Dalla rassegna stampa Cinema

Huppert : non sono una dark lady ma voglio provocare con de Sade

«Esploro i limiti tra vizio e virtù, mi piacciono le commedie»

«A Spoleto sarà la mia prima volta. Non vedo l’ora, so che ci sono tante cose da vedere. Purtroppo resterò soltanto due giorni. È un peccato». Isabelle Huppert è il volto di donne disperate, appassionate, fragili, raramente felici. È un’attrice esigente che va all’essenza delle cose. A teatro passa da Marivaux a Tennessee Williams, ma la sua bevanda quotidiana è tinta nel dramma. Il Festival di Spoleto interromperà la sua sofferenza, offrendole la possibilità di trovare momenti di umorismo con le parole del marchese de Sade, senza per questo trascurare il fascino del lato oscuro: «Sì, mi piace esplorare il confine tra bene e male».
Al Festival di Spoleto il 28 giugno, secondo lo schema della lettura scenica a cui si sono prestate in anni recenti anche Fanny Ardant e Jeanne Moreau, la Huppert porta il «divin marchese». Lo fa attraverso due sorelle che chiariscono già tutto nel titolo dello spettacolo: Juliette e Justine, il vizio e la virtù.
Come si caratterizzano le due protagoniste?
«Queste sorelle dai destini opposti rappresentano l’antagonismo dell’umanità, l’una perduta a causa della virtù, l’altra trionfatrice per via del vizio. Justine combatte per il bene e Juliette per il male, ma forse entrambe commettono errori. Justine incontra una serie di ostacoli lungo il suo cammino positivo, senza arrendersi mai, anzi più ostacoli trova e più crede nel trionfo del bene».
Che suono ha oggi la prosa di de Sade, con tutti i suoi eccessi?
«È un bel pezzo di letteratura, così ben scritto e divertente. De Sade prende piacere nello spingere i limiti, soprattutto in Justine, che è così naïf da non aspettarsi mai il male dal prossimo. Eppure improvvisamente deve vedersela con la gente peggiore. Juliette dall’altra parte è molto più sofisticata, ha una mente filosofica, è cinica».
Al cinema ha costruito la sua carriera su ruoli estremi…
«Sono semplicemente grandi ruoli, i quali per definizione contengono la ricchezza dell’animo umano. Un personaggio in genere è interessante per la sua complessità, ciò non attribuisce necessariamente una connotazione triste».
Lei ha detto che interpretando donne controverse le è capitato di essere fraintesa.
«La gente spesso è pigra, confondono gli attori con i loro personaggi. Questo mi fa ridere, e non mi annoia. Se fosse vero, la mia vita sarebbe un inferno e le persone accanto a me vivrebbero in un incubo. Diciamo che prendo il fraintendimento come un complimento».
Avrebbe voglia di fare più commedie?
«Il mio nuovo film è una commedia di Marc Fitoussi, si intitola La ritournelle e spero che si vedrà in Italia, anche se la commedia italiana ha un tono così specifico. I protagonisti sono allevatori di bovini in Normandia, lei è una sognatrice, ha la testa tra le stelle, lui i piedi ancorati a terra e vive per il suo mestiere. Con la partenza dei figli, la routine della loro coppia pesa su di lei. Un giorno avrà un colpo di follia e partirà per Parigi, il marito pensa che potrebbe perderla. Come reinventarsi dopo tutti quegli anni? La riconquista non è sempre una strada dritta».
Doveva girare «Body Art» di Luca Guadagnino, un thriller visionario dal romanzo di Don DeLillo.
«Non l’ho più fatto e non lo farò, dunque non ne parlo».
Lei ha recitato a teatro a Sydney «Le serve» di Genet con Cate Blanchett.
«Riprenderemo lo spettacolo in agosto a New York. È la seconda volta che recito a teatro in inglese, dopo Maria Stuarda al National Theatre di Londra. Al cinema mi è più semplice, ma è una piéce francese così in un certo senso è più facile per me. Le serve è un gioco violento di vita e di morte, può essere realistico e divertente, ma alla fine è un gioco mortale quello delle due cameriere che inscenano fantasie sadomaso sulla loro padrona e alla fine la uccidono. È ispirato a un fatto di cronaca, nella Francia degli Anni 30, e mette in campo una relazione tra schiavi e padroni, io la vedo come una piéce politica molto attuale».
È stato Chabrol il suo regista preferito?
«Uno dei miei favoriti. Ho girato sei o sette film con lui, dovevamo farne un altro ma non cè stato tempo per la sua scomparsa. Lavoro solo con grandi registi, grandi abbastanza per me. E non ho rimpianti».
L’8 luglio Villa Medici a Roma le dedicherà una retrospettiva.
«Non di tutti i miei film. È un onore, il vostro Paese mi riporta a Bolognini e Ferreri, i fratelli Taviani e Bellocchio. La considero una rimpatriata, è così che si dice in Italia?».

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