Dalla rassegna stampa Cinema

Un Pulitzer da Oscar

«Quando sapemmo che volevano girare Spotlight, ci dicemmo: ma a chi vuoi che interessi come i giornalisti fanno le loro salsicce? E invece ne è venuto fuori un racconto fedele della nostra inchiesta sulla rete di preti pedofili

Walter Robinson. È il giornalismo, bellezza

ROMA – ASETTANT’ANNI, METÀ DEI QUALI al Boston Globe, dove è oggi editor at large, il premio Pulitzer Walter Robinson “Robby” ha ancora negli occhi la luce e la febbre del cronista. «Quando sapemmo che volevano girare Spotlight, ci dicemmo: ma a chi vuoi che interessi come i giornalisti fanno le loro salsicce? E invece ne è venuto fuori un racconto fedele della nostra inchiesta sulla rete di preti pedofili della diocesi di Boston. Direi di più. Spotlight spiega la ragione del perché fare il giornalista può dare senso a un’intera vita. Poter un giorno scrivere una storia non per vedere che cosa accadrà dopo che è stata pubblicata. Ma per sapere che, grazie a quella storia, quel che era accaduto sin lì non accadrà mai più. Detto questo, il film si è concesso due licenze narrative…».
Quali?
«Michael Keaton sembra uscito da un negozio Brooks Brothers. Io non giravo con le camicie botton down e non ricordo più quando ho indossato l’ultima volta dei pantaloni con la piega. La seconda: nelle redazioni la democrazia non esiste. Da caporedattore di “Spotlight” (nome del team investigativo del Globe, ndr) ho sempre ascoltato le ragioni dei miei cronisti. Perché Joseph Pulitzer diceva: “ Nel giornalismo, ogni cronista è una speranza, ogni editor è una delusione”. I reporter sono macchine progettate per non avere i freni. Perché per quelli ci sono i caporedattori. Ma il mio reporter Michael Rezendes non mi ha mai urlato o sbattuto la porta in faccia. Perché quando non eravamo d’accordo, le discussioni con i miei cronisti finivano sempre allo stesso modo: “Bene, hai detto quello che dovevi. Ora decido io”».
Tra il 6 gennaio 2002 e l’aprile del 2003, il “Globe” pubblicò 600 articoli che gli valsero il Pulitzer e documentarono l’esistenza di una rete di preti pedofili della diocesi di Boston che, nell’arco di quindici anni, aveva visto oltre 150 religiosi abusare migliaia di vittime. L’inchiesta documentò anche come la rete fosse stata coperta dall’arcivescovo di Boston, Bernard F.Law, e costrinse la Santa Sede a uno storico mea culpa.
Perché decideste di imbarcarvi in quel lavoro?
«Il merito fu di Martin Baron. Nell’estate del 2001 era appena stato nominato direttore del Globe.
Il primo nella storia del giornale a non essere scelto tra gli editor della testata. Arrivava dalla Florida ed era stato al New York Times. Un marziano. Nel film si lascia intendere che il fatto di essere ebreo lo aiutò a non sentirsi prigioniero della Diocesi e della cattolica Boston. Ma la verità è più semplice. Baron, che era e resta il miglior direttore che abbia mai avuto la stampa americana (dal 2012 dirige il Washington Post, ndr), guardava Boston con occhi freschi, curiosi. La sua vita era il giornalismo. Potevi mandargli una mail a mezzanotte o all’alba ed eri sicuro che ti rispondesse dopo un minuto. Ci convinse a riprendere in mano e ad allargare l’indagine su un caso di molestie sessuali da parte del reverendo John Geoghan del 1997, di cui si era occupato il Globe nelle sue pagine locali».
Perché?
«Gli atti di quella denuncia, che si era chiusa con una transazione tra il reverendo e le sue vittime, erano stati secretati. Per noi di Boston era normale che la magistratura coprisse con la riservatezza una questione che imbarazzava la Chiesa. Lui ci disse di lavorarci sopra per scoprire la ragione di quella secretazione. E convinse l’editore del
Globe a far causa alla Diocesi per chiedere e alla fine ottenere la desecretazione di quegli atti da cui fu evidente che quella rete era stata coperta dall’arcidiocesi per quindici anni».
Nel film, una delle figure chiave è anche Ben Bradlee jr., figlio del Ben Bradlee direttore del “Washington Post” del caso Watergate. Un segno del destino.
«Ben era il vicedirettore esecutivo del Globe cui io rispondevo come capo della redazione inchieste. Come il padre, aveva il garbo dell’elefante in una cristalleria e i modi profani di chi ama andare al sodo delle cose. Era capace di telefonare e dire: “Stai scherzando, vero? Mi stai dicendo che ci sono a Boston novanta preti pedofili del cazzo?”.
“Spotlight” celebra il giornalismo d’inchiesta o è un appello alla sua sopravvivenza?
«L’uno e l’altro. Quindici anni fa, al Globe eravamo più di cinquecento. Oggi superiamo a stento i trecento. Le storie che ci chiedono sono di mille parole e perdiamo ore e ore incatenati a twitter, facebook, instagram. Perché, ci spiegano, che senza un nostro pensiero o segnalazione in Rete ogni venti minuti non si va avanti. Per carità, il business è questo. Poi, però, sai che “Spotlight” esiste e resiste dal 1970. Il più antico team investigativo del giornalismo americano. Ebbene, nell’era digitale, il giornalismo investigativo resta la sola risorsa per controllare davvero i poteri pubblici e privati e l’unico che convinca un lettore che tu sia indispensabile ».

