valeria Fedeli dichiara un diploma di laurea in Scienze sociali, un corso istituito pochi anni fa». E la polemica va avanti fino a sera tardi con il popolo del Family day che infierisce, perché a loro Valeria Fedeli all’Istruzione proprio non va giù, con quelle sue idee così aperte sui diritti civili degli omosessuali.

Il caso riguarda il curriculum che Valeria Fedeli ha postato sulla sua pagina personale web, quella linkata al suo sito ufficiale del Senato, lì dove Valeria Fedeli è stata fino a ieri vicepresidente. In quest’ultimo curriculum lei scrive di avere un «diploma di laurea in Scienze sociali» conseguito presso la Scuola per assistenti sociali Unsas di Milano. Ma in realtà si scopre che il suo è un semplice diploma per Assistenti sociali senza nessuna laurea accanto al titolo diploma. «Perché all’epoca, alla fine degli anni Settanta, non esisteva la laurea triennale come è oggi e oggi quel mio diploma sarebbe equiparato appunto a una laurea triennale», dice la ministra Fedeli scuotendo i suoi riccioli rossi. E affermando, sicura: «Questo è tutto un caso montato ad arte da chi mi contrasta per le teorie sul gender». Certo il popolo del Family day è molto arrabbiato per la sua nomina. E c’è chi come Massimo Gandolfini o Mario Adinolfi la nomina di Valeria Fedeli al dicastero dell’Istruzione non l’hanno presa per niente bene, convinti come sono che la neoministra del Pd è pronta a introdurre nelle scuole la cosiddetta teoria «gender». E infatti è proprio Adinolfi, uno dei principali fautori del Family day, che l’attacca con veemenza, definendo Fedeli: «Una che spaccia per laurea in Scienze sociali un semplice diploma per assistenti sociali. La spacciatrice di menzogne sul gender è abituata a dire bugie. Il problema non è neanche che non è laureata, ma che mente spudoratamente. Per un atto del genere in qualsiasi Paese del mondo dovrebbe dimettersi seduta stante o essere costretta a farlo». Un’eventualità che lei esclude.

Alessandra Arachi



da La Repubblica

“Mente sulla laurea” Fedeli all’Istruzione è subito un caso
Le accuse della destra sul titolo di studio. Attacchi alla ministra prima firmataria della legge sulla parità di genere
CORRADO ZUNINO EX SINDACALISTA
ROMA.
Trascorse neppure venti ore dalla nomina, con il passaggio di consegne al ministero dell’Istruzione ancora da celebrare, sulla neoministra Valeria Fedeli è planato il primo caso del Governo Gentiloni: «Non sei laureata e racconti pure il falso». Già. Il primo scandalo, seguendo i teocon da social network che già ne chiedevano le dimissioni non perdonando alla Fedeli di essere stata la prima firmataria della legge sulla parità di genere e poi di un emendamento sull’educazione alle differenze entrato nella “Buona scuola”. Ieri all’ora di pranzo su Facebook il cattolicissimo Mario Adinolfi, transfuga Pd, blogger, scriveva: «Valeria Fedeli mente sul proprio titolo di studio, niente male per un neoministro dell’Istruzione. Dichiara di essere laureata in Scienze sociali, in realtà ha solo ottenuto il diploma alla Scuola per assistenti sociali Unsass. Complimenti Gentiloni: a dirigere scuola e università in Italia mettiamo non solo una che non è laureata, ma una che spaccia in Laurea in Scienze sociali un semplice diploma della scuola per assistenti sociali». E giù bordate ricordando le vergogne del passato: «La spacciatrice di menzogne sul gender evidentemente è abituata a dire bugie».
Il post ha fatto bingo ed è partito in replica passando dalla nicchia teocon all’ampio popolo dei No con due certezze acquisite: «La neoministra non è laureata e dice di esserlo», scriverà sprezzante una maestra di scuola materna, ancora indignata per l’esclusione dalle assunzioni della Legge 107 delle precarie dell’infanzia. Un professore di Caltagirone, ancora: «Come mai tutti ci dicono che gli studi sono importanti ma chi lo dice raramente ha studiato». Sul versante gender sono arrivati invece gli attacchi di Giorgia Meloni, della Lega e della parlamentare di Idea Eugenia Roccella: «Uno schiaffo al popolo del Family Day».
In effetti la neoministra non ha la laurea. È incontestabile. Che abbia detto una bugia è invece opinabile. Allora, Valeria Fedeli, 67 anni, nata a Treviglio in provincia di Bergamo, recentemente diventata vicepresidente del Senato, nel suo sito online si è così raccontata: «Finite le scuole, mi sono trasferita a Milano per iscrivermi dove ho conseguito il diploma di laurea in Scienze sociali, presso Unsas». La sua futura casa. Che cosa aveva fatto in Unsas (Unione nazionale assistenti sociali), la ventenne Fedeli? Aveva frequentato con successo un triennio post-diploma. Oggi si definirebbe una “laurea professionalizzante”, una triennale ante litteram. Ma nel 1971, quando la Fedeli ottenne il post- diploma, non esistevano né le lauree triennali (arriveranno con Luigi Berlinguer nel 1997), né quelle in Scienze sociali (del 1999). Ecco, i tre anni post-Maturità c’erano, il titolo di laurea equivalente no. Aggiungono fonti vicine alla ministra: nel 1971 la Unsas licenziava chi aveva chiuso i tre anni di percorso proprio con quel titolo: “Diploma di laurea”. «Lo ha sempre riportato nei suoi curriculum senza mentire e lo ha fatto precedere dal nome della scuola Unsas, non di un’università». In un altro curriculum, tuttavia, si legge semplicemente “Laureata in Servizi sociali (attuale laurea in Scienze sociali)”, con la spiega tra parentesi che anticipa di vent’anni l’evoluzione di quel post-diploma.
Resta il fatto che l’approdo alla guida del ministero dell’Istruzione (e dell’Università e della Ricerca) senza una laurea non è problema da poco. In queste ore Valeria Fedeli si è seduta alla scrivania che fu di Giovanni Gentile e Benedetto Croce (peraltro neanche lui laureato) mentre gli ultimi tre ministri sono stati rettori d’ateneo. Questa contestazione — «non sei neppure laureato » — è stata buttata dai contestatori sulla faccia del sottosegretario Davide Faraone, che infatti ha scelto di chiudere gli studi superiori lo scorso primo marzo: Scienze politiche, 106 il voto. E nell’esecutivo sono tre i ministri senza laurea: Beatrice Lorenzin, Andrea Orlando e Giuliano Poletti, perito agrario.



