Dalla rassegna stampa Libri

La notte in cui Tondelli cercò Dio al night-club

CULTURA
In un memoir Mario Fortunato racconta l’amicizia con lo scrittore scomparso 25 anni fa. Tra momenti ludici, spiritualità e letteratura
La notte in cui Tondelli cercò Dio al night-club
MARIO FORTUNATO
Fu Pier a telefonarmi nella sede di “Reporter”, una mattina di maggio. Stava per uscire un suo nuovo romanzo, “Rimini”, e immaginai a torto che volesse parlarmi di questo. Ogni scrittore vive in uno stato di incertezza permanente, intervallato da qualche sprazzo di panico: quando sta per pubblicare un libro, il secondo prende di norma il sopravvento. È allora che si eccede
nell’uso del telefono. Chiacchierammo del più e del meno. Pur essendo lui di una timidezza già comprovata e io un calabrese — cioè un individuo propenso ai formalismi –, ci mettemmo a ridere e scherzare con assoluta confidenza. Quella telefonata, a ogni modo, sancì la nascita della nostra relazione. Cominciammo a sentirci quasi tutti i giorni, spesso più di una volta nell’arco delle ventiquattro ore. Conversavamo di libri, in primo luogo, ma non tralasciavamo anche i particolari più irrilevanti della quotidianità. Passavamo intere serate con l’orecchio incollato alla cornetta e, di conseguenza, le bollette arrivarono rapidamente alle stelle.
Benché avessi tre anni meno di lui e fossi del tutto sprovvisto di quel complicato armamentario conosciuto sotto il nome di saggezza, mi chiedeva consiglio su ogni cosa, come si fa con un fratello maggiore, anche se ero io, casomai, a dover imparare qualcosa da lui. Gli piaceva credere che fossi «un gentiluomo del Sud» (parole sue), che ha il comportamento appropriato in ogni occasione. Glielo lasciavo credere, chissà perché. Forse, per sentirmi importante.
Rimini segnò il suo passaggio alla casa editrice Bompiani. Il libro scalò le classifiche dei bestseller; per i moralisti del tempo, fra i quali militavo, un peccato imperdonabile. A Pier, tuttavia, fece piacere registrare che il suo saldo bancario finalmente stazionava parecchio sopra lo zero. Poteva comprare un’automobile, magari un tappeto kilim, muoversi con maggiore tranquillità fra Bologna, Firenze, Roma e Milano. Di conseguenza, le bollette telefoniche riassunsero i contorni della ragionevolezza, almeno per lui. […] Ricordo con precisione una sera milanese in un locale notturno che mi pare si chiamasse Uitì, o qualcosa del genere (credo fosse la versione dialettale dell’espressione “Ehi tu”). Vi si entrava come in un carcere: dopo aver suonato il campanello, si apriva uno spioncino, qualcuno ti squadrava da capo a piedi e viceversa, poi la porta in ferro si spalancava rumorosamente. All’interno, altre porte, sempre in ferro, aperte e richiuse alle tue spalle con clangore metallico. Finalmente, una stretta scala conduceva al seminterrato. Pier mi disse che era proprio quell’aspetto penitenziale e punitivo a piacergli. Disse che gli dava l’impressione di accedere a un girone di dannati. In effetti, di dannazione ce n’era parecchia, lì sotto, equamente distribuita fra gli avventori.
Oltre alla dannazione, ferveva il commercio — e non escludo che il secondo fosse all’origine della prima. Pier mi portò in quel locale perché voleva parlare di religione e gli sembrava che il luogo fosse il più adatto all’argomento. Non aveva nessuna intenzione dissacratoria, come è ovvio, casomai estetica. Era sinceramente cattolico e in lui agiva la convinzione che il divino si manifestasse nel tormento dei derelitti, nella pena temuta e insieme abbracciata come segno di riscatto.
Mi chiese se anch’io, come lui, sentissi che nella scrittura si celebrava una forma di nostalgia del sacro. Risposi di sì: chiunque abbia a che fare con la letteratura, aggiunsi, ne avverte il riflesso, sia pure in maniera incerta. Riprese accennando alle sue letture dei testi induisti e di quelli evangelici. Aveva bisogno di Dio, ripeteva; ne provava una necessità quasi fisica, ma in questo io non lo seguivo. Devo dire che rimasi impressionato dai suoi discorsi, non comprendendo soprattutto l’insistenza sul tema della morte: ci girava intorno, come se fosse contemporaneamente l’insetto incapace di resistere al ragno e la tela che ne indica il destino. E poiché ho ricevuto un’educazione completamente laica, a un certo punto cercai di spostare l’attenzione sulle fattezze di un giovane prostituto che ci fissava dal bancone del bar. In Pier si accese un guizzo di interesse. Si accese e si spense.
Cominciammo a bere birra, una bottiglia dopo l’altra. Intanto, lui prese a parlare di Isherwood, convinto probabilmente che lo avrei capito meglio. Disse che, attraverso la riflessione sui libri Vedanta, così cari allo scrittore che entrambi amavamo, aveva riscoperto e messo a fuoco la propria fede. Solo che quella fede, invece di illuminarlo, conducendolo su una strada di benessere interiore, lo accecava, scaraventandolo in una disperazione che appariva senza scampo.
Ora so che quella sera, nel localaccio milanese, fu quasi sul punto di confidarmi ciò che non osava dire neppure a se stesso. Era malato, provava paura, si sentiva mostruosamente solo. Ora lo so, o posso immaginarlo. Le vecchie armi della letteratura non gli bastavano più. Tuttavia, aveva bisogno del confronto con le mie idee e in particolare con il mio ateismo, perché vi scorgeva comunque una prossimità a quella dimensione religiosa che la scrittura porta sempre con sé, anche in un cuore granitico come il mio. Gli dissi che, da bambino, mia madre mi rimproverava spesso di avere “il cuore di pietra” e che da allora, stupefatto e umiliato, non avevo smesso un minuto di sentire quel macigno battermi in petto. Al contrario della sua, che dopotutto apparteneva alla biologia, la mia era una dannazione minerale, o almeno fossile.
Mi baciò. Ci baciammo. I nostri occhiali. Tornammo a casa ubriachi.

FOTO: © GIOVANNI GIOVANNETTI
* IL LIBRO E L’INCONTRO
Questo testo è tratto da Noi tre di Mario Fortunato ( Bompiani, pagg. 180, euro 17), memoir sui due amici scomparsi Pier Vittorio Tondelli ( nella foto grande) e Filippo Betto. L’autore sarà domenica al Festivaletteratura di Mantova ( ore18, Cortile di Palazzo d’Arco)

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