Dalla rassegna stampa Cinema

La nascita del Gay Pride vista dal Re dei Disaster Movie: la recensione di Stonewall

Roland Emmerich (Independence Day, L’alba del giorno dopo) tenta di raccontare i primi passi del movimento di liberazione gay moderno, ma sceglie la via più superficiale

Ha i suoi bei momenti teneri Stonewall, e persino dei carismatici interpreti su cui spiccano l’innocenza un po’ spaesata di Jeremy Irvine e, soprattutto, la rivelazione Jonny Beauchamp, qui al suo debutto sul grande schermo dopo aver conquistato i fan della serie tv Penny Dreadful. Eppure, è anche innegabile quanto l’approccio di Roland Emmerich pecchi di superficialità ed eccessivo semplicismo: andava benissimo con Independence Day, Sotto Assedio – White House Down e The Day After Tomorrow, opere il cui fine ultimo era la spettacolarizzazione assoluta in nome del popcorn e dell’intrattenimento; va un po’ meno bene quando invece racconti un recente fatto storico tanto scottante quanto importante come la nascita del movimento di liberazione gay moderno.

Il problema non è tanto che il cineasta abbia cambiato la storia (lo fanno praticamente tutti in quel di Hollywood, talvolta per meglio drammatizzare le vicende; altre volte per dare la propria interpretazione personale), ma che nel farlo abbia svuotato la realtà della sua potenza, trasformando l’inizio di una rivoluzione in un coming of age dal sapore un po’ banale e risaputo. L’occhio di Emmerich, insomma, parrebbe essere il primo a non accorgersi della grandezza cinematografica dei Moti di Stonewall avvenuti nel 1969, di quel risveglio collettivo che poi avrebbe dato il via al Gay Pride internazionale. Quale cosa più potente e filmica di un gruppo di reietti e outsider (anche un po’ freak) che se la menano alla grande con le forze dell’ordine urlando per la libertà e la parità di diritti civili? Ecco, di quest’immenso materiale Emmerich riesce a cogliere molto poco, non solo perché evita di presentarci a dovere le basi della scossa (il fermento social-culturale dell’epoca è accennato in modo vago e didascalico), ma anche per la mancanza di reale, coinvolto e contagioso attivismo (quello che invece troviamo nel bellissimo Pride di Matthew Warchus, per intenderci).

Coi suoi disaster movie, Emmerich aveva preso delle banali porzioni di verosimiglianza usandole come pretesto per creare degli spettacolari blockbuster. Qui, parrebbe invece fare la cosa opposta, partendo da una spettacolare storia vera ma arrivando verso direzioni tanto scontate quanto povere di suggestioni. Stonewall, allora, si rivela davvero un film sbagliato e sprecato, purtroppo.

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