Dalla rassegna stampa Libri

L’uomo oggetto che somigliava a Dorian Gray

Edmund White racconta la storia di un giovane bellissimo modello nell’ambiente gay delle sfilate di moda e delle feste newyorchesi degli anni Ottanta

Il romanzo.
Edmund White, classe 1940, è tra più importanti osservatori, frequentatori, romanzieri della vita gay. Ha sempre sbattuto in faccia a tutti l’evolversi del mondo omosessuale occidentale, gli adolescenti frustrati della provincia americana, gli scorrazzamenti nei locali hard, la devastazione dell’Aids. Presente nell’American Academy of Arts and Letters, autore di tredici raccolte di racconti, di una quotatissima trilogia autobiografica, di quattro memoir, di numerose biografie, tra cui Jean Genet, Marcel Proust e Arthur Rimbaud, quando White scrive lo fa con un linguaggio scolpito e esplicito (più volte è stato criticato per le eccessive descrizioni del corpo e del sesso) capace di rivelare l’indistinto e di superare la superficialità anche quando parla di un personaggio che vive solo del suo apparire e assomiglia terribilmente a Dorian Gray, come Guy, l’eterno ventenne protagonista di questo suo ultimo Il nostro caro ragazzo, modo in cui Colette chiamava Proust ormai vicino alla morte.
Niente paura, non ci sono artifici sovrannaturali o ritratti nascosti in soffitta a mantenere giovanissimo l’aspetto di Guy: lui è semplicemente bellissimo, e la sua attenzione non maniacale all’estetica (esercizi facciali quotidiani, alimentazione contenuta, taglio di capelli frequente, eleganza, ma nessun intervento chirurgico) lo rende quasi immune all’invecchiamento, così che a 40 anni può esser preso per un meraviglioso venticinquenne. Noi però lo incontriamo diciassettenne, quando fugge alla povera provincia francese e a Parigi incontra per caso un talent scout che lo proietta sui palcoscenici della moda francese. Da una passerella di Pierre Cardin al successo assoluto il passo è breve. Per un decennio diventa «l’uomo più coccolato di Parigi».
Guy non è vanitoso, è solo consapevole del potere che ha. Certo, è narciso, ma moderatamente, il suo agente lo definisce «un buco nero nello spazio infinito», una creatura stupenda su cui ognuno proietta i propri desideri. Nel 1980 è pronto per New York, anche se all’inizio gli sembra «una città provinciale, priva di stile, ma misteriosamente elettrica». Elettrica e fagocitante. In pochi mesi Guy diventa il numero uno, lavora con Hiro e Avedon, Banana Republic e Valentino, vive al Greenwich Village, frequenta un ambiente tra l’etero e il gay, viene guardato come un bell’oggetto un po’ esotico, con quell’accento francese, ben presto al quattordicesimo posto nella classifica dei modelli stilata da Forbes. Dire che quest’uomo abbia un’interiorità è dire troppo, ma manda sempre dei soldi alla mamma.
Apparire, apparire. Tutto scorre nell’ossessione dell’esteriorità, finché non compare un vecchio barone belga che invita Guy a feste fantasmagoriche sullo yacht e gli regala una Mercedes solo per immetterlo in un’orgia gay, “guardarlo” e passare più tardi a donargli un appartamento al Village purché partecipi a un festino sado-maso. Eppure Guy mantiene un suo modo d’essere, la sua trasparenza, il suo lavoro: il travestimento da sadico non gli riesce nemmeno tanto bene, al culmine del tutto – White non lascia mai niente di non detto – si preoccuperà che le escrezioni dei bruti non finiscano nell’apparecchio acustico dell’anziano… col barone finisce lì, anzi, si sarà fatto un nemico.
Guy no, non è un bruto. È leale. Lo si vedrà anche col suo futuro benefattore Fred (a cui tuttavia strappa una villa al mare): quando si ammalerà di Aids (argomento su cui White ci fa vedere molto bene quanto negli anni ‘80 si straparlasse senza capirne niente), lo accompagnerà fino in fondo. Lui no, non si ammala, è attentissimo, poco vorace, poco generoso anche se non taccagno. Ci sono solo due amori che lo travolgono, uno con un ispanico terribilmente possessivo, l’altro, Kevin, etereo e nordico, vergine, giovane, giovane davvero. A tutti Guy fa del male senza volerlo. La sua bellezza, il suo piacere a tutti decidono per lui. È come un bell’oggetto vuoto, un buco nell’universo, anche se alla fine si riprenderà se stesso e la sua età.
Non era vanitoso ma semplicemente consapevole del suo potere Era una creatura stupenda su cui ognuno proiettava i propri desideri
ILLUSTRAZIONE DI AGOSTINO IACURCI
IL NOSTRO CARO RAGAZZO
di Edmund White
FANDANGO/PLAYGROUND TRAD. MARTINO ADANI PAGG. 302, EURO 18

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