da Il Secolo d’Italia

Dalla legge pro-gender all’Istruzione: la ministra Fedeli preoccupa le famiglie

di ANNAMARIA GRAVINO

Ai più è sconosciuta. O meglio, lo era prima che diventasse ministro dell’Istruzione del governo Gentiloni. Eppure, Valeria Fedeli, già vicepresidente del Senato, è una delle personalità politiche che più ha fatto parlare e preoccupare gli italiani: fra i disegni di legge che ha presentato da senatrice Pd c’è anche quello per l’«Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università». Avete presente i famosi libri per bambini con rassicuranti animaletti che hanno due papà, due mamme o che girano vestiti con tuba da frack e tacchi a spillo rossi? Ecco, lei è quella che a scuola li vorrebbe far adottare per legge come libri di testo.

«Una dichiarazione di guerra al popolo del Family Day»
Non a caso, all’indomani del giuramento, l’associazione Generazione Famiglia ha parlato della sua nomina come di «una dichiarazione di guerra totale al popolo del Family Day». «La Fedeli è senza dubbio la rappresentante politica che più di chiunque in questi anni si è spesa affinché nelle scuole entrassero e fossero attuate le teorie di genere a cui a fatica abbiamo fatto fronte finora», ha ricordato ancora il portavoce dell’associazione Filippo Savarese, pronosticando che «nei prossimi mesi il diritto di priorità educativa dei genitori sarà più a rischio che mai».

L’allarme sull’ideologia gender a scuola
Prima ancora che possa mettere piede al ministero, dunque, la Fedeli si annuncia come personalità divisiva. E il suo inverno a viale Trastevere rischia di essere assai più caldo del tiepido autunno appena trascorso: Generazione Famiglia ha già lanciato un appello per una sorta di Family Day permanente o quasi. Inoltre, è facile immaginare che si riaccenda anche l’allarme sociale sul tentativo di introdurre il gender a scuola, che già negli anni scorsi ha prodotto mobilitazioni, raccolte di firme e problemi nelle singole scuole che si erano portate avanti.

Fedeli contro l’«impropria identità costretta»
Per quanto è dato ricostruire, all’ideologia gender il ministro Fedeli approda attraverso il tramite del femminismo: dalle politiche di genere, intese come politiche di uguaglianza dei diritti uomo-donna, a quelle gender, intese come politiche di annullamento delle differenze tra uomo e donna. Il cuore dell’ideologia gender, infatti, è che nascere maschi o femmine è indifferente e che, libero dai condizionamenti sociali, l’individuo può essere a sua scelta l’uno, l’altra o un po’ e un po’. «Il ddl prevede che i piani dell’offerta formativa delle scuole adottino misure e contenuti di conoscenza ed educazione per eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla impropria “identità costretta” in ruoli già definiti delle persone in base al sesso di appartenenza», si legge sul suo sito, nella pagina di presentazione della legge.

Perché è stata messa proprio all’Istruzione?
Ora che è ministro, tutto fa ipotizzare che Fedeli voglia portare a compimento questa sua battaglia. Anche perché, fra i disegni di legge di cui è stata prima firmataria, questo risulta essere l’unico che abbia attinenza con il mondo della scuola. Particolare che porta a interrogarsi – e, a pensare male, insospettirsi – sul perché sia stata piazzata proprio lì. Da ex sindacalista, infatti, avrebbe avuto un curriculum più solido per i temi del lavoro o dello sviluppo economico, visto che risulta essersi battuta per arginare gli effetti della globalizzazione sui lavoratori del made in Italy. Da femminista, poi, non avrebbe sorpreso nemmeno in un redivivo ministero delle Pari opportunità, che, tra l’altro, avrebbe lasciato meno interdetti del nuovo ministero dello Sport cucito addosso al fedelissimo renziano Luca Lotti.

«Paracadutata» in Senato al posto del marito
Certo, in quest’ultima posizione avrebbe pagato lo scotto del peccato originale del suo approdo in parlamento, di fatto avvenuto ereditando il posto dal marito Achille Passoni. «Paracadutata», le dissero quando fu indicata lei – bergamasca che aveva vissuto tra Roma e Milano – come capolista del Pd in quella Toscana di cui il marito era senatore uscente. «Lo so e devo dire che ho pensato subito che questo potesse essere un handicap. Però mi piacerebbe che si andasse oltre, con le mie battaglie spero di farmela “perdonare”», fu la sua risposta in un’intervista a Repubblica. Ecco, oggi viene da pensare che forse con un incarico ministeriale di tipo diverso gli italiani gliela avrebbero pure perdonata. Più difficile credere che le perdoneranno un mandato all’Istruzione a vocazione gender.

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