Dalla rassegna stampa Cinema

Tutti gli intrighi e le vendette dietro l’urlo disperato di Psycho

Quando Hitchcock fece sparire il libro che ispirò il film

Rivista oggi, con gli occhi usi a qualsiasi orrore, la scena della doccia di Psycho potrebbe sembrare roba da bambini. Hitchcock non ci mostra nulla, nemmeno i seni di Janet Leigh, inquadrati sempre e solo entro i margini della più vittoriana decenza. Non si vedono nudità, né il coltello che penetra le carni, né il volto dell’assassino. Solo un’ombra dietro la tendina di nylon, una strana creatura nascosta dai vapori caldi… Tutto accade così rapidamente, 70 brevissime inquadrature nell’arco di 45 secondi, che l’occhio non fa in tempo a registrare il dettaglio. Ma l’orrore sì. Quel sangue che scivola via con l’acqua (il bianco e nero scelto per non enfatizzare l’effetto, in realtà lo rende ben più spaventoso), quello sguardo di Janet che si spegne attonito su un abisso di terrore danno brividi raramente comparabili sullo schermo.
E farsi la doccia non sarà mai più come prima. Janet Leigh, dopo una settimana di tormenti e getti gelidi ideati dal sadico Hitch per strapparle il necessario urlo iperrealistico, giurò che per il resto della vita avrebbe fatto solo il bagno. Ma il pubblico andò in estasi, il film, costato 800 mila dollari, ne incassò 40 milioni e Psycho divenne quel capolavoro di culto che tutti conosciamo. Quanto a Hitchcock, fino allora considerato dalla critica solo un abile artigiano, si ritrovò di colpo promosso a grande artista del cinema.
L’unico a restarci male fu Robert Bloch, l’autore del libro da cui il film è tratto, scrittore di talento cresciuto alla scuola horror di Lovecraft. Il successo planetario di Psycho anziché rilanciarlo, offuscò in breve la fama del suo romanzo. Hitch, che ne aveva acquistato i diritti per 9 mila dollari, angosciato che qualcuno svelasse il finale, aveva fatto sparire dalle librerie tutte le copie. In più non perdeva occasione per sminuirne il valore: un raccontino da poco, genialmente reinventato da lui.
E così tra il re del brivido di carta e quello di celluloide nacque un rancore destinato a trasformarsi in una faida senza esclusione di colpi. A raccontarcene i retroscena è Loris Tassi, autore della postfazione che accompagna la nuova uscita di Psycho , il romanzo, che Il Saggiatore propone insieme con Marnie di Winston Graham, primi due titoli di una collana dedicata alle fonti narrative del mago del brivido.
«Il successo del film mise in atto il processo di rimozione del libro. Psycho fu un vero spartiacque per entrambi — assicura Tassi —. L’assassinio nella doccia e la cura con cui Norman Bates, alias Anthony Perkins, cancella le tracce del delitto sono quasi la metafora del rapporto tra il film e il romanzo. Il secondo è stato letteralmente distrutto dal primo».
Bloch naturalmente non la manda giù. Il cinema e la tv però si accorgono di lui. Il suo nome circola a Hollywood e lui partecipa ad alcuni episodi di «Hitchcock presenta», scrive sceneggiature per molti altri registi. Ma quando sir Alfred gli propone di collaborare con lui a un nuovo film, Bloch gli dice no. «Un lusso che pochi potevano permettersi — prosegue Tassi —. Hitchcock non glielo perdonerà mai. Approfitta di un giornalista per levarsi il sassolino: “Bloch? Ha scritto troppi film per William Castle”». Castle regista di B-movie horror, un Hitchcock dei poveri. «Una battuta sarcastica in puro stile Hitch. Per lo scrittore una coltellata degna di Norman Bates».
Ma il trionfo di Psycho segna un crinale anche per il suo regista. «Nessun altro suo film successivo riscuoterà più tanto successo. Hitch tenta di riproporre il carattere vincente, lo psicopatico della porta accanto, in Marnie e in Frenzy . Ma nessuno riuscirà a eguagliare Norman Bates e le sue ossessioni proibite, il travestitismo, il matricidio, la necrofilia. Quel mondo oscuro magistralmente tratteggiato nel romanzo».
Nel 1982, Hitchcock già morto, Bloch pareggia i conti. Dà alle stampe Psycho II . La vendetta. «Il suo romanzo più sorprendente, secondo tassello di una trilogia che si chiuderà nel 1990 con Psycho House . Ma a suscitare orrore stavolta più che un psicopatico vestito per uccidere è piuttosto Hollywood, vero bersaglio dell’autore. Un mondo del cinema losco e corrotto, che gli aveva dato fama ma gli aveva rubato l’anima come scrittore».
Nessun riferimento è casuale. Forse neanche quello a Hitchcock. «Norman Bates torna di scena, invecchiato, sfatto, pingue, pelato. Sempre più nevrotico, represso, impacciato con le donne, terrorizzato dal sesso. Tutti tratti che ben sappiamo corrispondere a quelli di Hitchcock. Uno sberleffo finale sferrato per mano d quel mostro che tanto aveva segnato le vite di entrambi».

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