Dalla rassegna stampa Cinema

VENEZIA 72 - Il tocco dei maestri

….Nove settimane di riprese, dieci mesi di montaggio – questo il segreto: il montaggio- per far rivivere l’associazione di gay anziani,…

Con Sokurov e Wiseman incanta il racconto della vita così com’è Ma il re del Lido è Johnny il Pirata protagonista fuori concorso

I ragazzi del secolo scorso giocano un altro campionato

VENEZIA – CI SONO i film, poi ci sono le opere d’arte. Ci sono i favolosi interpreti e i registi americani cresciuti guardando Tutti gli uomini del Presidente e Il Padrino che provano a farlo anche loro. Ci sono i giovani registi europei, alcuni dotati di grazia. Poi ci sono i maestri. Sono proprio campionati diversi. Più che ingeneroso, è impossibile paragonare l’ironia intelligente di Marguerite , il filmone americano di mafia proprio ben fatto, che farà incassare milioni nelle sale, con l’arte purissima, magnificente di due ragazzi del secolo scorso. Due ragazzi che hanno il Novecento negli occhi e l’innocenza, ancora, a quasi 70 anni e quasi 90, per raccontarlo.

Da principio il decano, Frederick Wiseman. 85 anni, per l’esattezza. Stava seduto da solo a un tavolo rotondo, l’altra sera, nel gran ricevimento inaugurale sulla spiaggia dell’Exclesior. «Non ho molta fame», sorriso timido fra due grandi orecchie aperte, un volto da cartone animato. Wiseman guarda. Non fa mai parte del gioco: si limita a registrare la realtà. In Jackson Heights , fuori concorso, è un pezzo di mondo, è la vita stessa che fa irruzione al cinema. Dura più di tre ore ma non smetteresti mai. Ha passato la vita a raccontare l’America. Che è un posto, come dice negli ultimi minuti del film uno degli abitanti di Queens, dove «hai un sacco di libertà, anche quella di essere maltrattato e derubato».

Quando parliamo di flussi migratori, dell’onda che travolge il tempo in cui viviamo, quando ascoltiamo esseri umani tipo Salvini in tv dovremmo avere sempre in dote una mezz’ora di Wiseman disponibile. Come antidoto. Jackson Heights nel Queens, a NY, è una delle comunità più eterogenee del mondo. 167 lingue, altrettante etnie. Senza mai entrare nel racconto, con una discrezione che si stenta a immaginare, mostra la vita com’è. Nove settimane di riprese, dieci mesi di montaggio – questo il segreto: il montaggio- per far rivivere l’associazione di gay anziani, le collaboratrici del deputato che rispondono al telefono a ogni genere di protesta, i musulmani che pregano, i commercianti latini che provano a opporsi all’apertura di Gap perché saranno sfrattati… Ci vuole un vecchio poeta in disparte per dirci il mondo in cui viviamo qual è. Non rottamiamo i vecchi, non tutti. Non corriamo troppo, la velocità da sola non basta.

Alexander Sokurov, 64 anni (ma in Russia il tempo corre diverso, potrebbero essere 130), ha presentato in concorso Francofonia . Un film che non poteva sapere di esserlo ma è (anche) un tributo a Khaled Asaad, l’archeologo direttore del museo di Palmira decapitato a 82 anni dagli uomini dell’Is. Asaad, gigantesco vecchio, è morto per aver fatto quel che Jacques Jaujard, direttore del Louvre, non ha dovuto fare perché un nazista gentile, il conte Franz Wolff Metternich, non lo ha costretto a fare.

Sokurov, già Leone d’oro con Faust nel 2011, fa un cinema visionario, imprevedibile, letterario, geniale. Racconta Parigi occupata, mescola immagini di repertorio – Hitler che passa in rassegna la città deserta – a dialoghi con una Marianna, col pubblico («Vi siete stancati di me?, abbiate pazienza, il mio film sta per finire»). Il Louvre non è la scena ma il protagonista vivo del film. I tori alati dell’Assiria, il sorriso della Gioconda, i ritratti. Chi sarei stato io se non avessi visto dipinti gli occhi degli uomini prima di me?, chiede la voce del regista che si rivolge al pubblico. I palazzi crollano, ovunque. Babilonia, Ninive, Troia. Ora Palmira. Cosa saremmo noi senza la bellezza, non è forse l’arte a definire la nostra identità? Cosa sarebbe l’Europa senza la memoria di sé, Parigi senza il Louvre? Anche Sokurov, come Wiseman, è un maestro. Il testimone di un tempo. Il suo film sarà amato dai cinefili, disertato nelle sale. Ma non serve a questo Venezia? A dire: ci sarebbero, volendo, queste gioie nello scrigno?

Anche Black Mass è un bel film. Come passare da Tarkovskij a House of cards . Va bene, funziona, è un altro campionato. I ragazzi di mezzo mondo impazziranno, e i loro genitori insieme, per questo Padrino del Duemila fatto bene assai e interpretato da uno stupefacente e di per sé già adorato Johnny Depp, qui al suo meglio. Una storia vera, e che storia. La guerra tra mafia irlandese e italiana negli anni dal ’70 al 2000, a Boston.

Per chi tiene il conto: in tre giorni il secondo kolossal ambientato a Boston (dopo Spotlight ).

Viene voglia di immaginarsi cosa dev’essere stato fare il giornalista al Boston Globe (la sceneggiatura di Black Mass è tratta da un libro e dagli articoli dei suoi giornalisti) negli anni in cui si combatteva la guerra ai preti pedofili e si sparava per strada tra mafie. Johnny Depp con le lenti a contatto tinte a mano color ghiaccio e truccato come un vampiro del crimine gioca a carte con la vecchia madre con la stessa facilità con cui strangola una ragazzina o un traditore, poi educa il figlio a picchiare di nascosto perché «se non ti vedono quel che hai fatto non esiste». Manca la mano di Coppola ma Scott Cooper il regista se la cava benone e i blockbuster non se ne avranno a male. Anzi.

FRANCOFONIA – voto: 5,5/6

Regia di Alexander Sokurov Con Louis-Do de Lencquesaing

BLACK MASS – voto 4,5/6

Regia di Scott Cooper Con Johnny Depp

IN JACKSON HEIGHTS – voto 6/6

Regia di Frederick Wiseman

MARGUERITE – voto: 4/6

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.