Dalla rassegna stampa Cinema

Pier Paolo Pasolini secondo Ferrara: così muore un poeta

… Con «Pasolini», Ferrara ha stupito anche i più diffidenti realizzando un film teso, concentrato…

Pigramente catalogato sotto la voce «genio & sregolatezza» (ma in realtà autore di almeno due solidissimi titoli destinati a restare: «Il cattivo tenente» e «Fratelli») Abel Ferrara era atteso al varco dai custodi del pasolinismo politicamente corretto sin dall’annuncio della sua intenzione di girare un film sulla vita (anzi, sulle ultime 36 ore di vita) del regista-poeta-polemista scomparso nel’75. Troppo ampio il divario stilistico e culturale tra i due, si temeva, perché l’italo-americano originario di Sarno riuscisse a cogliere sfumature e intimi tormenti di una delle voci più alte del ‘900 italiano. Sbagliato. Con «Pasolini», Ferrara ha stupito anche i più diffidenti realizzando un film teso, concentrato, (quasi) privo delle sbavature goffamente provocatorie di certe sue opere più inclini all’iconoclastia, e soprattutto evitando di lanciarsi in arrischiate dietrologie complottiste circa la morte violenta sullo squallido idroscalo di Ostia. Ciò non significa che «Pasolini» sia una specie di ossequioso biopic stile RaiUno: PPP secondo Ferrara è individuo lacerato tra i suoi demoni e le sue tenerezze, tra la necessità di scuotere le coscienze e quella di scavare nella propria, ma riuscire a offrirne un ritratto credibile e insieme «d’autore» non era impresa facile. Ferrara ce la fa, in virtù di uno script ben calibrato e una scelta degli interpreti inappuntabile: Willem Dafoe è di chirurgica precisione nel ricreare (al di là della impressionante somiglianza fisica) esitazioni, slanci, silenzi, sguardi febbrili, angosce e solitudini. E, nel coro, si distinguono i cameos di due grandi attrici: Maria de Medeiros (nel ruolo breve ma difficile di Laura Betti, vestale pasoliniana) e Adriana Asti, superlativa madre inconsolabile. Finale struggente con la voce della Callas nel «Barbiere di Siviglia», culmine di una colonna sonora spregiudicata ma efficace che alterna classica, rock, Missa Luba e persino il Canto delle lavandaie del Vomero. Elencati i pregi, veniamo ai difetti: le tristi sequenze ispirate a «Petrolio», il romanzo-pamphlet destinato a uscire postumo, e l’immaginaria messa in scena di «Porno-Teo-Kolossal», il film che Pasolini vagheggiava sognando di chiamare Eduardo a interpretarlo accanto a Ninetto Davoli. Qui la mise en abîme è seducente, con Ninetto, oggi incanutito, che fa Eduardo, e Riccardo Scamarcio coi riccioli e il sorriso di Ninetto giovane. Il gioco di specchi cita affettuosamente l’accoppiata Totò-Davoli di «Uccellacci e uccellini»: ma la scena ricreata, il rito della fertilità tra gay e lesbiche che si incontrano una volta all’anno per procreare, si risolve in un’imbarazzante orgia più brassiana che pasoliniana.

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