Dalla rassegna stampa Libri

Un altro amore è possibile

La famiglia, le ipocrisie, un lungo legame, le nozze gay: storia di un sentimento normale

Si piange un tot, leggendo I veri amori sono diversi , e si è stati ragazzi disadattati e in polemica con la famiglia e girandoloni e della generazione dei nati a fine boom. Ogni tanto si asciugano gli occhi, si fa una risata, e si viene confermati nei propri peggiori pregiudizi. Sui fiorentini, per la verità. Sulla cultura cittadina e nazionale della bella figura, dei non detti, delle ipocrisie, delle sofferenze conseguenti.
La storia si svolge quasi tutta a Firenze, ed è quella dell’autore, Stefano Bucci, giornalista culturale al «Corriere della Sera», figlio di borghesi vecchia maniera, fidanzato per venticinque anni con un architetto che tre anni fa, a New York, ha sposato. Bucci e coniuge sono la prima coppia gay a riuscire a far registrare — nel 2014 — il loro matrimonio nel Comune di residenza, Grosseto. La registrazione è poi stata cancellata; loro sono impegnati in una battaglia legale perché venga confermata. Lo fanno, spiegano, «per il resto del mondo».
Per il quale è stato scritto il libro, poi; per far capire quanto poco strano possa essere un legame affettivo tra due dello stesso sesso; quanto si possa star male se si viene respinti o malvisti; quanto a ogni coppia servano tempo, pazienza e garanzie a norma di legge. E quanto «i veri amori siano diversi», certo. Lo dice a Stefano il parroco di casa. L’amore da perdonare è quello tra il papà e la mamma, così innamorati da escludere tutti, figli compresi.
La storia inizia in una vecchia villa dei viali, davanti a un padre vedovo che sta morendo e non è più in grado di ascoltare il figlio. Che gli dice, dopo decenni, «papà, sono un finocchio». Non che non si fosse capito. Ma siamo a Firenze, Italia. Tra la borghesia dei professionisti «con studio avviato» e delle loro graziose, eleganti, eufemistiche mogli, dette le pissere (sulle pissere , versione toscana medioalta delle madamin, esistono dei trattati). Dove il coming out del figlio diciannovenne è una metafora. Non è «sono gay»: è «non voglio fare il commercialista, voglio fare il giornalista». La reazione è micidiale. Il figlio dirazzato viene escluso dalla vita familiare, tenuto in casa per non far figuracce, e i genitori non gli parlano più, per anni, tranne quando ci sono ospiti. Lui esce la mattina e torna la sera tardi. Ha un lavoretto pomeridiano, nel resto del tempo scopre il mondo gay.
E l’altra faccia della gente perbene. E sono pagine divertenti. I primi amanti dello Stefano appena fuori dal liceo, uomini più grandi, paiono personaggi di Amici miei . Il professorone modello Sassaroli, con moglie, figlioli grandi e scannatoio a Ponte Vecchio; poi «il dottore con la bicicletta, l’architetto con il loden, l’impresario teatrale, l’antiquario rozzo ma simpatico». Negli anni, si scontrerà con un’altra ipocrisia, quella dei colti-e-di-sinistra che dicono ogni due per tre «frocio» e «culattone». Intanto, nel periodo triste e a rischio (di finire male, nel sottomondo del cruising gay ), diventa esperto nell’arte della menzogna, Quella familiare, quella sociale, e la sua. Il dire e non dire, l’annunciare progetti senza mai muoversi. Fino all’incontro con Giuseppe, che diventa l’amore della vita. Che gli fa lasciare la casa di famiglia, che lo porta a impegnarsi per diventare giornalista davvero.
Ma i non detti continuano a far soffrire. Stefano prova a portare il suo compagno («l’amico con cui coabito») a cena dai suoi. Trova suo fratello e la fidanzata, imbarazzati, a dire «il babbo doveva portare un cliente a teatro, la mamma è dovuta andare con lui, sono tanto dispiaciuti». L’impossibilità di parlare con chi non vuole sentire (non sentiranno mai; quando Stefano parla, suo padre non è più cosciente) lo allontana dalla famiglia. Se ne crea un’altra, una tribù gay-etero-eccetera tra Firenze, Milano, Grosseto, America e Giappone. La mise da divi modaioli degli amici giapponesi al matrimonio, poi, fa ridere. E il matrimonio — deciso dopo l’incidente che capita a tutte le coppie gay, Giuseppe in ospedale, Stefano che non viene lasciato entrare — fa allegria. Fa allegria, dopo le opzionali lacrime, tutto il libro. Scritto con stile d’altri tempi, attuale nell’usare l’ autofiction per contribuire a un battaglia civile. Terapeutico, per molti e molte, forse.
Ps. A ciglio asciutto, due conti. Stefano s’indigna quando il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, definisce le nozze gay «un problema di ordine pubblico» in quanto l’Italia potrebbe diventare meta turistica di sposi/e omosessuali. Stefano potrebbe mandargli una stima di quanto hanno speso a Manhattan due sposi benestanti e i loro invitati tra alberghi, ristoranti, banchetto di nozze, mostre e shopping. E di quanti soldi arriverebbero a Roma, Venezia, Capri, Taormina, Amalfi e pure Firenze se gay e lesbiche di buon gusto potessero sposarsi qui. Calcolandolo, si piange ancora.

Il libro : Stefano Bucci, I veri amori sono diversi, Marsilio (collana Gli specchi), pp. 142, e 15, in libreria da domani

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