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Michael Keaton. Conta la storia, non l’attore

ARIANNA FINOS

ROMA – «DA BAMBINO RUBAVO il giornale a mia madre, ma confesso: era solo per leggere lo sport». Quaranta film alle spalle (dallo “spiritello porcello” di
Beetlejuice al supereroe Batman per Tim Burton fino al divo in declino nel Birdman di Iñárritu) Michael Keaton oltre che per il cinema la passione per il giornalismo in realtà ce l’ha davvero. «Ricordo ancora l’odore della carta di giornale e i miei genitori che commentavano gli articoli. E a vent’anni divoravo i reportage del Rolling Stone, il più tosto tra i magazine per la mia generazione ribelle». Una passione portata al cinema prima con Cronisti d’assalto di Ron Howard, poi con la miniserie Live from Bagdad e ora, soprattutto, con Il caso Spotlight in cui interpreta il giornalista del Boston Globe e premio Pulitzer Walter Robinson.
Lei ha detto che i giornalisti del “Boston” sono dei veri eroi. E però anche la scelta di portarne la storia sul grande schermo è importante per l’impatto che può avere sulla società, no?
«Guardi, interpretare questo ruolo per me è stata una benedizione, è la quintessenza di ciò che mi rende felice: cambiare le cose attraverso il mestiere che fai, che sia quello del giornalista o dell’attore conta poco. Io non sono importante. Importante è la storia che raccontiamo, ovvero la storia di un gruppo di giornalisti di Boston che dimostrano che cosa voglia dire far bene il proprio lavoro. Dare il buon esempio, questo è importante ».
Tanto più quando lo scontro avviene in una comunità in cui si è pienamente inseriti come accade a Walter Robinson, il giornalista a cui lei presta il volto.
«Assolutamente, conosco il problema. Io sono cresciuto a Pittsburgh, Pennsylvania, una città grande eppure molto provinciale. E anche Boston è così, l’ho imparato lavorando nel film. È il tipo di mentalità che ti fa pensare che chi arriva da fuori non sappia e non possa capire. La mia scena preferita è quando Robby incontra il nuovo direttore del Globe, Martin Baron, interpretato da Liev Schreiber, e pensa che questo tizio appena arrivato non possa capirci un accidenti di nulla. Ma ha l’intelligenza e l’abilità sottile di andare oltre i pregiudizi. E di ascoltare».
Nel 1976, quarant’anni fa, uscirono al cinema due film-culto sul mondo del giornalismo: “ Tutti gli uomini del presidente”, sullo scandalo Watergate, e “Quinto potere”, sulla crudeltà dei network. Oggi secondo lei a che punto siamo?
«Sempre più verso Quinto potere, purtroppo. Le news sono gestite dalle aziende, e questo è un semplice fatto. Tutti i grandi network continuano a occuparsi delle uscite di Donald Trump e, beh, penso che se venisse eletto avrebbero la loro bella fetta di responsabilità. Come pure quei tabloid che vanno avanti a strillare titoloni. È anche che la gente vuole cose facili, ed è pigra. Per fortuna però giornali e siti che ancora cercano la verità ci sono, e il nostro film sta lì a dimostrarlo».
Lei viene da una famiglia molto cattolica, ha fatto il chierichetto come del resto anche i suoi sei fratelli. Come hanno reagito vedendo un film in cui la Chiesa viene messa sotto accusa?
«Pensano che sia stato un film necessario. Quanto a mia madre, era una donna che andava a messa tutti i santi giorni ma mi piace pensare che anche lei avrebbe capito. Per me la parte più dura del film è quando Sacha Pfeiffer, la giornalista interpretata da Rachel McAdams, deve spiegare quello che sta scoprendo a sua nonna: è una scena che mi ha strappato il cuore. Sono state molte persone che dopo lo scandalo pedofilia si sono allontanate dalla Chiesa, sa?».
Lei, da cattolico, ha detto di ammirare molto papa Francesco. Che però, la informo, qui in Italia ha appena frenato su una cosa che molto alla lontana potrebbe ricordare il matrimonio tra gay.
«Gli irlandesi sono cattolici, eppure loro i matrimoni tra gay li hanno legalizzati, no? Quanto a Francesco sì, sono un suo grande fan. Credo stia spingendo un macigno tutto in salita. Lo ammiro per quel che dice sull’economia globale, per l’attenzione che mette nei confronti dei poveri. Quando ha detto “Chi sono io per giudicare?” è stato davvero grande. Certo, è facile dire che dovrebbe fare di più. Ma è alla guida di una vecchia e potente istituzione, e nessuno prima di lui aveva fatto tanto. Io ho incontrato Giovanni Paolo II, volevo che benedicesse mia madre — e lo ha fatto. Seguo anche il Dalai Lama. Ma nessuno è come Francesco: quando è venuto negli Stati Uniti ero entusiasta per ciò che ha detto sulla pedofilia. Ho letto l’ammirazione di Obama, quando era con lui. Sarebbe bello, sarebbe davvero bello se vedesse il nostro film».

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