Dalla rassegna stampa Teatro

Popolizio cambia mestiere tra i ragazzi di vita di Pasolini

La pièce.
L’attore mette in scena il romanzo del 1956
Popolizio cambia mestiere tra i ragazzi di vita di Pasolini
ANNA BANDETTINI
ROMA
QUELLA Roma oggi sembra perfino struggente: perché Riccetto, Agnolo, il Begalone, Alvaro e gli altri ragazzi pasoliniani delle borgate che bighellonano tra il Fontanone e piazza di Spagna, il Tiburtino e Centocelle fino al Lido di Ostia, sulle note di Claudio Villa, «sono una Roma perduta: cinica e sorniona, ma profondamente umana», dice Massimo Popolizio. «Oggi Roma è disumana. E non c’entrano i politici. Che c’entrano Alemanno o Marino se parcheggi in terza fila? Roma è cinica perché i romani sanno che le cose non cambieranno e dunque se ne fregano».
Non sa se da grande farà il regista ma uno dei più grandi attori di teatro italiano dice che quando glielo offrono lo fa volentieri. Così, dopo la regia di Il prezzo con Umberto Orsini la scorsa stagione, da più di un anno l’attenzione alla parola e la passione per gli autori sono diventati per Massimo Popolizio l’impegno nella prima trasposizione teatrale del romanzo d’esordio di Pasolini, Ragazzi di vita, con la supervisione drammaturgica di Emanuele Trevi e per iniziativa del Teatro di Roma dove debutta dal 26.
Solo regista stavolta, Popolizio ha diretto 18 giovani attori e Lino Guanciale nel ruolo del narratore in un Teatro Argentina suggestivamente vuoto, «un set in continuo cambiamento — spiega — come visto da un drone» che segue il viaggio di Riccetto e gli altri, ragazzini orfani dell’innocenza nella Roma del ’55, tra bravate e amicizie, eroismi e prostituzione maschile. Volti e emozioni di vitalità emarginate, che nella distanza siderale da quelli di oggi restituiscono una verità al presente più di ogni cronaca televisiva. «Per questo l’ho trovato ancora un bellissimo romanzo. Ma l’importante era tenerci lontani dal rischio della fiction o del cliché pasoliniano», spiega. «Roma sarà sopratutto la lingua, quella mimesi tra letteratura e dialetto che è stata la sfida più importante di Pasolini, una lingua dura, romana ma non vera, non il romanesco alla Brignano, per intenderci. Qualcosa di inimitabile, frutto di una costruzione che nobilita il romanesco e costringe gli attori a inventare un modo di recitare. Un po’ come fu per il Pasticciaccio di Gadda con Ronconi ».
Noto per la serietà con cui lavora al cinema ( Mio fratello è figlio unico, Il Divo, La grande bellezza), in tv e in teatro, dopo Ragazzi
di vita Popolizio riapre un’altra bella avventura: l’attesa tournée di Lehman Trilogy il kolossal di sei ore, ultimo capolavoro di Ronconi dal testo di Stefano Massini che il Piccolo porterà in Italia e all’estero, dal 9 novembre allo Stabile di Torino, dal 25 all’Argentina di Roma, al Piccolo in gennaio. «Gifuni, De Francovich, Pierobon, io e gli altri interpreti abbiamo vissuto qualcosa di irripetibile: aver perso il nostro maestro durante questo lavoro ci ha dato quella tensione emotiva che ha permesso il triplo salto mortale su un testo non teatrale. Ora si tratta di ritrovare quella tensione. Luca ci manca. Il palcoscenico è sempre più un luogo difficile da frequentare, va da Castellucci a Geppy Gleijeses: una diversità che confonde gli attori e in più non ci sono più gli artisti che come Ronconi mettevano al centro l’attore. Da regista metto a frutto l’esperienza per risolvere i problemi di un testo, con alcune basi tecniche. E un po’ di “capoccia”».

RISCHI
L’importante era tenerci lontani dal rischio della fiction o del cliché
Un momento di “Ragazzi di vita” con la regia di Massimo Popolizio (nella foto in basso)

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