Dalla rassegna stampa Personaggi

James Ivory

«Venezia è la città magica della mia vita. Tanti anni fa mi ha insegnato quanto si può essere ingenui»

Il signore americano elegantissimo in giacca blu, camicia bianca button down aperta e pantaloni chiari a righine si appoggia al bastone più per prudenza che per effettiva necessità — «è perfetto per camminare su e giù per le calli» — nella sua giornata passata a esplorare musei, palazzi e luoghi segreti, incurante della fatica , della calura, dell’umidità. E quando, verso sera, entra nell’Espace Vuitton di Venezia a pochi passi da piazza San Marco si dirige sicuro verso la grande scala rifiutando con un gesto educato della mano l’invito a prendere l’ascensore. James Francis Ivory, nato a Berkeley il 7 giugno 1928, ha l’ aplomb dei viaggiatori di una volta che popolano tanti suoi film, la loro curiosità: l’americano colto e di buona famiglia che ha visto Venezia per la prima volta da ragazzo e ha eletto «questa magica città sull’acqua» come luogo del cuore.
«È rimasta nel mio cuore anche adesso che ho passato gli ottanta da un po’: fu quasi ovvio, per me, quando mi ritrovai a dover girare un cortometraggio come saggio di laurea all’Università della California, di tornare a Venezia. Con una cinepresa 16 millimetri, per filmare i mosaici di San Marco, i capolavori dell’Accademia, i Veronese, i Tintoretto, i Carpaccio. Ero così ingenuo, allora, da pensare che avrei potuto raccontare la storia di Venezia attraverso gli artisti che l’hanno amata, fino alla Venezia di Whistler, giù giù attraverso i secoli, fino a Steinberg».
Il film fu girato a più riprese perché «non sapevo nulla di tecnica, impostai la velocità della pellicola sbagliata e così quando tornato a casa rividi le immagini girate, tutti si muovevano veloci sui ponti e nelle calli, come in una vecchia comica». Il primo contrattempo di una carriera lungo la quale ha imparato a trasformare gli ostacoli in opportunità: «Quel cortometraggio lo completai quando facevo il servizio militare in Germania: presi una licenza, mi feci mandare la cinepresa da casa, impostai finalmente la velocità giusta e riuscii a ottenere le immagini che volevo».
«Naturalizzato dal pubblico»
Una cosa che lo rende molto orgoglioso, in Italia, «è che tutti pensano, ormai, che Camera con vista (usa il titolo italiano, non l’originale A Room with a View , ndr) sia un film italiano, o girato da un regista che a Firenze aveva passato anni. Io ammetto che conoscevo sì Venezia e Roma, e le conoscevo ormai piuttosto bene quando girai Camera con vista , ma a Firenze ero stato poco e di sfuggita. Ci andai per documentarmi, per capire: ma avevo letto tanto, su Firenze, quello sì. Sono sempre stato un lettore curioso».
È tornato a Venezia «colmo di gratitudine e di stupore» per presentare un libro fotografico (Vivere a Venezia di Toto Bergamo Rossi con fotografie di Jean-Francois Jaussaud) del quale ha scritto una lunga e magnifica introduzione, da scrittore vero.
Per cinquant’anni, a scrivere i suoi film è stata Ruth Prawer Jhabvala, autrice di romanzi da premio Booker (uno) e sceneggiature da Oscar (due). Il suo produttore, per mezzo secolo, è stato Ismail Merchant, la partnership più lunga e proficua della storia del cinema, certificata dal Guinness dei primati e interrotta nel 2005 dalla morte di Merchant, collega e alleato e compagno di vita: l’allegro viveur indiano e il gentleman americano dalla sobrietà e riservatezza molto Wasp. «Ismail che ogni volta, qui a Venezia, prendeva in affitto un palazzo: ogni partecipazione alla Mostra del cinema è legata al ricordo di un palazzo: cinque Mostre, cinque palazzi. Le grandi feste indiane organizzate da Ismail, piene di ospiti aggiunti all’ultimo momento, con il riso che non bastava mai. A Cannes, con i miei film, ci sono andato otto volte: mi ricordo una sola villa». Di Venezia ha anche una gondola, originale. Comprata su eBay perche gli serviva per un film: «La conservo a New York: lei conosce qualcuno a cui potrebbe interessare?», sorride.
Le sorgenti letterarie
La sua filmografia impressiona per la qualità dei film e per la qualità delle sorgenti letterarie: l’amato Henry James, EM Forster, Kazuo Ishiguro, Jean Rhys, Tama Janowitz, Peter Cameron, le vite di grandi presidenti (Jefferson), grandi pittori (Picasso), grandi scrittori (James Jones). «È la fortuna di essere un lettore: io ho fama di gran viaggiatore, e in effetti sì, ho girato il mondo, ho vissuto a Londra e in India, ma in realtà ho quasi sempre viaggiato per lavoro. È come girare per librerie: non sai bene cosa stai cercando, alla fine trovi sempre qualcosa di interessante. Con i film è lo stesso. Francamente non ho mai condiviso la teoria secondo la quale da un bel libro è difficile fare un bel film».
Il prossimo è per il 2015: Riccardo II di Shakespeare, «meno visto del Riccardo III , molto interessante: al momento stiamo aspettando Tom Hiddleston, il protagonista. Sta facendo Coriolano in teatro a Londra e poi tre film uno dopo l’altro. Dopo, c’è in programma il mio». Tutti cercano Hiddleston, potente attore shakespeariano con faccia da modello che — strana la vita — deve però la fama globale ai film kolossal del fumetto Thor (è il cattivo Loki) : «Ma sa che faccio più fatica di quel che si pensa a trovare le attrici?». I suoi film da cinque decenni vendemmiano Oscar. Come è possibile? «Le attrici hanno paura che il personaggio sia troppo vecchio, o che sia una stronza. E’ difficile fare l’attrice».
Non è refrattario alla tecnologia, anzi: «A volte, per comodità, faccio colloqui con gli attori su Skype prima di un’audizione. O cerco nel database di imbd.com . Forse girerò Riccardo II in digitale: non ho nostalgie della pellicola, ce l’hanno i registi quarantenni. I giovani non sanno cosa sia, i veterani non ci fanno caso». A lui che ha girato Quel che resta del giorno non si può non chiedere un parere sul telefilm-fenomeno «Downton Abbey»: «Molto brutto: pieno di cattiveria inutile, fa una caricatura di quel periodo storico. Non cerca di far capire, ha un approccio sensazionalistico, io lavoro nel modo opposto. I libri ci invitano a pensare, il cinema dovrebbe fare lo stesso».
A Venezia c’è anche il quadro della sua vita: la Vecchia di Giorgione, attraverso gli anni è andato a ammirare nelle Gallerie dell’Accademia a Venezia. «Mi sono fermato a guardarla per 64 anni, in un certo senso. La prima volta ero ragazzo, con cinquanta dollari in tasca che dovevano durare per tutto il mio soggiorno. Per me il tempo è passato, lei è sempre uguale, ogni volta che torno a salutarla». L’anno prossimo girerà Riccardo II senza Ismail e senza Ruth (scomparsa l’anno scorso). Come si sente senza quel team straordinario? Con pacatezza infinitamente Wasp, spiega che «direttore della fotografia, montaggio, altri collaboratori saranno gli stessi di sempre. Così, in un certo modo, parte del team ci sarà ancora».

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