Dalla rassegna stampa Teatro

Pippo Delbono: "Amore, cristianità, ferite le parole del mio nuovo viaggio"

L’attore e regista sarà domenica all’Arena del Sole con il concerto-spettacolo creato assieme a Enzo Avitabile. E il 25 ottobre a Modena con “La Notte”, dedicato a Koltès

Con il suo teatro ha fatto tappa in più di 50 paesi nel mondo, eppure Pippo Delbono con la nostra terra ha un rapporto privilegiato. Stavolta torna all’interno del cartellone del festival Vie, con un doppio appuntamento che lo porterà all’Arena del sole domenica 12 ottobre alle 22 per la prima assoluta di “Bestemmia d’amore” e il 25 ottobre a Modena, al teatro Storchi alle 23.30, con “La Notte” ispirato al testo di Bernard Marie Koltès.

“Bestemmia d’amore” segna una nuova tappa del suo poliedrico itinerario drammaturgico. Come nasce?
“Nasce dal percorso che da tempo sto conducendo con il musicista Enzo Avitabile ma segna un punto di svolta. È un canto, un concerto dove le parole diventano musica per celebrare l’amore, ferito, affogato, ucciso, rinato e dunque ancora vivo. Ma è anche un viaggio nei territori della cristianità, nuovo ambito ricerca a cui mi rivolgo dopo quella sulla madre, accompagnato dalle parole di Rimbaud, del mistico spagnolo Juan de La Cruz, di Pasolini che nei miei lavori torna sempre”.

Lei che rapporto ha con il cristianesimo?
“Sono buddista da venticinque anni, eppure il cristianesimo ce lo abbiamo negli occhi, nel sangue, siamo intrisi di cristianesimo. Su quell’ipotesi è costruita la nostra civiltà”.

Amore, religione e civiltà. Tre concetti che in qualche modo si calano nell’attualità cittadina di questi giorni con il sindaco che disobbedisce al ministro Alfano sul riconoscimento dei matrimoni delle coppie gay.
“Dobbiamo essere grati a questo sindaco. Sono passi fondamentali. Dare riconoscibilità giuridica alle coppie gay serve ad alleggerire la situazione di chi vive la propria omosessualità in contesti non sempre facili come quelli lavorativi. Io sono un artista e “chissenefrega”, benché ci siano artisti che ancora si nascondono… Siamo tuttora prigionieri di un pregiudizio cattolico e comunista. Ma è anche un atto che va oltre il diritto, che agevola l’amore, un sentimento che abbiamo dimenticato “.

L’amore tra gli uomini è anche al centro de “La notte” con cui il 25 ottobre abbasserà il sipario sul festival Vie.
“Sono andato giù a mano dura sull’opera di Koltès, scegliendo nei testi del drammaturgo francese le parti più legate alla libertà sessuale. C’è una frase in una sua lettera che cito: “il piacere della carne comporta il coinvolgimento dello spirito”. Carne e spirito, sono una cosa sola. Sacra”.

Koltès è morto di Aids, lei non fa mistero della sua sieropositività. Quanta sua biografia si intreccia nello spettacolo?
“Nel mio teatro parto sempre da me. Parlando di te parli del mondo: il tuo privato diventa politico. E si esce da se stessi, dal proprio narcisismo. Prima di giudicare gli altri, dobbiamo conoscere noi stessi, solo così ci avviciniamo alla verità dell’esistenza”.

Qual è secondo lei lo stato di salute del teatro in Italia?
“Salvo poche eccezioni è stantio. Il festival Vie rappresenta una di queste eccezioni, una realtà viva e pulsante. Penso agli spettacoli di Alain Platel ma pure allo Zagreb Youth Theatre con “Galeb”. Per il resto mi spaventa la tendenza, sostenuta dalla nuova legge sul teatro, alla residenzialità. I territori sono fatti per essere attraversati, tanto più nella tradizione del teatro italiano che si è sempre contaminato. Io, almeno, ho scelto di fare l’artista per fare il vagabondo, non certo per difendere confini”.

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