Dalla rassegna stampa Cinema

L’unione gay ufficiale crea mille problemi

Dopo 39 anni di convivenza felice, Ben (J. Voight) e George (A. Molina) hanno deciso di sposarsi alla presenza di nipoti e amici…

Dopo 39 anni di convivenza felice, Ben (J. Voight) e George (A. Molina) hanno deciso di sposarsi alla presenza di nipoti e amici, in gaudio e commozione. Ma la felicità si incrina ben presto nei problemi. George, insegnante di musica in una scuola religiosa dipendente dal vescovado, era al corrente di una certa clausola contrattuale. Questa gli vietava di turbare l’immagine con un’unione gay non tollerata. L’ufficialità gli è fatale. E si badi, non la relazione in sé, che era nota a preside e colleghi, genitori e allievi. E nessuno aveva mai suscitato intolleranze d’alcun genere. Una volta licenziato, le lezioni private di pianoforte dell’uno, e la pensione dell’altro, non bastano a pagare le tasse. Sono costretti a vendere la casa, in una zona ambita di New York. Senza un tetto, in attesa di trovarne un altro in affitto, Ben si sistema nell’appartamento del nipote (D. Burrows) sposato con una scrittrice (M. Tomei) e un figlio adolescente (C. Tahan), e George in quello di una coppia di amici, poliziotti e gay. La storia scritta con Mauricio Zacharias e diretta da Ira Sachs (insegnante di cinema a Yale, e autore di film da Sundance Festival, tra cui “Keep the Lights On” del 2012) sta tutta nella rete di sguardi pudicamente romantici con cui viene raccontata la separazione coatta della coppia omosessuale, i patimenti della lontananza, l’urgenza delle telefonate. E si rappresenta nelle dinamiche che si instaurano con le persone che li ospitano. Il pronipote mal sopporta di dividere la stanza con l’anziano zio, ed è geloso dell’amico che posa per lui che a tempo perso è un pittore figurativo. La scrittrice non sa zittirlo mentre sta scrivendo il romanzo, e suo marito quando torna a casa non ha attenzioni per lei e se la prende con il figlio che si comporta male a scuola. Quanto a George, vede il salotto della coppia di poliziotti riempirsi ogni sera di colleghi, perlopiù donne nere con figli piccoli, e se ne sta seduto sul divano con un sorriso ebete sul viso. Un piccolo film realizzato con rara sensibilità, e un’attenzione affettuosa verso protagonisti e comprimari. Una cortesia, una civiltà, un’eleganza che toccano profondamente, insieme ai tocchi di Chopin che contro cantano certi momenti senza sdolcinature di maniera. Non solo una interpretazione di eccellenza dei due protagonisti, Molina e Voight, ricca di sfumature, e di scene madri, come l’apparizione alle undici di sera nella casa dei nipoti, quando vittima della solitudine e della nostalgia l’altro non resiste al bisogno di gettarsi tra le braccia dell’amante. O la seduta al banco di un bar e il saluto all’imbocco della metropolitana. Ma anche della delicatissima Tomei che è sempre più brava, nel ruolo della nipote acquisita e madre che soffre per l’inquietudine del figlio e il distacco del marito. Ed è ben disegnata la figura del ragazzo, che malgrado le insofferenze dell’età, sa mettere a frutto i consigli dello zio. Sua è la commovente scena del quadro, e delle lacrime sulle scale. (a.c.)

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